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Natale: pandoro o panettone? Ecco come avete votato al nostro #InstaPoll

Pandoro

GROSSETO – Torna il nostro appuntamento con #InstaPoll, i sondaggi che IlGiunco.net propone alla propria community per sapere come la pensa su alcune questioni di interesse generale. Visto l’imminente arrivo del Natale, vi abbiamo posto uno dei quesiti natalizi più dibattuti di sempre: pandoro o panettone?

La distanza tra le vostre preferenze è stata di pochi voti, ma è stato decretato un vincitore: il panettone, che batte il pandoro 54,2% a 45,8%.

Ma conoscete tutte le curiosità tra i dolci re del Natale? Sicuramente non vi sfuggirà che il panettone è un dolce tipico milanese, mentre il pandoro proviene da Verona.

Nonostante la provenienza veronese del pandoro, le sue origini sono da ricercarsi ai tempi dell’antica Roma. Se ne fa menzione in uno scritto minore che risale al primo secolo d.C., ai tempi di Plinio il Vecchio, che cita un cuoco di nome Vergilius Stephanus Senex che preparò un “panis” con fiori di farina, burro e olio. La ricetta pare derivi anche dal “pane de oro”, che veniva servito intorno al XIII secolo sulle tavole dei nobili veneziani. La nascita della ricetta moderna, almeno come la intendiamo oggi, risale all’Ottocento, come evoluzione del “nadalin”. Il 14 ottobre 1894 Domenico Melegatti, fondatore dell’omonima industria dolciaria veronese, depositò all’ufficio brevetti un dolce morbido e dal caratteristico corpo a forma di stella a otto punte, opera dell’artista Angelo Dall’Oca Bianca, pittore impressionista: il pandoro.

Le origini del panettone, invece, sfumano a tratti nella leggenda. Sono due le novelle che godono di maggior credito.

La prima vede Messer Ulivo degli Atellani, falconiere che abitava nella Contrada delle Grazie a Milano, innamorato di Algisa, bellissima figlia di un fornaio, che si fece assumere dal padre di lei come garzone. Per incrementare le vendite, Messer Ulivo provò a inventare un dolce: con la migliore farina del mulino impastò uova, burro, miele e uva sultanina. Poi infornò. Fu un successo strabiliante: tutti vollevano assaggiare il nuovo pane, e qualche tempo dopo i due giovani innamorati si sposarono e vissero felici e contenti.

La seconda storia racconta che il cuoco al servizio di Ludovico il Moro venne incaricato di preparare un sontuoso pranzo di Natale a cui erano stati invitati molti nobili del circondario, ma il dolce, dimenticato per errore nel forno, quasi si carbonizzò. Vista la disperazione del cuoco, Toni, un piccolo sguattero, propose una soluzione: «Con quanto è rimasto in dispensa – un po’ di farina, burro, uova, della scorza di cedro e qualche uvetta – stamane ho cucinato questo dolce. Se non avete altro, potete portarlo in tavola». Il cuoco acconsentì e, tremante, si mise dietro una tenda a spiare la reazione degli ospiti. Tutti furono entusiasti e al duca, che voleva conoscere il nome di quella prelibatezza, il cuoco rivelò il segreto: «L’è ‘l pan del Toni». Da allora è il “pane di Toni”, ossia il “panettone”.

Ma la storia del panettone, tra miti, leggende e verità più o meno romanzate, non finisce qua. Lo storico Pietro Verri narra di un’antica consuetudine che nel IX secolo animava le feste cristiane legate al territorio milanese: a Natale la famiglia intera si riuniva intorno al focolare attendendo che il pater familias spezzasse “un pane grande” e ne porgesse un pezzo a tutti i presenti in segno di comunione. Nel XV secolo, come ordinato dagli antichi statuti delle corporazioni, ai fornai che nelle botteghe di Milano impastavano il pane dei poveri (pane di miglio, detto pan de mej) era vietato produrre il pane dei ricchi e dei nobili (pane bianco, detto micca), con un’unica eccezione, il giorno di Natale, quando aristocratici e plebei potevano consumare lo stesso pane, regalato dai fornai ai loro clienti. Era il “pan di scior” o “pan de ton”, ovvero il pane di lusso, di puro frumento, farcito con burro, miele e zibibbo.

La più antica, e certa, attestazione di un “Pane di Natale” prodotto con burro, uvetta e spezie, si trova in un registro delle spese del collegio Borromeo di Pavia del 1599, quando tali “Pani” furono serviti durante il pranzo natalizio agli studenti.

Infine, nel corso dell’Ottocento, durante l’occupazione austriaca, il panettone diventò l’insostituibile protagonista di un’annuale abitudine: il governatore di Milano, Ficquelmont, era solito offrirlo al principe Metternich come dono personale. Il poeta Pastori, uno dei più apprezzati poeti milanesi del ‘900, cita questo tipo di panettone in una delle sue poesie.

Da qui una tradizione lunga secoli, che continua a trovare spazio nei giorni nostri. E un secolare “duello”, quello tra pandoro e panettone, che forse non troverà mai un vero e proprio vincitore.

Fonte: it.wikipedia.org.

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