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La vera storia di Tiburzi raccontata da un contadino maremmano che visse con lui. Intervista esclusiva

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GROSSETO – Dopo il pezzo di ieri su Domenico Tiburzi, la nostra lettrice Carla Vannetti ci ha scritto per informarci che qualche tempo fa, nel 1996, aveva intervistato un contadino di Marsiliana il cui padre aveva conosciuto personalmente il brigante. Ringraziando Carla, pubblichiamo integralmente la sua intervista.

La storia comincia nel lontano 1891. Era il giorno di Pasqua. Il mì babbo aveva 15 anni. E’ del ’76, sicché. Io sono del ’15. Quando sono nato io lui aveva 39 anni. Io ero il sesto figlio. Quindi eravamo nel 1891. Era il giorno di Pasqua e i miei si preparavano per andare a Messa. Il nostro podere era nella tenuta della Marsigliana, oltre l’Albegna. C’era solo quel podere a quei tempi. La mia famiglia era a mezzadria del Principe Corsini. Verso le dieci capitarono Tiburzi e Fioravanti. Dissero che volevano mangiare. Che era una decina di giorni che erano in corsa. Coi carabinieri alle calcagna. Fioravanti si fece prestare il rasoio dal mi’ babbo e cominciò a farsi la barba. La mia nonna intanto gli preparava qualcosa da mangiare. Non fece in tempo a radersi che all’uscio c’erano i Carabinieri di Magliano in Toscana. Vicino al fienile c’erano dei tavoloni appoggiati al muro. Tiburzi si nascose lì dietro. Davanti ai tavoloni un mucchio di fieno. Invano i carabinieri, coi forchetti, pungevano il fieno. Fioravanti intanto prese sulle spalle un ballino di legna sciolse due muli e finse di portare le bestie all’abbeveratoio. Fioravanti, convinto di non essere riconosciuto, si avvicinò ai carabinieri .Tra questi c’era però un giovane che l’aveva visto una volta in quel di Marsiliana. Si avvicinò al maresciallo e disse: “Maresciallo, quello è Fioravanti”. Il maresciallo ordinò il fuoco e gli spararono. Dice che c’era una siepe di marruche lì vicino. Il mandrione. Ci tenevano dentro le bestie selvatiche, Fioravanti volò quella siepe senza sfiorarla per niente. Fioravanti era un tipo sveglio. Però gli spararono e lo presero in una coscia. Andarono poi a cercare Tiburzi, convinti che dove c’era uno c’era anche l’altro. Invece non lo trovarono. Così i carabinieri se ne andarono.

I carabinieri non fecero nessun verbale?

No. Ma prima di andar via andarono al cancello del mandrione. Videro il sangue e pensarono di cercare Fioravanti nel bosco. Ma il maresciallo non volle perché ferito com’era, disse, avrebbe ammazzato tutti e loro non lo avrebbero preso. Così se ne andarono.
Tiburzi allora uscì dal suo nascondiglio. Prese qualcosa da mangiare, un po’ di medicine e andò da Fioravanti. Il giorno dopo tornò al podere, lui solo, però. Mio padre verso mezzogiorno dava il cambio ai bovi. Sai che a quel tempo bisognava dare il cambio ai bovi e mio padre era addetto a questo lavoro. Portava i bovi al lavoro e portava indietro quelli stanchi.

Vostro padre non lavorava con l’aratro?

No, lui era addetto alla stalla. Aveva solo 15 anni. Alle 10 il mi nonno andava a portare il pranzo a Tiburzi e Fioravanti. Ci andava due volte al giorno.

Ma dove stavano i due briganti?

Stavano nella macchia. C’era un cocuzzoletto.

Ma era vicino al vostro podere?

Si, era vicino. La macchia faceva parte del nostro podere. Alle 5 andava a portargli la cena. Tutti i giorni quel lavoro lì. Mio padre raccontava che ci stettero più di un mese e mezzo. Poi andarono via. Pagarono . E il mi’ babbo…

Ma il vostro babbo vi disse quanto avevano pagato?

No. La mi’ nonna sapeva cosa avevano mangiato. Loro pagarono la mi’ nonna. Io non so quanto. Al mi’ babbo gli dettero 10 lire. Pensa che il mi’ babbo era astemio, non gli piaceva il vino. Ma dopo di loro cominciò a bere. Loro glielo davano e qualche volta si ubriacava anche.

Scusate una parentesi. Ma vostro padre era piccino a quei tempi. Loro trattavano con vostro nonno. Come si chiamava vostro nonno?

