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#tiromancino – Neonati positivi alla cocaina in ospedale: ecco come fallisce la lotta alla droga

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GROSSETO -I trecento chili di cocaina sequestrati venerdì scorso nel porto di Livorno non sono arrivati a destinazione nelle narici di qualche migliaio di consumatori, come avrebbero sperato Narcos e ‘Ndrine calabresi. Ma nel Grossetano ci dev’essere approdata comunque qualche altra partita derivante da un carico sbarcato indenne a Livorno, o magari a Genova, Gioia Tauro, Rotterdam, Anversa, Valencia, Algeciras. Lo dimostrano i tre neonati trovati positivi ai metaboliti della cocaina in poche settimane, nel reparto di ostetricia e ginecologia dell’ospedale della Misericordia del capoluogo maremmano.

Tre creature venute al mondo con una dipendenza indotta dallo scellerato consumo di polvere bianca da parte delle loro mamme, durante il delicato periodo della gestazione. Fenomeno finora poco indagato, o comunque poco conosciuto dall’opinione pubblica, ma evidentemente in crescita. Come dimostrano i casi gemelli assurti al “disonore” delle cronache a Roma e Milano. Nella provincia profonda, in Maremma, alla stregua di quel che avviene nelle due metropoli per eccellenza nell’Italia dei consumi illeciti. Illeciti ma alquanto floridi.

Floridi. Bisogna partire da questa constatazione di un dato di fatto oggettivo. Perché serve a poco l’indignazione moralista nei confronti di giovani mamme che consumano cocaina nel periodo in cui aspettano un figlio. Che si tratti di consumatrici occasionali o tossicodipendenti, infatti, è evidente che sono persone che hanno più bisogno d’aiuto che di esecrazione. Perché consumare droga, tanto più in gravidanza, è comunque un comportamento patologico. Una malattia.

Il discorso pubblico basato sulle argomentazioni e un approccio laico ai problemi di rilevanza sociale, allora, dovrebbe scaturire da una premessa logica. Per quanto amara sia: il proibizionismo ha fallito, alimentando il mercato clandestino delle sostanze illegali e quindi i giganteschi profitti delle varie mafie in giro per il mondo. Con in testa quelle made in Italy. Registe globali dei traffici che in questo momento hanno nella ricca Europa il proprio Eldorado.

Premesso che nessuno ha in tasca la soluzione finale, è però evidente che continuare a contrastare il narcotraffico seguendo gli attuali schemi, è una scelta perdente. Lo dicono le cifre anticipate dal settimanale «L’Espresso» nell’ultimo numero. Nell’articolo che fa riferimento a un’inchiesta del consorzio giornalistico Eic (European Investigative Collaborations) sulle nuove rotte della cocaina verso l’Europa.
Le stime delle agenzie specializzate nel contrasto alla droga, non le statistiche, quantificano in circa due milioni di tonnellate su scala globale la cocaina distribuita nei vari mercati. Con ricavi per almeno 300 miliardi di euro l’anno. E, è bene ribadirlo, si tratta solo di cocaina. Difficile anche solo immaginare il fatturato aggregato mondiale assicurato alle organizzazioni criminali dalle diverse droghe in circolazione.

L’Europa è in questo momento il mercato privilegiato dal narcotraffico specializzato in coca – 700 tonnellate di “neve” secondo le stime di Europol – semplicemente perché al consumo spunta prezzi doppi rispetto a quelli statunitensi. E perché siamo un continente ricco. Nel solo 2018 sono state 150 le tonnellate di cocaina sequestrate nell’Unione. E per quest’anno si stima che sarà sfondata quota 200. Nel Belpaese al 31 ottobre di quest’anno, i sequestri avevano riguardato 5 tonnellate di polvere bianca: + 168% sull’anno precedente. Oramai il rinvenimento della cocaina nelle acque di depurazione delle capitali europee, individuato grazie a una tecnica messa a punto da un’azienda italiana, è diventato una notizia di colore dei telegiornali.

Al netto del ritorno di fiamma dell’eroina, e dell’invasione prossima ventura dei derivati del Fentanyl, che negli Usa hanno già fatto oltre 40.000 morti, quindi, se nei prossimi mesi a Grosseto verranno fuori nuove orribili storie di neonati ai quali è stata trovata cocaina nelle urine e nei capelli, non ci sarà da meravigliarsi. Anche una realtà marginale e poco popolata come la Maremma, infatti, come hanno dimostrato i recenti numerosi sequestri di droga e un omicidio legato allo spaccio, è perfettamente integrata nel mercato mondiale degli stupefacenti.

Considerato il contesto di avanzata trionfante dei consumi – il 5% della popolazione mondiale tra i 15 ed i 64 anni (circa 245 milioni di persone) consuma sostanze psicotrope illegali. Di cui circa 27 milioni presenta consumi problematici o è in uno stato di dipendenza – sarà quindi il caso di cambiare radicalmente approccio nel contrasto alla droga. Perché il proibizionismo che relega il consumo nell’illegalità, sic et simpliciter, non fa che alimentare il business in mano alla criminalità. E, fra i tanti, ha avuto come effetto che solo un sesto (4.500.000) dei consumatori problematici in tutto il mondo ha accesso a un trattamento di disassuefazione.

Il 31 gennaio e 1° febbraio dell’anno prossimo, dopo anni d’inerzia, a Milano si terrà la “conferenza nazionale sulle droghe” che non a caso ha per titolo «Droghe. Dopo la “guerra dei trent’anni”, costruiamo la pace – Prove generali per un governo alternativo».
La Cgil porterà un proprio contributo sulla sfida dei “livelli essenziali di assistenza per la riduzione del danno” e sulla “riorganizzazione dei servizi per le dipendenze”.
La lotta alla droga è stata molto spesso nei fatti la guerra ai drogati. Chi la consuma è stato considerato di per sé stesso un criminale e non un malato – metà dei carcerati sono tossicodipendenti – sono stati impoverito i servizi e si è pensato alla prevenzione in termini repressivi (i cani nelle scuole) piuttosto che informativi e formativi.
Oggi è il momento di andare in modo deciso verso la legalizzazione e liberalizzazione delle sostanze stupefacenti, partendo da prevenzione, riduzione del danno, terapia e reinserimento. Più si perderà tempo, più prospereranno la malavita e il traffico di stupefacenti da cui trae inesauribile linfa. Inutile raccontarsi storie.

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