A tu per tu con Giorgio Zorcù, il maremmano che ha fatto del teatro il suo lavoro

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GROSSETO – L’Accademia mutamenti di Giorgio Zorcù e Sara Donzelli si estende oltre i confini della Maremma, una realtà ormai consolidata ma che vale la pena conoscere meglio.

Contatto Giorgio Zorcù per telefono e gli chiedo se mi concede un’intervista, ed eccola qua.

Allora Giorgio, intanto grazie per aver accolto la mia richiesta e per avere accettato di rispondere alle mie domande. Dunque, tu sei direttore artistico, regista, produttore: raccontaci un po’ di te.

La passione per il teatro mi è nata piuttosto tardi: avevo 27 anni ed ero già laureato (a Pisa, in Informatica) e dirigente comunale del Servizio elaborazione dati a Grosseto. Ma è stata una passione fulminante. Dopo soli tre anni di laboratori e le prime messe in scena con il Teatro sperimentale fui accettato nello staff organizzativo del Festival internazionale di Santarcangelo, il tempio dell’avanguardia teatrale. Feci bella figura e mi chiesero di restare in pianta stabile. Preparai la valigia ed emigrai.

Gli anni ’80 a Santarcangelo (Rimini) sono stati gli anni della formazione: è lì che ho conosciuto artisti di tutto il mondo, le pratiche sceniche più folli e geniali, le grandi tradizioni del teatro orientale, gli studiosi e i critici più rinomati. Sotto la guida di Roberto Bacci fondammo Santarcangelo dei teatri, un centro di produzione attivo tutto l’anno. Ricordo che fui io a proporre quel titolo al comitato scientifico. Fu la mia capacità progettuale a farmi emergere, e più tardi lo sguardo che riconosceva talenti nuovi: l’anima più artistica nutriva quelle capacità ma restava nell’ombra.

Nell’estate 1988 arrivarono due proposte: da Napoli quella di unirmi ai nascenti Teatri uniti di Mario Martone, Toni Servillo e Antonio Neiwiller; da Milano la direzione del Teatro dell’artee del Crt-Centro di ricerca per il teatro. Scelsi Milano e mi ritrovai al centro del ciclone. La prima grande produzione fu Le Troiane di Euripide, con la regia di Thierry Salmon, astro nascente della regia europea, con musiche di Giovanna Marini, cantato e recitato in greco antico.

Con Thierry due anni prima avevamo prodotto il primo studio scenico in una cava abbandonata vicino Santarcangelo. Siccome il Teatro dell’arte doveva andare in ristrutturazione dopo lo spettacolo, chiesi al Comune il permesso di picconare pavimenti e pareti. Non si trattava di essere davanti alle rovine di Troia? Il pubblico era in una tribunetta sul fondo del palco, lo spazio scenico era enorme: palco-platea-galleria. Le donne sopravvissute alla guerra vagavano nei gradoni della galleria, in campo lungo, e sembrava di vedere lo stadio di Santiago dopo il golpe di Pinochet.

Il successo fu strepitoso, tutti si accalcavano per vedere il capolavoro. Ricordo di un pomeriggio passato al telefono con un segretario di Milva, ma i posti erano esauriti. Le dissi infine di venire alla chetichella che l’avrei accomodata alla bell’e meglio.

Ci chiamò Gaston Fournier, sovrintendente della Scala,per proporci una nuova opera. Insomma l’avventura milanese si presentava eccitante.

Poi il teatro andò in ristrutturazione e lì sfruttai le doti che avevo appreso nella militanza santarcangiolese: fare spettacoli dovunque, in luoghi insoliti e spettacolari, come la chiesa sconsacrata di San Carpoforo, il Superstudio nella nuova zona della moda, gli enormi capannoni dell’Ansaldo.

Creai i primi progetti all’estero: un mese a San Paolo del Brasile portando le produzioni con giovani gruppi, il festival di teatro italiano al Café La Mama di New York (sull’Amiata avrei portato qualche anno dopo Ellen Stewart con due spettacoli memorabili). Inoltre organizzai viaggi per portare a Milano esperienze teatrali uniche: andai nel Vermont da Peter Schumann e con il suo Bread and PuppetTheatre realizzammo una performance con 100 attori milanesi.

Finita l’esperienza al Crt mi trovai di nuovo a scegliere dove andare, e stavolta vinse l’anima artistica. Renato Palazzi aveva trasformato la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi in una fucina del nuovo: grandi maestri internazionali e i protagonisti del teatro off italiano erano chiamati a lavorare e creare con gli studenti; le sale belle e fatiscenti del Palazzo delle Stelline in Corso Magenta erano aperte giorno e notte. Mi chiese di andare lì a insegnare e accettai. Mi chiese poi di coordinare il corso di Regia, e insieme all’elaborazione dei piani di studio mi inventai nuovi modi di mettere alla prova studenti e neodiplomati: accordi coi teatri milanesi per mettere in stagione i loro spettacoli, accordi con grandi registi perché li prendessero con sé nelle loro “botteghe”, esperienze creative con l’opera lirica o col mondo dei multimedia.