Angelo si chiamava. Come me. Vedi, quello lì con la barba. Così i briganti andarono via. Ma ogni tanto ritornavano. Al mi’ babbo nel mese di ottobre gli venne il tifo. Lo portarono all’ospedale dove fu curato alla meglio e poi fu riportato a casa. Ma il ragazzo, che si trattava di un ragazzone, alto circa un metro e ottantasette, aveva sempre fame e cominciò a mangiare quello che gli capitava. Così gli rivenne il tifo un’altra volta. Lo riportarono all’ospedale. E questa volta ci stette un paio di mesi. Poi il professore disse di riportarlo a casa che non c’era più niente da fare. Le febbre non passava. Mangiare, poteva solo mangiare un pochino di brodo sgrassato.

Ma era tifo o qualch’altra cosa?

Io penso che era debolezza. Dopo un po’ di giorni che era a casa, ripassarono di lì Tiburzi e Fioravanti. “Dov’è il nostro Fello?” – così veniva chiamato mio padre – chiesero.
“Fello ormai è andato” disse mio nonno. E mia nonna si mise a piangere.
“Come? – disse Tiburzi -. Fello è morto e voi non ci avete fatto sapere nulla?”
“Non è morto ma è come se lo fosse” rispose mio nonno.
Parlavano piano per non farsi sentire, ma mio padre ce la fece a levarsi dal letto e si affacciò nella stanza dove loro parlavano. Fioravanti fece appena in tempo a sorreggerlo che lui svenne. Lo riportarono a letto .
“Perché ti sei alzato?” disse Tiburzi.
“Pensavo che andaste via senza salutarmi” rispose babbo.
“E’ vero che siamo dei banditi – proseguì il brigante -, ma come potevamo andar via senza salutarti. Sta’ tranquillo. Ti manderò in un posto dove ti guariranno”.

Ma il vostro babbo che gli aveva fatto a Tiburzi?

Gli aveva portato da mangiare per un mese e mezzo. Tiburzi chiese allora al mi’ nonno se era ancora in amicizia col ministro del principe Corsini. Avutane risposta affermativa, gli disse di mandare uno dei suoi figli maggiori a dire al ministro che mandasse, il giorno dopo all’alba, la carrozza coperta e una pariglia alla Mariannaccia.
“Portalo subito a Pitigliano” gli disse, e gli dette un pettinino da uomo diviso a metà e uno specchietto rotondo, anche quello diviso a metà.
“Quando arrivi vai dallo speziale e fagli vedere queste cose. Vedrai che lui ti aiuterà”.
“Ché sta male Tiburzi?” chiese preoccupato lo speziale quando il mi’ nonno gli mostrò gli oggetti.
“Si tratta di mio figlio” spiegò il mi’ nonno.
Subito lo speziale chiamò un ragazzotto e fece portare in casa il mi’ babbo. Mandò poi a chiamare il professore, un uomo alto con un gran cappellone nero. Dovrebbe essere stato un ricercato o un confinato. Di giorno non si faceva mai vedere. Venne proprio perché lo mandò a chiamare se no lui di giorno non si faceva mai vedere. Era forestiero. Visitò il mi’ babbo e gli diede subito da mangiare. Tagliatelle. Un po’ di carne. Un morsettino di pane e un po’ di vino. Poretto. Nelle condizioni in cui era, pelle ed ossa, dopo mangiato quella poca roba svenne. La mi’ nonna si spaventò ma il professore si mise a ridere. “Stia tranquilla signora – disse -. Suo figlio al 99 per cento è sano perché ha reagito”. Dopo 12 giorni mio nonno andò a riprenderlo con la solita carrozza, si era rimesso in forze. Ed è vissuto fino ad 89 anni, è morto nel ’63.

Quei ritratti lassù sono i vostri nonni?

Si. Lui si chiamava Angelo e lei Rosa.

Quando è morto Angelo?

E’ morto nel ’28. Il giorno non me lo ricordo. E la mi nonna nel febbraio del ’37.
Allora il mi’ nonno portò molta roba a quello speziale, soldi e generi alimentari , per quei 12 giorni, ma lui non volle niente.
“Io e Tiburzi siamo come due fratelli – disse lo speziale -. Lui aiuta me ed io aiuto lui. Se Domenico sapesse che vi ho preso qualcosa per quello che ho fatto, diverrebbe il mio peggior nemico”.
Ogni tanto, specialmente la domenica, Tiburzi e Fioravanti ritornavano al podere di mio nonno.

Voi però mi avete detto che sapete la vera storia della morte di Tiburzi. Quello che mi avete raccontato finora è l’antefatto. Vediamo ora di entrare nel vivo della storia.

Oggi è il 25 di ottobre del ’96. Guardate la coincidenza. Tiburzi fu ammazzato la notte tra il 25 e il 26 ottobre del 1896.

No, no la notte tra il 23 e il 24.

