Coronavirus, storie (stra)ordinarie: Martina ha visto nascere la sua bimba ai tempi del virus

GROSSETO – Dare alla luce un figlio è forse il momento più significativo nella vita di una donna. Certo, è sempre accompagnato da una serie infinita di incertezze, dubbi e paure. Ma partorire in un momento in cui l’intero mondo è capovolto dal Coronavirus, come ci si può sentire durante la corsa all’ospedale per l’evento più felice della propria vita? Oggi raccontiamo l’esperienza di Martina. Il 13 marzo, durante la pandemia in corso, nell’ospedale di Grosseto è nata la sua secondogenita Emma e la sua testimonianza inizia con un ringraziamento rivolto «al personale ospedaliero, dal primo all’ultimo, a delle persone fantastiche, disponibili, professionali e premurose».

Sono le ore 19 del 12 marzo quando a Martina si rompono le acque e lei capisce che sua figlia sta per nascere. Un momento che attendeva da nove lunghi mesi, ma l’Italia intera è un paese blindato e per uscire di casa bisogna muoversi con l’autocertificazione. Per le neomamme quel foglio ormai fa parte della famosa “valigia” che la maggior parte delle donne incinte tiene a portata di mano già dopo la 30esima settimana di gravidanza.
Quella sera corrono in ospedale, è babbo Paolo che guida. Non c’è traffico, com’è ovvio che sia. Giungono al pronto soccorso. Le attenzioni nei loro confronti sono tante, perché forse anche il personale sanitario ha bisogno di un lieto evento nel marasma quotidiano dettato dalla fatica estenuante. Ma la temperatura gliela misurano lo stesso; a Martina subito e a Paolo dopo aver parcheggiato la macchina. Entrambi i genitori portano la mascherina da quando sono arrivati.

«Il mio compagno – ricorda Martina – mi ha raggiunto al quarto piano dove sono stata ricoverata dopo una visita ginecologica e il tracciato. Mi viene chiesto di cambiarmi e vengo accompagnata nella mia stanza, ma Paolo viene allontanato con molto dispiacere da parte del personale ospedaliero, che è stato veramente fantastico dal primo momento all’ultimo. Lui ha potuto assistere solo all’ultima parte del travaglio e al momento del parto. È stato in sala d’attesa da solo per tutta la notte».

Il travaglio vero e proprio inizia soltanto la mattina successiva, Martina lo affronta circondata dal personale che si prende cura di lei con molto affetto. Verso le ore 10.30 arriva il momento di spostarsi in sala parto e finalmente anche Paolo può raggiungerla. La piccola Emma nasce alle ore 11.27 e Martina la partorisce indossando una mascherina di protezione. Non la toglierà finché lei e la piccola vengono dimesse 48 ore più tardi. È il momento tanto atteso, una gioia immensa, ma anche in un momento come questo la paura trova lo spazio per farsi strada.

«La mia piccola Emma era protetta fino a quando era nella mia pancia – racconta Martina – , dal momento in cui è nata sapevo di non averla più potuto proteggere dentro il mio grembo. La visita post-parto è stata naturalmente annullata, ma ci andremo quando tutto sarà passato».
Mamma e piccola stanno bene. Protette tra le mura di casa, tra una poppata e l’altra, però, qualche segno è rimasto.

«Sinceramente tutt’ora – ammette Martina – mi sembra di vivere un film, quasi un incubo. Ho vissuto male un po’ tutto, a parte il rientro a casa. È stata un’esperienza dura, difficile, non ho neanche potuto festeggiare la nuova arrivata con le nostre famiglie. Solo i nonni hanno potuto conoscere la nuova arrivata perché vivono con noi e si sono presi cura della sorella più grande mentre ero in ospedale, ma gli zii e il cugino si tengono a debita distanza come dalle regole che ci sono state imposte».

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