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A tu per tu con Andrea Luschi, il cugino dello scienziato maremmano Mario Grossi

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FOLLONICA – “In tutte le cose della natura esiste qualcosa di meraviglioso” diceva Aristotele, e mi piace pensare che in qualche modo l’ingegnere Mario Grossi abbia raccolto questa affermazione trasferendola alle sue ricerche nello spazio.

Sono le 14,50 ed il treno da Grosseto arriva puntuale a Follonica. Andrea Luschi scende e mi viene incontro e finalmente ci conosciamo di persona, dato che ci eravamo presentati solo per telefono.

Mentre ci incamminiamo alla ricerca di un bar dove poterci sedere e chiacchierare un po’, colgo l’occasione per ringraziarlo della sua disponibilità.

Ed eccoci qui, seduti l’uno di fronte all’altro, sul tavolo due caffè macchiati ed il mio blocco per prendere appunti.

95 anni fa, il 10 gennaio, a Giuncarico (Gavorrano) nasceva Mario Grossi, che si è spento a Boston l’11 gennaio del 1999. Andrea, ci vuole raccontare chi era il suo biscugino?

Mario era un ingegnere, laureatosi a Pisa, diventato poi radio fisico e grandissimo esperto di onde radio. Nel secondo dopoguerra lavorò prima a Genova, alla Marconi, industria leader nel settore dell’elettrotecnica di quell’epoca, in qualità di ingegnere progettista. Nello stesso periodo ottenne l’incarico di assistente alla facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova. Si trasferì in America alla fine degli anni ’50 per avere maggiori possibilità di fare ricerca, e negli Usa lavorò sia come consulente scientifico della Raytheon siaal Sao (Smithsonian astrophysical observatory dell’Università di Harvard), dove guidò per anni il gruppo Progetti speciali. Il suo impegno era continuo, dividendo i giorni della settimana tra le due attività, e mi ricordo che in una lettera mi scrisse proprio che non poteva permettersi una vacanza per seguire tutti i suoi numerosi progetti: Mario si limitava ad osservare l’oceano dalla finestra del suo ufficio della Raytheon nel Rhode Island.

Dalla provincia allo spazio, per arrivare fino alla prima esplorazione su Marte e al primo volo congiunto russo-americano Apollo-Sojuz. Cosa ricorda di quei momenti?

In realtà questa fase non l’ho vissuta in prima persona. Mario si trasferì in America quando io avevo 5 anni, e quindi le nostre famiglie si tenevano in contatto tramite lettere che arrivavano puntuali a Natale e a Pasqua. Io vedevo arrivare a casa queste belle buste di posta aerea e chiedevo a mio padre chi le mandasse, e lui si limitava a rispondermi che a scriverle era Mario, il figlio di sua cugina che “mandava i satelliti nello spazio”. Le imprese di Mario Grossi sono state tutte pietre miliari nella storia della conquista dello spazio: dai primi satelliti OV4 del 1966, alla missione congiunta Apollo Soyuz del 1975, quindi alla missione Viking 2 del 1976 fino ad arrivare all’esperimento del satellite al “guinzaglio” del 1992, ovvero il Tethered Satellite System. E su Marte poi, proprio per ricordare quell’impresa del 1976 voluta dagli Usa per celebrare il secondo bicentenario della loro nascita, è stata rilasciata una placca d’oro su cui sono stati incisi i nomi degli scienziati che parteciparono alla missione, tra i quali c’era anche il nome di Mario Grossi.

Quali ricordi ha del tempo che avete trascorsi insieme? E qual è quello che più la commuove?

Un ricordo importante è quello del giorno in cui gli fu conferita la cittadinanza onoraria del Comune di Gavorrano. In quel pomeriggio del settembre 1994 c’era tutto il paese ad accoglierlo, e quella fu davvero una grande festa. Un altro ricordo indelebile risale al 1996, quando io ed i miei figli fummo suoi ospiti a Cape Canaveralin, occasione del lancio del satellite Tethered: in quella occasione mi invitò più volte ad andare a mangiare in un ristorante cinese, io però non ci volli andare e questo è rimasto tuttora un grande rammarico per me. Ma il ricordo che più mi ha emozionato fu in occasione di una nostra visita al cimitero di Giuncarico, perché, quando ci fermammo davanti alla cappella di famiglia, Mario mi disse: “Vedi, quando sarà il momento, quello è il mio posto”. Questo mi fece capire il suo desiderio di voler tornare in Italia, nel paese dove era nato e dove aveva vissuto gli anni dell’infanzia, ricordando ancora le scampagnate ai castagni di Sassofortino (Roccastrada) e le gite al mare di Follonica. Se la salute glielo avesse permesso, avrebbe voluto trascorrere alcuni mesi all’anno a Giuncarico e da qui continuare a lavorare usando internet, che stava incominciando a diffondersi capillarmente anche da noi.

Quale eredità ha lasciato a lei e quale secondo lei ha lasciato al mondo?

Nella nostra vita molta gente va e molta viene, ma sono pochi quelli che riescono a cambiarci per sempre. Questa credo che sia l’eredità che mi ha lasciato mio cugino Mario. Per la comunità scientifica mondiale, che ha riconosciuto in lui una mente capace di prevedere il futuro con decenni di anticipo, ha lasciato in eredità il rispetto per l’attività di ricerca, da portare avanti con generosa dedizione, con profonda convinzione e umiltà, senza seguire i facili interessi del momento.

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