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A tu per tu con Federico Guerri, il maremmano con una nomination al Premio Strega

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FOLLONICA – Una nomination al Premio Strega nel 2015 per “Una commedia romantica sulla fine del mondo” è un ottimo biglietto da visita e la dice lunga sul legame che Federico Guerri ha con il teatro e con tutto ciò che gli gira intorno.

Si laurea in giurisprudenza ma le sue vere passioni sono il teatro e la scrittura. Da quasi vent’anni lavora come operatore teatrale con il progetto Fare Teatro e come docente nei laboratori di teatro a Grosseto e Follonica dove insegna “Adattamento ai testi narrativi” e “Sceneggiatura” presso il Dipartimento di Discipline della Comunicazione e dello Spettacolo dell’Università di Pisa.

Federico, intanto grazie per avere accettato questa intervista e complimenti per le tue molteplici attività, anche se tu ti definisci un improvvisatore teatrale. Questo mi fa pensare alla “Poetica” di Aristotele in cui si legge che la tragedia nasce proprio dall’improvvisazione. Quanto sei legato al teatro classico?

Moltissimo. Per dire, considero Aristofane l’ufficio stampa di Dio. Il teatro classico è il posto da cui veniamo e in cui torniamo sempre. E’ il luogo in cui l’umanità narra se stessa, in cui ci si decifra e ci si definisce come umani. E’ difficile, per esempio, dire qualcosa su noi stessi che non abbiano già detto Eschilo o Shakespeare. E’ per quello che personaggi come Antigone o Amleto continuano a parlarci. Anche se i tempi sono cambiati, la mente umana non ha avuto tempo di evolversi e quindi i dilemmi dei personaggi classici sono ancora nostri. Cambia il nome ma non il cosa e stiamo facendo teatro con strumenti diversi ma con gli stessi dubbi, le stesse domande.

Hai fondato la compagnia Ada: vuoi parlarcene?

Ada è l’”Arsenale delle apparizioni”. Si chiama come la nonna di mia mamma e come la stanza che, ne “I Giganti della Montagna” di Luigi Pirandello, contiene tutto ciò di cui c’è bisogno per fare teatro. Ovvero niente tranne il tuo corpo e la tua intelligenza emotiva, se sei bravo. Ada si occupa da oltre dieci anni di improvvisazione teatrale (siamo la sede pisana della rete nazionale dei “Match d’improvvisazione teatrale”) e drammaturgia contemporanea. Abbiamo fatto il nostro pezzettino per creare quel gran calderone creativo che è la realtà teatrale di Pisa.

Da anni abiti a Pisa con moglie e figlia, ma Follonica che è la città dove sei cresciuto te la porti sempre nel cuore…

Nel cuore e nel corpo e nel cervello. Follonica è una cicatrice. In senso buono e in senso cattivo. Sono cresciuto in una Follonica diversa, la provincia degli anni ’80 e ’90 che non ha niente da invidiare alle province americane raccontate da Stephen King o David Lynch o cantate da Bruce Springsteen, per dire. C’è una dolcezza e una cattiveria. Non posso negare che sarò sempre quel ragazzino che giocava a pallone nel parcheggio di Zona Nuova e scappava dalle bande armate di schiuma durante il Carnevale, il nipote di Nedo, il proprietario del Bagno Briciola e delle sue estati infinite. Follonica è una città luminosa e rumorosa d’estate quanto può essere buia e solitaria d’inverno. Quando ero ragazzino, per giunta, non c’erano cinema né teatro, e la città più vicina la raggiungevi in auto. Perciò mi sono rifugiato (ed è un bellissimo rifugio) nelle storie dei libri e dei fumetti, in quelle narrate insieme ai miei coetanei in pomeriggi bellissimi di gioco di ruolo. E’ il posto in cui ho imparato a raccontare e mi sembra giusto raccontarlo.