Nel frattempo Roberto Bacci mi invitò a dirigere un progetto in Toscana: intercettare e mettere in scena quei luoghi dove c’era stato un rapporto fecondo tra artisti stranieri e comunità locali. Chiamai quel progetto Toscana delle culture, e furono mesi di incontri inaspettati e di due festival indimenticabili, a Pontedera e Volterra. Da quell’esperienza nacque l’idea di fondare Toscana delle Culture sull’Amiata, come festival-laboratorio interdisciplinare e creativo, una formula che ebbe subito un inaspettato successo sia nella popolazione locale che nel mondo dell’arte.

Le permanenze sull’Amiata e il successo del festival mi procurarono una scossa. Dopo tanti anni risentire intorno a me parlare la mia lingua mi dava un grande calore; mi sentii anche investito di una missione: avevo visto tanti teatri meravigliosi, e lì erano in molti che non avevano mai visto nemmeno uno spettacolo. Decisi che dovevo investire le mie energie nella creazione di un nuovo centro di creazione artistica in quel posto sperduto. Furono in molti a darmi una mano. La Regione Toscana, l’Eti-Ente teatrale italiano, la Provincia di Grosseto.

A fianco del festival cominciai a costruire progetti invernali: la stagione teatrale di Arcidosso, i laboratori nelle scuole, i progetti europei, le reti. Cominciai a trascurare gli impegni milanesi, emi appassionò una nuova sfida.

Da giovane avevo cominciato a fare teatro perché amavo la regia, ma ero stato riconosciuto soprattutto per le mie capacità progettuali e organizzative. Ora era arrivato il momento di ricongiungersi con l’antica passione, e decisi di regalarmi un mese: presi in affitto un appartamento ad Abbadia San Salvatore, che mi offriva il piccolo prezioso Teatro Servadio, e chiamai vicino a me un’attrice e uno scenografo che avevano vissuto l’esperienza di Neiwiller, l’artista che mi aveva più colpito e che era scomparso troppo presto, stroncato dalla leucemia. In quel teatrino nacque Rosso Cinabro, il primo spettacolo della mia nuova vita da regista.

Alla fine del 1999 feci il gran passo e mi trasferii sull’Amiata. Il festival del 2000 fu l’apice del successo: ormai coinvolgeva 15 Comuni e due Provincie. Troppo. Incontrollabile, e distante dall’idea iniziale.

Iniziò la crisi. Ci rimpicciolimmo, iniziando di nuovo dalle residenze artistiche: Ascanio Celestini, Marco Paolini, il Workcenter di Jerzy Grotowski, Virgilio Sieni. L’allora sindaco di Siena Pierluigi Piccini chiese un nuovo progetto teatrale per la città, che aveva coraggiosamente proiettato verso il contemporaneo, e nacquero due anni di SienaTeatri.

Arrivarono i primi riconoscimenti della mia nuova vita di regista: lo spettacolo Ribelli, nato per SienaTeatri insieme ad altri 5 registi toscani, fu invitato a Firenze e al festival internazionale del Baltiskij Dom di San Pietroburgo. Poco prima avevo invitato al festival amiatino il pedagogo russo Jurij Alschitz, vecchia amicizia, per la sua nuova idea: un laboratorio europeo al femminile sui modelli delle donne del XX secolo. Fu lì che intravidi tra le altre l’attrice milanese Sara Donzelli; ci eravamo già incontrati di sfuggita a Milano, ma in quell’occasione la conoscenza si approfondì, anche troppo.

Dal sodalizio con l’attrice Sara Donzelli è nata la compagnia Accademia Mutamenti: qual è stata la molla che vi ha spinto ad intraprendere questo progetto?

L’incontro con Sara è stato prima di tutto una scintilla d’amore. Dopo qualche tempo mi chiese di aiutarla nella regia di un suo spettacolo, che si provò un po’ al Teatro degli Unanimi e un po’ al Teatro centro Pietrasanta a Milano, un bellissimo spazio teatrale di cui lei era direttrice artistica. La donna di cui ero innamorato era anche un’attrice straordinaria, ritrovavo Milano,e il Crt ci offrì di entrare in stagione con il nostro fino al punto che si può raggiungere nel febbraio 2005. La decisione era presa: a gennaio a Grosseto andammo dal notaio e fondammo la nostra compagnia Accademia Mutamenti.

