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#tiromancino – Dopo la quarantena, il diluvio?

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Tempo ce ne sarà parecchio per ragionare su che mondo vorremo fosse, una volta transumata quest’esperienza di quarantena. Che peraltro è l’occasione per guardare con distacco il mondo così com’è oggi.

Ad esempio gli Usa. Pimpante superpotenza mondiale composta da 50 Stati confederati. Dove la gente, da giorni, specie nelle grandi città, è diligentemente in fila davanti alle armerie per comprarsi il mitra, la pistola o il fucile. Magari un mini bazooka o una mitragliatrice prêt-à-porter. Più raramente la mazzafionda. Impaurito dalla quarantena che l’aspetta. Come in un B-Movie sul futuro distopico prossimo venturo, infatti, l’americano medio si arma per difendersi da altri umani che sicuramente verranno a casa sua per derubarlo, rapinarlo o violentarlo. Umani a loro volta armati fino ai denti. In una riedizione odierna dei saccheggi visti ne “I guerrieri della note” (1979)……. Cosicché il nostro eroe a stelle & strisce, tentando di sfuggire alla lotteria della morte da contagio Covid-19, ha un’ottima probabilità percentuale di crepare in una bella sparatoria casalinga. Anche vittima, magari, d’un incidente domestico. Oppure a sua volta carnefice. La sublimazione culturale della travisata “legittima difesa”, che alcuni zelanti cultori dell’uomo forte vorrebbero importare anche nel Belpaese. Col pretesto della sicurezza.

Poi c’è l’Italia di Flavio Briatore. Che giovedì scorso collegato da Montecarlo a “Italia Sera Speciale”, (Rete4) sproloquiava con la consueta sicumera di «decreto paranoico comunista» del Governo. Vantandosi di aver «licenziato più di 1200 persone in giro per il mondo», compresa l’Italia, «prima dell’emanazione del decreto governativo». Un’esibizione televisiva stomachevole, anche nella postura volgare. Farcita di luoghi comuni, falsità e deliri così spropositati da mettere in imbarazzo anche il più ideologizzato degli spettatori. L’Italia minoritaria in termini numerici ma forte in quelli sub-culturali, di coloro che hanno sempre accaparrato profitti socializzando le perdite. Di quelli che dalla magione a Montecarlo sputano veleno sullo Stato, ma rivendicano un non meglio precisato patriottismo (licenziando?). Alla bisogna, espediente emotivo per blandire il popolo bue.

Oppure, ancora, potremmo osservare il terzo mondo. Cui il Coronavirus ci avvicina pericolosamente. Pur con una quarantena “dorata”, in maggioranza protetti da comode abitazioni. Facendoci capire che gli «altri siamo noi» – come dice la canzone. Provando sulla nostra pelle cosa significhi essere drammaticamente esposti agli eventi senza alcun riparo sicuro. In un catartico capovolgimento di ruoli, per cui alcuni Italiani (molti Lumbard) fuggono impauriti – migrano – verso regioni ritenute più sicure. Esattamente come fanno quelli che attraversando il Mediterraneo fuggono da guerre, disastri climatici e fame. Guarda un po’.

E allora, ostaggi di un tempo mai così dilatato, mentre osserviamo il mondo che ci circonda dall’osservatorio della nostra quarantena, cerchiamo di pensare bene a come vorremmo cambiare il nostro di mondo. Per renderlo un po’ meno grottesco e folle.

Perché alla fin fine, fare la lacrimuccia cantando l’inno nazionale avrà lasciato il tempo che aveva trovato, se all’uscita dal tunnel ci ritroveremo l’Italietta un po’ farsesca che eravamo prima del 21 febbraio. Giorno discriminante tra il prima e il dopo.

Se, ad esempio, non si modificherà la goliardica abitudine nazionale di evadere sistematicamente le tasse – con l’occultamento di almeno 150 miliardi di imponibile annuo – sarà un po’ comico rivendicare il potenziamento della sanità pubblica. Che in questi giorni di burrasca e tragedia un po’ tutti gl’Italiani hanno riscoperto come presidio di civiltà. In primis, c’è da giurarci, coloro che hanno allegramente praticato evasione fiscale e sarcasmo sui lavoratori pubblici.

Considerato il livello di evasione fiscale. Finché, più o meno, il 52% dell’Irpef ricadrà sulle spalle del lavoro dipendente, il 30% su quelle dei pensionati e il 15% sui lavoratori autonomi, con squilibri che anche un totano mono-neuronale capisce essere poco giustificati. Sarà abbastanza pretenzioso sperare di avere un’università e una ricerca all’altezza dei bisogni. Una scuola e adeguata all’evoluzione della conoscenza. E naturalmente una sanità d’eccellenza e universale, diffusa omogeneamente sul territorio nazionale. Ovverosia essere un Paese moderno e competitivo, in un mondo sempre più piccolo e interdipendente. Che passata la buriana, non regredirà certo all’autarchia degli Stati nazionali.

Perché, in definitiva, usciti dal tunnel del Coronavirus, salvo miracoli, la vera novità consisterà nel fatto che l’Italia sarà suo malgrado costretta a fare una volta per tutte i conti con i propri deficit storici. È bene non illudersi. La quarantena e l’opportuno “liberi tutti” sancito da Commissione europea e Bce, infatti, non dureranno all’infinito. E se questo incosciente Paese e le sue inadeguate classi dirigenti non coglieranno la paradossale occasione di modernizzarsi (e civilizzarsi) che la tragedia del Coronavirus gli ha dato – fallendo come ai tempi della nascita dell’Euro – passeremo tutti per direttissima dal primo al secondo mondo. Senza il biglietto di ritorno. Almeno per molte generazioni a venire.

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