E non manchi mai di farvi tappa durante le presentazione dei tuoi lavori, come l’ultimo “ L’inverno di Beucinella”…

Assolutamente no. Presentare “Bucinella” a Follonica era doveroso perché Bucinella, per molti versi, è Follonica, e chi leggerà il libro potrà riconoscerne direttamente luoghi e personaggi. Era una presentazione diversa da tutte le altre, organizzata dagli amici del “Laboratorio dello spettacolo” e in un luogo – la Biblioteca – in cui sono cresciuto (mia mamma Miria ne è stata per anni la direttrice). E’ stato, immagino, un po’ come per Edgar Lee Masters portare le sue poesie di Spoon River nella città natale. Guardavo il pubblico e mi dicevo: “Qua dentro ho scritto di te, di te e di te. Potete capirmi, no?”. Alla Maremma sono molto legato, è casa. Con tutto che la casa, magari, va rinnegata ma te la porti sempre dietro. Ti porti dietro l’ironia, la spontaneità di quei luoghi e un retrogusto amaro, tremendo, nostalgico. Comunque, oltre che per le presentazioni, son da quelle parti tutte le settimane a insegnare. Il mare di Follonica è un liquido amniotico e c’è di sicuro un cordone ombelicale che mi lega a quei posti.

Come nasce l’idea di “Bucinella”?

Nasce dal fatto che, da un po’, non stavo scrivendo narrativa. Solo teatro. E ho bisogno di entrambe le cose. Per cui mi sono messo a scrivere un micro-racconto al giorno, tutti ambientati in una città immaginaria di nome Bucinella. Il luogo era fisso ma il tempo poteva variare dall’origine mitica della città, dalla preistoria, al futuro più lontano. Il genere poteva essere qualsiasi ma l’affresco doveva essere coerente. Quando sono arrivato a una trentina di racconti ho deciso di pubblicarli, uno al giorno, su una pagina Facebook (“Bucinella – 25mila abitanti (circa)). I racconti hanno avuto belle risposte. Tutti si chiedevano dove fosse la città o la identificavano con qualche posto dalle loro parti (ed è un bene perché vuol dire che è universale). Tutti facevano mappe o collegavano i vari personaggi o decifravano indizi presenti nei singoli racconti. Creare un progetto del genere, per chi è appassionato di narrazione come me, è un divertimento unico.

Bucinella è un luogo creato dalla tua fantasia, ma per certi versi ci si potrebbe intravedere la tua Follonica, o sbaglio?

Beh, a questa domanda ti ho già risposto. Sì, mentalmente uso la mappa di Follonica per raccontare Bucinella. Già la copertina de “L’inverno di Bucinella”, il primo volume della saga, già in ristampa dopo un mese dall’uscita, è una mappa di Follonica rielaborata. Diciamo che Bucinella è la Follonica filtrata attraverso la mia fantasia. Ho finalmente deciso di riempire i vuoti di tutto quello che vedevo da ragazzo.

Dall’antichità ai giorni nostri: quale è il tuo rapporto con l’attuale mondo della comunicazione e dei social?

Spero buono. Prima parlavamo di strumenti. Trovo che i social siano, in potenza, un bel modo di comunicare. Trovo che, inoltre, diano la possibilità agli autori di sperimentare modi diversi di raccontare o di farsi sentire, se valgono. “Bucinella” non è l’unico esperimento di narrativa social. Penso a “Vita con Lloyd” di Simone Tempia o “Non è successo niente”, grandi successi editoriali nati su Facebook. Mi piace molto stare al computer, poter scrivere dovunque e correggere in diretta grazie a uno smartphone, poter interagire in diretta con i lettori. Già in “24:00:00” parlavo della morte di una certa concezione di libro ed eccoci qua, nel mezzo di una rivoluzione della comunicazione. Che figata.

E per il futuro?

Teatro, teatro, teatro. I laboratori vanno avanti e non potrebbe essere diversamente. Sono un uomo di teatro, prima di tutto, probabilmente. E poi scrittura, scrittura, scrittura. Sicuramente, visto il successo del primo, uscirà un secondo volume di “Bucinella” – è già pronto – e i racconti andranno avanti sulla pagina. Poi ci sono in ballo un nuovo romanzo (forse ambientato là ma con una storia di più largo respiro) e i testi per una graphicnovel. Non posso dire troppo ma diciamo che tutto dovrebbe uscire entro un anno. E poi non lo so. Mi piace fare cose che non ho mai fatto, tentare strade non battute. Proprio per questo le scopro camminando.

Grazie Federico. E noi ti aspetteremo per un’altra bella chiacchierata.

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