Fu da subito un’intesa profonda che generò un susseguirsi di idee e cambiamenti nelle nostre vite. Sara decise di venire a vivere ad Arcidosso; lì nacque il secondo fortunato spettacolo La Regina dei banditi, poi La camera di sangue, e mentre diminuivano le prospettive del festival parallelamente gli spettacoli cominciavano a girare in tutta Italia. Il PiM di Milano ci offrì una residenza artistica di un mese, a Trieste la provincia ci finanziò la permanenza di dieci giorni nel teatro dell’ex Ospedale Psichiatrico di Basaglia, a Palermo durante una replica conoscemmo Lina Prosa, autrice con cui iniziò un sodalizio artistico che dura ancora oggi; e Lina, nel frattempo, è diventata l’autrice italiana più rappresentata al mondo.

Per arrivare ai tempi nostri, che ci vedono ancora insieme, attivi e nomadi, sull’Amiata si esaurirono non solo il festival, ma l’idea stessa di centro artistico a cui mi ero dedicato per più di vent’anni; ci siamo trasferiti a Marina di Grosseto e di nuovo lunghi periodi a Milano, dove il Comune mi ha nominato nella commissione di esperti per la valutazione dell’operato dei teatri convenzionati della città.

Per la creazione degli spettacoli chiediamo ospitalità un po’ qua un po’ là, siamo in cerca di un nuovo “centro”. La stanza del tramonto, spettacolo che Lina Prosa ha scritto per noi da un’idea di Sara, ha avuto una gestazione di 6 anni ed è stato provato a Palermo, Lecce e Castiglioncello. Lo considero il nostro capolavoro. Dopo l’anteprima al Teatro Vascello di Roma e il debutto a Teatri di Vita di Bologna, siamo stati alla Triennale di Milano, e qui vicino alla Fonderia Leopolda di Follonica; c’è stato scritto un libro, ed è tutt’ora – purtroppo non con la frequenza che meriterebbe – nel giro del grande teatro. Nella prossima stagione saremo agli Industri, nella mia città, e anche i grossetani lo potranno vedere.

Accademia Mutamenti è anche residenza artistica: ce ne vuoi parlare?

Il nostro percorso artistico non è quello della classica compagnia di giro, questa è solo una parte dell’attività. L’altra parte, altrettanto sentita e per noi fondamentale, è quella della relazione con le persone e i luoghi – prima di tutto quello in cui si abita – che non si limita alla visione di uno spettacolo. Ci piace mettere la nostra conoscenza teatrale al servizio della comunità, inventarsi progetti sociali, artistici e culturali sul territorio, insieme a chi ci vuole stare. Scuole di Teatro, laboratori di teatro e anche di cinema nelle scuole, progetti europei dedicati alle persone che vivono accanto a noi, come il progetto Iride del 2007 sull’autorappresentazione delle nuove identità rurali, che produsse uno spettacolo teatrale e un cortometraggio.

Per noi è un’oscillazione vitale: quella tra l’atto artistico intimo, personale e radicale, e la condivisione e l’apertura verso una comunità. Abbiamo sperimentato queste pratiche comunitarie in Maremma, poile abbiamo esportate in molti luoghi: nell’Ogliastra in provincia di Nuoro abbiamo lavorato con gruppi di donne in costume tradizionale sardo; nell’area di archeologia industriale delle ex Distillerie De Giorgi di San Cesario a Lecce con la popolazione locale; al Teatro Greco di Morgantina e alla Valle dei Templi di Agrigento con le compagnie amatoriali siciliane. Fino in Bangladesh, dove siamo stati ospiti del Dipartimento di Teatro dell’Università di Dahka e del Village Theatre di Chittagong, dove in dieci giorni abbiamo fatto conferenze, laboratori con gli studenti e spettacoli con teatri pieni. Questo è il senso vitale della residenza artistica: il teatrante che si ferma, abita un luogo e si inventa un gioco con chi gli sta intorno. Creando relazioni non occasionali.

E’ anche fare progetti innovativi: nel settembre scorso abbiamo fatto a Fiumara – nell’Oasi San Felice a Marina di Grosseto – la residenza artistica Dune – Arti Paesaggi Utopie, dedicata ad artisti visivi e performer under 35 emergenti provenienti da tutta Italia, producendo esperienze e immagini che sono diventate patrimonio del territorio, tracce di una nuova identità,fuori dai luoghi comuni dei butteri e delle mucche con grandi corna, che comunque adoro e rispetto. E suscitato relazioni di giovani artisti con i nostri giovani.

