L'intervista

A tu per tu con Cecilia Laschi, la ricercatrice maremmana che sperimenta i nuovi campi della robotica

Cecilia Laschi

FOLLONICA – Se riesco a contattare Cecilia Laschi, professore ordinario di biorobotica alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ed una delle persone più autorevoli nel campo della robotica a livello mondiale, lo devo ad una persona a cui sono veramente grata.
Quando ha risposto al messaggio che le avevo inviato , apprenderne la disponibilità a concedermi questa intervista per me è stata una grande gioia che in questo momento si unisce ai miei ringraziamenti più sinceri.
A questo punto devo concentrarmi sulle domande e sceglierne alcune anche se vi garantisco sarebbero molte di più.

-Cecilia, lei è nata a Piombino ma è cresciuta a Follonica , attualmente abita a Livorno. Si potrebbe dire che la presenza del mare è una costante nella sua vita…

Decisamente sì, chi nasce sul mare se ne allontana con difficoltà. Ho sempre avuto passione per il mare e le varie attività marine che si possono fare a Follonica, e anche la decisione di vivere a Livorno è senz’altro legata alla presenza, prorompente, del mare in questa città. Recentemente sono anche riuscita a coniugare questa passione con il mio lavoro, avendo un laboratorio a Livorno, proprio sul mare, dedicato alla ricerca in robotica marina. Qui ho l’opportunità di studiare le specie marine, per trarne ispirazione per la robotica, e di realizzare robot per applicazioni marine.

-Follonica comunque rimane la città dove lei è cresciuta. Che ricordo ha di quegli anni? E quanto si sente ancora legata a questo posto?

Mi sento ancora assolutamente di Follonica e le sono molto legata. Tutta la mia famiglia è a Follonica e questo mi dà l’opportunità di frequentare ancora spesso la città. Degli anni della gioventù a Follonica ho ricordi molto belli, con una qualità della vita molto elevata, legata al mare e molte altre attività. Ricordo che nell’età del liceo percepivamo la città come un po’ stretta per dei ragazzi di quell’età, che hanno voglia di fare esperienze e di conoscere il mondo. Soffrivamo di questo soprattutto d’inverno, perché l’estate era un’altra cosa, la città cambiava volto e in un certo senso era il mondo a venire da noi. Credo però che oggi questo sia molto diverso, sia perché la città è cambiata e cresciuta, sia per le maggiori opportunità che i giovani hanno per avere informazioni e per viaggiare.

-Le si occupa di robotica umanoide ed in particolare di applicazioni di modelli neuroscientifici su robot e di bioingegneria del neurosviluppo. Vuole spiegarci in che cosa consistono le sue ricerche?

La ricerca in robotica umanoide è stata la mia attività principale per molti anni. E’ una ricerca che riguarda soprattutto l’intelligenza dei robot e che lega la robotica alle neuroscienze. Si cerca infatti di implementare sui robot umanoidi i modelli che spiegano alcuni meccanismi del cervello umano. Abbiamo per esempio reso i robot in grado di imparare, utilizzando delle reti neurali artificiali, oppure di fare delle predizioni sulle conseguenze delle proprie azioni, così come fa il cervello. Questo ci permette allo stesso tempo di conoscere qualcosa in più del cervello e si può dire che i robot umanoidi vengono utilizzati in realtà per studiare il cervello umano. Inoltre, ci sono dei collegamenti con la diagnosi e la cura del cervello e la ricerca che ho svolto per alcuni anni nella cosiddetta bioingegneria del neurosviluppo consisteva nella realizzazione di giocattoli sensorizzati per misurare e promuovere le azioni motorie di neonati con patologie dello sviluppo neuro-motorio.

– I suoi studi hanno portato anche allo sviluppo del Soft-Robot, cioè il robot ad arti mobili come Octopus , ispirato al polpo. Ce ne vuole parlare?

