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Abbandono borghi: la Regione lancia il progetto “Cooperative di comunità”. A Monticello i primi risultati

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Abbandono borghi: la Regione lancia il progetto “Cooperative di comunità”. A Monticello i primi risultati
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FIRENZE – Tutte insieme già coinvolgono oltre settecento persone, tra soci e collaboratori esterni (magari anche di altre associazioni). Chi è già partito con il progetto finanziato, sedici cooperative su ventiquattro, ha anche assunto ventotto persone. E a Cinigiano, frazione di Monticello Amiata in provincia di Grosseto, dove la cooperativa Biofan punta sulla castagna locale e sui prodotti biologici e salutistici per valorizzare la produzione Igp del comprensorio, già si registra qualche risultato: una mezza dozzina di famiglie che stavano per abbandonare il borgo ha deciso di fermarsi.

Si parla di cooperative di comunità oggi a Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze, sede della presidenza della Regione: uno strumento utile per rilanciare le attività economiche sfilacciate di territori oggi marginali, spopolatisi negli anni e che spesso sono privi anche di servizi adeguati, ma che potrebbero tornare ad essere invece appetibili.

“Abbiamo visto che in questi territori servono anzitutto ‘motori pensanti’ – sottolinea l’assessore alla Partecipazione e alla Presidenza della Toscana, Vitttorio Bugli – e queste cooperative lo sono, perché da un progetto ne possono nascere altri, grazie proprio all’entusiasmo, la capacità, la preparazione e l’intelligenza di chi vi lavora”.

Tra gli invitati oggi all’iniziativa a Palazzo Strozzi Sacrati c’è l’Anci, l’associazione dei comuni toscani. Ci sono soci e rappresentanti delle cooperative, altre associazioni ed esperti. C’è la Regione naturalmente, che l’anno scorso a dicembre ha finanziato in ventitré diversi territori comunali venticinque progetti di cooperativa (poi diventati ventiquattro) con poco meno di un milione e duecento mila euro e che a breve farà uscire una secondo bando per altri 740 mila euro, aperto in questo caso anche alle amministrazioni comunali. La Regione inoltre ha approvato da poche settimane una norma che aiuterà a promuovere ancora meglio le cooperative di comunità.

“Se non ci sono opportunità, bisogna crearle. L’essenza di quello che stiamo facendo è tutta qui” riassume l’assessore.

Ad un anno esatto dall’avvio del progetto, oggi si è fatto il punto dunque e si guarda avanti. Quelle di comunità sono cooperative speciali, di cui fanno parte tutti gli abitanti (o quasi) di un borgo. Fino all’anno scorso la più famosa in Toscana era quella del Teatro Povero di Monticchiello, paese del senese colpito dalla crisi della mezzadria all’inizio degli anni Settanta e che allora ha scelto di aggregarsi intorno ad un’idea di teatro di piazza che costituisce oggi un’economia importante per i residenti. Poi, in un anno, tante altre ne sono nate.

Persone, idee e futuro sono le parole chiave che riecheggiano per tutta la mattina a Palazzo Strozzi Sacrati. Le cooperative di comunità, si dice, sono anzitutto comunità che collaborano. Sono un modo per riattivare in un territorio risorse che erano dormienti: risorse fatte di persone, competenze ed anche economiche.

“Lo scopo che ci siamo prefissati finanziando e incentivando le cooperative di comunità è quello di dare un contributo per arrestare lo spopolamento dei borghi e delle frazioni anche montane – spiega ancora Bugli -. Un anno fa siamo partiti: abbiamo un modello e ora anche una legge regionale che ci consente di ampliare il raggio di azione. Ma meditiamo pure l’idea di avanzare una proposta di legge nazionale in Parlamento: la cooperativa andrebbe a costituire un particolare genere di impresa sociale, che svolge servizi per il territorio e che ha tra gli obiettivi quello di contrastare spopolamento, declino economico e degrado sociale o urbanistico di aree interne o urbane. Una normativa è necessaria per non lasciarle in un mare troppo mosso”.

Molte delle cooperative di comunità che sono nate o stanno nascendo in Toscana sono animate da giovani e donne, da gente che magari ha studiato e vuole provare a mettere a disposizione le proprie capacità nel posto dove è nata e non essere costretta invece ad andarsene. Sono una possibile soluzione per molte zone di montagna, ma non solo per quelle.

“Spesso, visitando questi luoghi – conclude Bugli – , ci siamo trovati di fronte a giovani che hanno studiato, che vogliono vivere dove sono nati e lì tornano con un progetto, che è sì economico ma anche tale da offrire servizi che mancano a quel territorio. E tenere in rete queste esperienze, cosa che stiamo già facendo, le può aiutare a crescere ulteriormente”.

Camilla Ferrandi
7 Dicembre 2019 alle 16:00
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