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A tu per tu con Stefano “Cocco” Cantini, il Nastro d’argento della Maremma

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FOLLONICA – Tramite un amico che abbiamo in comune, e che ringrazio, riesco a mettermi in contatto telefonico con Stefano Cocco Cantini. Lui si rende subito disponibile a concedermi questa intervista, e così ci diamo appuntamento in centro per il giovedì successivo.

Sono le 11,30 e, sebbene il sole ci regali una temperatura mite, preferiamo entrare dentro ad un bar e sederci ad un tavolo situato all’interno del locale. Poi ordiniamo qualcosa da bere ed iniziamo la nostra chiacchierata.

Innanzi tutto complimenti per la tua attività di musicista e grazie per avermi concesso di darti del tu ed anche per essere riuscito a ritagliarti un po’ di tempo per incontrarmi nonostante i tuoi innumerevoli impegni. Allora Stefano “ Cocco” Cantini, come prima cosa ti chiederei qual è l’origine ed il significato del tuo pseudonimo “Cocco”.

Beh, “Cocco” è un soprannome, come tutti avevamo in quell’epoca a Follonica. Questa usanza viene probabilmente dal brigantaggio, comunque nessuno si chiamava mai per nome. Il mio babbo, il mio nonno avevano un soprannome; ma anche i miei compagni, i miei amici. Quando proprio non lo avevano, si chiamavano con il nome del padre , ma con il nome vero non si chiamava mai nessuno. Cocco perché ero un amante del gelato e ce ne era uno in particolare che si chiamava Eldorado e nella confezione c’era raffigurato un personaggio di Jacovitti che si chiamava e si chiama ancora Cocco Bill. Quindi “Cocco” sta per Cocco Bill, un personaggio mitico.

Un nastro d’argento a Taormina nel 1986 per la colonna sonora del film “ Stegati” per la regia di Francesco Nuti, dove eri sax solista. Cosa ricordi di quei momenti?

E’ sempre molto gratificante contribuire alla riuscita di progetti di alto livello, e alcuni di questi hanno reso possibile il mio ingresso nella classifica internazionale che alcuni anni fa fece Down Beat, la rivista di musica più importante al mondo. Con 4 stelle e ½ su 5 mi collocai ai primi posti come esecutore: come sassofonista, prima di Paul Simons, Santana, Sinatra e Mc Coy Tiner. Un risultato molto importante per il mio lavoro.
Tornando a parlare di Nuti, devo precisare che il mio rapporto con lui e il fratello, autore delle musiche, non era solo quello di musicista, ma anche quello di amico, e che la colonna sonora del film “ Stegati” è una colonna sonora di altissimo livello in cui la melodia principale in realtà l’ho improvvisata io con il sassofono, e questo mi fu riconosciuta da tutti.

Hai partecipato a turnèe di artisti come Ray Charles e Phill Collins: qual è il ricordo che porti con te di quelle esperienze?

Questi artisti sono stati importanti per la mia carriera di professionista, perché mi hanno aperto innumerevoli altre strade ed occasioni. Sono state due esperienze completamente differenti. Phil Collins suonava rock, funk, tipico della sua musica. Mentre con Ray Charles fondamentalmente jazz. Ricordo che ero l’unico bianco in un’orchestra di neri. Infatti nelle uniche due foto che ho sono bianco slavato da non guardare. Ricordo che in certi momenti avevo quasi la sensazione di subire una specie “razzismo alla rovescia”, nel senso che c’erano i sassofonisti e i trombettisti che mi amavano, i trombonisti invece mi davano l’impressione di considerarmi una specie di usurpatore, che aveva preso il posto di qualcuno di loro. Fatto strano perché nell’arte non esistono differenze di pelle, religione ed età.

Hai lavorato anche con artisti italiani come Laura Pausini, Fiorella Mannoia, Raf, Irene Grandi

Si quando ero un po’ più giovane ho accettato anche questo tipo di lavoro, perché per un artista fare solo delle cose specialistiche in Italia è difficilissimo, e quindi devi essere pronto e preparato a sapere fare molte cose. Questo non vuol dire che la mia parte artistica sia stata rinnegata in tournée di quel tipo. La mia parte artistica, la mia personalità è emersa sempre, anche in questo tipo di esperienze, e devo dire che ho sempre avuto apprezzamenti. Ero e sono apprezzato proprio per questo, perché comunque cerco di mettere originalità nelle cose che faccio.

Hai composto colonne sonore anche per produzioni teatrali per esempio per Giorgio Albertazzi: parlaci un po’ di come vi siete conosciuti.

Giorgio è stato un carissimo amico sia in senso artistico che nella vita. Il mio incontro con Giorgio risale a molti anni fa. Ci siamo conosciuti grazie a sua moglie Pia Tolomei, mia carissima amica che abitava, ed abita tuttora, nella zona di Braccagni. Da lì iniziò, oltre che l’amicizia, anche un rapporto professionale. In “duo” grazie al calibro artistico di Giorgio abbiamo fatto cose strepitose. Ho dei ricordi meravigliosi, era veramente un grande. So che nel teatro era amato, ma anche odiato in egual misura, ma in Italia siamo così: ci sono persone che ti amano follemente e persone che ti odiano. Bene che sia così, perché è il segno che vali, non si può piacere a tutti. Posso dire che professionalmente era una persona incredibile. Per fare un esempio, si ricordava a mente praticamente tutto Leopardi e non solo. Abbiamo passato delle serate in cui raggiungeva veramente vette altissime, ed io con la musica cercavo di stare con lui attaccato con “interplay”. Mi piace molto questa parola perché riguarda molto anche il mondo del jazz nella sua accezione più alta di fare improvvisazione collettiva, fare musica insieme, fare arte insieme.

Su Wikipedia si legge che fra gli artisti che ti hanno più influenzato c’è anche il nome di John Coltrane: vuoi spiegarci perché?

La spiegazione è semplice: lui è stato un grandissimo del sassofono tenore e del sassofono soprano, che sono i miei prediletti. Coltrane non ha solo inventato un modo nuovo di suonare, ma iniziò, nella sua breve carriera artistica, un percorso importante di cui tutti noi ancora non vediamo la fine. Per me è stato cosi importante che mia figlia si chiama come la sua prima moglie e come un suo brano celebre a lei dedicato che si intitola “Naima”.

Luis Amstrong disse “Amico, se hai bisogno di chiedere cos’è il jazz , non lo saprai mai”: cosa potresti dire a riguardo, Stefano, e che cosa è per te il jazz?

Parole sante quelle del grande Amstrong, perché troppe volte critici e musicisti mediocri tendono a classificare la musica scandendo periodi, generi, forme. Una tristezza. La musica è una forma d’arte che, grazie al suo linguaggio universale, contamina altre forme d’arte e a sua volta è contaminata da se stessa nelle sue tante espressioni. Beh…che cosa è il jazz? Il jazz è musica. E’ musica suonata in maniera estemporanea da musicisti. Possiamo definirla come “composizione estemporanea”. Questo forse è il jazz.
Mi piace pensare anche ad altro nell’uso di questa parola, ad esempio dire che una cosa è bella, una cosa è fresca, una cosa è sentita,  “è jazz”. Ecco, forse questo è il termine più giusto per usarla.

E mentre riporto ciò che ha detto Stefano sul mio foglio bianco mi viene in mente un’altre frase su cui, secondo me, vale la pena di riflettere. E’ di Alessandro Baricco, e dice così: “A volte le parole non bastano, e allora servono i colori e le forme e le note e le emozioni”.

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