Ho passato molto tempo a cercare una Foresteria in Maremma: una struttura fondamentale per fare progetti artistici stabili a costi sostenibili. L’ho trovata a Cinigiano, con a fianco un Teatro perfettamente utilizzabile, e qualche anno fa ho cominciato a fare là dei progetti basati sull’ospitalità di giovani compagnie, grazie all’intesa col Comune e al contributo della Regione Toscana. E’ grazie a quella Foresteria, ribattezzata Le Muse, che dal 2017 Cinigiano è sede della residenza artisticaprevista dal bando di Scrivere il Teatro, concorso nazionale di scrittura per le scuole indetto dal Ministero dell’Istruzione e dal Centro italiano dell’I.t.i. – International Theatre Institute/Unesco, che premia con la messa in scena il testo vincitore. Io e Sara curiamo la regia, e dopo Cinigianosi va a debuttare a Roma – quest’anno al Teatro Eliseo – il 27 marzo, Giornata mondiale del teatro.

Ecco, tutto questo per me è essere residenza artistica, praticare un concetto che ha a che fare con casa, abitazione, stanzialità. A patto che subito dopo si possa anche partire ed essere nomadi, cittadini del mondo, e trovare un equilibrio in tutto questo.

Tanti lavori sia per adulti che per un pubblico più giovane, e sempre con una particolare attenzione alle relazioni tra maschile e femminile.

Beh, è uno dei temi fondamentali della vita. Tra l’altro noi siamo una coppia, e per noi il teatro è un luogo dove si affrontano i temi caldi del vivere, quindi ci viene naturale, fa parte del nostro essere in due, tra intese miracolose e conflitti pesanti. L’anno scorso ci siamo sposati, e l’immagine che abbiamo messo nell’invito era quella di una coppia di sposi in equilibrio sul filo, due funamboli che si guardano teneramente ma stanno anche molto attenti perché sono molto in alto. Qualche volta abbiamo abbandonato il tema, ma finiamo sempre per ritornarci, in un modo o nell’altro.

“Kkore – Canto delle accorate per chi ha un cuore” propone in chiave moderna il mito di Demetra e Persefone, chiamata anche Kore appunto: quanto è importante oggi come oggi concentrarsi ancora sul mito?

Il mito ci abita, e ci insegna. Quando ci si avvicina a certe storie, certi temi, ci sentiamo toccati nel profondo, sentiamo che ci riguarda. Come specie, dico, qualcosa che va al di là della contingenza immediata, qualcosa che ci parla della nostra natura di esseri umani. E’ questa la potenza dei miti. Per Kkore Lina Prosa ha avuto un’intuizione straordinaria: la scena si apre su un dialogo tra Demetra e Kore che sono semplicemente una madre e una figlia. La ribellione della figlia è ostinata, appare perfino assurda. Ma è vitale, è la molla stessa della continuità della specie. E per farlo la giovane donna si espone al rischio, fin dentro gli inferi. E’ un mondo psichico in cui rimbalzano tutti i temi del nostro oggi. E’ questa la potenza e la presenza del mito.

Kkore è uno spettacolo nato con l’intento di portare dentro la comunità, sul palco; in ogni luogo dove lo rappresentiamo creiamo un Coro popolare, che fa scene di massa; è un modo per allargare la condivisione del mito. A Enna è avvenuto qualcosa di speciale: lì il mito di Kore è presente nella cultura della gente – il grano lo chiamano kore – e ci sono certi gesti delle donne anziane, o certi canti contadini, che lo rimandano. Tutti materiali sorprendenti, che grazie al laboratorio entravano dentro lo spettacolo e lo arricchivano di senso, gli davano spessore umano.

A cosa state lavorando adesso?

Questa prima parte del 2020 è piuttosto intensa: ad Orbetello è in corso Il teatro dei giovani, un progetto finanziato dalla Fondazione Cr Firenze: si sono coinvolti 50 ragazze e ragazzi del Polo Liceale che vengono formati sui mestieri della cultura e della comunicazione, divisi in diversi gruppi di alternanza scuola-lavoro, e insieme a noi organizzano e promuovono la stagione teatrale Teatro della Laguna, stimolando i loro coetanei a partecipare agli spettacoli serali e agli incontri con gli artisti.

Poi si entra nella fase finale di Scrivere il teatro: a vincere è stato il testo di una classe del Liceo di Caltagirone: andremo a casa loro per un primo laboratorio, poi ospiteremo tutto il gruppo degli studenti-autori-attori in residenza artistica a Cinigiano per otto giorni di prove, poi tre giorni al Teatro Eliseo di Roma dove si debutterà.

E stiamo lottando per trovare il tempo per noi, perché tra poco debuttiamo al Teatro Linguaggi creativi di Milano – un piccolo teatro underground sui Navigli – col primo studio scenico del nostro nuovo spettacolo: La signora col cagnolino. E’ tratto da uno dei più bei racconti di Anton Cechov, una storia molto semplice ma che ci riguarda da vicino. Non solo a noi, ma a tutti. Guarda caso è una storia d’amore, e stavolta in scena accanto a Sara – un po’ defilato – ci sarò anch’io.

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