Più recentemente, da una decina d’anni a questa parte, ho spostato la mia attenzione dal cervello al corpo dei robot, perché capivo che non si possono scindere le due cose e non si può pensare di implementare modelli del cervello in robot che hanno un corpo fisico troppo diverso da quello del modello biologico. Si era anche capito, nella comunità scientifica della robotica e dell’intelligenza artificiale, che il corpo fisico ha una funzione importante nel controllo motorio e nello sviluppo dell’intelligenza. È però necessario ripensare il modo in cui si costruiscono i robot e in particolare dobbiamo fare in modo che il corpo dei robot sia morbido, cedevole, in modo da interagire fisicamente con l’ambiente e adattarsi a questa interazione.
Questa idea è profondamente in contrasto con i principi fondamentali delle tecnologie robotiche classiche, che partono dall’assunto che il robot sia costituito da segmenti rigidi. Del resto, è invece profondamente in accordo con le osservazioni che si possono fare in natura, dove gli animali sono essenzialmente costituiti da tessuti morbidi, anche nel caso in cui abbiano degli scheletri.
Ecco allora che il polpo è diventato un modello eccellente per un nuovo tipo di robotica, soft, perché questo animale non ha strutture rigide e riesce a svolgere molti compiti di interesse per la robotica, come afferrare e manipolare oggetti, nuotare, camminare sul fondale. Lo studio del polpo è stato un periodo molto interessante e gratificante della mia ricerca. Abbiamo allevato e osservato gli animali, ottenendo misure che non erano note in letteratura, per esempio di quanto riescono ad allungare ogni loro braccio o quanta forza riescono ad esercitare. Abbiamo capito e modellato matematicamente alcuni meccanismi motori dell’animale. Abbiamo poi sviluppato diverse tecnologie per realizzare robot morbidi e per farli muovere, usando silicone e altri materiali ‘intelligenti’, che oggi utilizziamo per tante applicazioni, da quelle biomediche a quelle marine.

-La parola “scienza” deriva dal latino “ scientia” che letteralmente significa “conoscenza”. In una scala da uno a dieci qual è secondo lei il grado di “conoscenza” che l’uomo ha raggiunto?

La conoscenza che l’umanità ha raggiunto è cresciuta in modo significativo nell’ultimo periodo della storia dell’uomo sulla terra. E’ difficile valutare tale conoscenza su una scala perché non sappiamo che cosa corrisponde al valore massimo, cioè cosa significherebbe conoscere tutto. Per chi fa scienza, ottenere una nuova conoscenza significa solo permettere di porci altre domande, per andare a cercare ulteriore conoscenza, in un processo che è virtualmente infinito.

-Stephen Hawking ha detto “ Gli scienziati sono diventati portatori della torcia della scoperta nella nostra ricerca di conoscenza”. Cosa si sente di dire lei a questo proposito?

Il ruolo dello scienziato è naturalmente questo, quello di cercare e rendere disponibile a tutti ulteriore conoscenza. Nella scienza ci sono delle regole per garantire che questa conoscenza è corretta. Oggi questo è quanto mai importante, vista l’enorme quantità di informazioni, facilmente accessibili, ma non necessariamente corrette, cui siamo esposti quotidianamente.

-“Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni”, diceva Eleanor Roosevelt, se lei dovesse descrivere il futuro che ci attende quali aggettivi userebbe e perché?

Attenendomi al mio settore, come si fa nella scienza, per il futuro immagino una robotica molto meglio integrata con il mondo naturale e con gli uomini. Credo che supereremo l’attuale divergenza tra tecnologia e mondo naturale e l’attuale competizione (vera o percepita) tra l’uomo e le macchine. Sapremo costruire tecnologie più sostenibili, dal punto di vista sociale, economico, etico e ambientale, proprio perché è comunque l’uomo a costruirle. Oggi fare robotica è un’impresa interdisciplinare: dobbiamo ripensare i modelli economici e il mondo del lavoro, in modo da trarre vantaggio dal lavoro dei robot, anziché temerlo; dobbiamo studiare i modelli sociali del futuro, anziché farceli imporre dalla tecnologia; dobbiamo disegnare il contesto normativo per l’introduzione di robot nella società; e dobbiamo garantire i principi etici nell’impiego dei robot. L’Italia è in una posizione molto competitiva nel settore della robotica, non solo perché è tra i primi paesi al mondo nella ricerca e nell’industria, in questo settore, ma anche perché ha una tradizione culturale basata sulle scienze umane, che può aiutare a guidare, oggi, lo sviluppo della robotica di domani, sostenibile.

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