Coronavirus, storie (stra)ordinarie: nell’inferno di Bergamo. Il racconto di un medico maremmano

BRACCAGNI – Non se l’è sentita di restare a casa a fare il nonno, la passione per il proprio lavoro lo ha portato ancora una volta a mettersi a disposizione della gente, dei cittadini, degli ammalati. Severo Severi, per tanti anni “medico condotto” come si diceva una volta, del paese di Braccagni, in provincia di Grosseto, si è messo nuovamente in gioco, e a 72 anni è in prima linea a Bergamo, dove il Coronavirus agisce in maniera più dura e dove i medici, stremati, hanno bisogno di un cambio.

«Forse era giusto stare a casa a fare il nonno, mia moglie sarebbe stata più contenta – racconta –, ma era contro la mia etica professionale». Il dottor Severi è partito con la Croce rossa, ed è lì da inizio settimana. «La Cri cercava medici e infermieri, e mi sono messo a disposizione. Domenica è arrivata la richiesta da Bergamo, e sono partito con un altro dottore sempre di Braccagni, Enrico Rustici».

«Ci hanno alloggiato vicino all’aeroporto di Bergamo. Martedì mi hanno destinato al reparto di Medicina covid, che è quello dopo il pronto soccorso. Alla gente malata viene applicato il respiratore, per un paio di giorni per vedere intanto se si stabilizzano, se peggiorano vengono intubati. Il problema è che i respiratori, indispensabili per non soffocare, affaticano il cuore visto che pompano ossigeno per dilatare gli alveoli».

«Qui muore tantissima gente – commenta il dottor Severi con rammarico – ieri però c’è stata una piccola diminuzione delle morti. Qui in tutti reparti ci sono persone positive. Non solo, i medici asintomatici continuano a lavorare nei reparti Covid, dove tanto non infettano nessuno».

Domani Severi farà servizio in carcere «Ci sono 5-600 detenuti, ma al momento non ci sono casi positivi fortunatamente. Non si può andare troppo “bardati” per non innescare tensioni, lì la componente psicologica è fondamentale».

Un altro dramma è quello dei medici di famiglia, che si stanno ammalando.

Infine Severi racconta della parte emotiva della vicenda «La cosa più emozionante è il contatto con la gente: medici, infermieri, operatori sanitari. Ti accolgono tutti con un sorriso, grati del lavoro che offriamo, forse si sono sentiti abbandonati e la presenza di medici da altre parti d’Italia il fatto che in tanti siamo partire per portare aiuto ma anche solidarietà li rinfranca».

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