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Caso Termine, Cgil: «Violati diritti garantiti dalla Costituzione. Stessa condizione per tanti sindaci di destra»

GROSSETO – «Il messaggio che arriva da Piombino col licenziamento del sindaco di Monterotondo Marittimo – dichiara Claudio Renzetti, segretario della Cgil maremmana – è di una chiarezza sconcertante. D’ora in poi si potrà fare campagna elettorale anche violando diritti costituzionalmente garantiti. Senza guardare in faccia a niente e a nessuno».

«Licenziare il 23 dicembre Giacomo Termine e comunicarglielo il 24 – ammettendo che ha soltanto usufruito di permessi legittimi – è stata la ciliegina sulla torta di un comportamento istituzionale dalla cifra autoritaria e intimidatoria nei confronti di un proprio dipendente. Un atto che sul piano legale non abbiamo alcun dubbio verrà riconosciuto come illegittimo».

«La giurisdizione del lavoro farà il suo corso. Ma è evidente che in questo caso si è andati consapevolmente oltre. E che ciò richiede una reazione adeguata e trasversale, perché questa scelta minaccia tutti i diritti di qualunque lavoratore, pubblico o privato che sia – continua la Cgil -. Dovesse passare la logica del sindaco di Piombino, come si difenderebbe una donna che fosse licenziata perché va in maternità. Oppure una persona che si assentasse dal lavoro in conseguenza di una grave patologia?».

«Con un colpo di spugna verrebbero cancellati settant’anni di conquiste e di diritti. In questi anni la politica è spesso andata oltre. Questa volta, pur di colpire la parte avversa, non si accorge nemmeno che sta segando il ramo sul quale sta seduta».

«Perché scendere allo stesso basso livello del sindaco di Piombino, Ferrari, sarebbe fin troppo semplice. Già circolano nelle chat liste di sindaci e assessori di centro destra nelle stesse condizioni lavorative di Giacomo Termine» continua.

«Sarebbe facile. Ma la Cgil non parteciperà mai a un cinico gioco al massacro di questo tipo. Perché viene da una storia orgogliosa di lotte per affermare il principio in base al quale ogni lavoratore ha gli stessi diritti, e ogni cittadino ha diritto a fare l’amministratore pubblico. A prescindere dalla sua ricchezza e condizione sociale».

«Non sono più i tempi in cui a fare i sindaci, o a ricoprire cariche pubbliche, potevano essere solo nobili, ricchi professionisti o padroni delle ferriere. E di tornare ai tempi nei quali veniva chiesto di levarsi il cappello davanti al padrone, non sentiamo certo nostalgia».

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