Macché tra il 25 e il 26. Sicché stanotte sarebbero cent’anni esatti. Era la mattina del 25 di ottobre. Il mio babbo e due dei miei zii stavano per uscire di casa per andare a passare una mezza giornata a Marsiliana, alla dispensa. C’erano là Tiburzi e Fioravanti che però scapparono subito perché videro i carabinieri che venivano di lassù dal castello verso la dispensa col sottogola. Perché quello era il segnale che quando i carabinieri non avevano il sottogola non li toccavano. Quando avevano invece il sottogola significava che avevano avuto l’ordine di affrontarli. Allora scapparono. Dopo un po’ venne il guardiano – non mi ricordo il nome – e disse a mio padre che Domenico lo voleva. Era giù sotto Marsiliana. Lui andò giù e Tiburzi gli disse che la sera avrebbero fatto una festa, un ritrovo giù alle Forane. Lui e i suoi fratelli erano invitati. “Si fa una bella stortellata – disse – e poi una fisarmonichetta e si balla”.

Allora, ricapitolando: loro erano passati in giornata dal vostro podere.

No loro si erano trovati alla dispensa di Marsiliana.

Ma i briganti giravano così indisturbati alla dispensa?

Certo, poi però videro i carabinieri. Il mì babbo disse che non poteva accettare l’invito perché si sarebbe dovuto allontanare troppo da casa. “Se non ci vieni ci resto troppo di male – disse Tiburzi – devi venire”. Così il mì babbo, che allora aveva vent’anni, fu costretto ad accettare. Tiburzi gli aveva salvato la vita e lui avrebbe fatto qualsiasi cosa per non contrariarlo.

Ma il vostro babbo che diceva, che era un onore per lui andare con Tiburzi o no?.

No. Lui ci andava per riconoscenza. Si sentiva obbligato. Insomma il mi’ babbo non ci voleva andare ma alla fine accettò. “Venite col guardiano – disse Tiburzi- e poi quando annotta prendete i cavalli e tornate a casa”. Alle Forane c’erano tortelli dappertutto e vino e carne. Fecero una bella mangiata. Poi ballarono . Tiburzi bevve. Seduto in un canto presso il foco ogni poco chiamava perché portassero altro vino. Il vino poi finì e Tiburzi, che quando aveva bevuto diventava cattivo, se la prese con il padrone, il contadino diciamo così, forse perché con i soldi che gli aveva dato doveva comprarne di più. Tiburzi si arrabbiò e disse di correre a comprarne ancora. L’oste però era già a letto. I due ragazzi cominciarono a chiamarlo e quel chiasso richiamò il maresciallo. “Che succede?” disse. E l’oste spiegò che doveva mandare il vino alle Forane che c’era una festa. Il maresciallo chiamò i carabinieri e andò con loro alle Forane. Circondò il podere.

Erano lì di stanza a Capalbio, non erano di fuori?

No erano di lì. A 50 metri dal podere c’era uno ziro mezzo rotto. Il maresciallo o brigadiere gli mise intorno la mantellina e sopra il cappello. Ci attaccò una lanterna accesa. Poi rivolgendosi ai carabinieri disse: “State attenti. Appena Tiburzi si accorge di noi, sorte fuori e spara. Voi state attenti da dove viene la vampata”. Infatti lui uscì fuori e sparò.

Ma perché lui si affacciò?

Perché sentì i cani che abbaiavano, e quando vide la lanterna che illuminava il berretto del maresciallo sparò. Subito anche i carabinieri fecero fuoco e gli troncarono una gamba. Dice che quando Tiburzi sentì gli spari, spense il lume e li fece buttà tutti a terra e poi lui sortì e sparò alla lanterna. Fioravanti lo voleva prendere a spalla ma lui gli disse: “No. Vai via. Tu sei giovane. Io ho vissuto anche troppo alla macchia”.

Ma intanto i carabinieri non continuavano a sparare?

No. Il Maresciallo gridò: “Domenico, sei circondato. Arrenditi. Siamo in tanti. Finirai a marcire in galera”. Tiburzi, trascinandosi in terra, rientrò in casa e andò a sedersi sulla seggiola dove era prima e da lì parlò al maresciallo. “Mi prenderete si, ma morto. Non finirò a marcire in galera – rispose il brigante – Questa gente che è qui con me non c’entra niente. Non volevano far festa a me. Son venuti per paura. Non gli fate niente”.

Ma i carabinieri non entravano per prenderlo?

Il brigadiere aveva paura ad entrare. Per questo stava fuori della porta a chiacchierare con Tiburzi.
“Sta tranquillo – disse il maresciallo – possono andare via tutti. Non gli faremo niente. Basta che tu ti arrenda”.
“Glielo ho promesso – disse Tiburzi -. Mi arrendo. Ma mi piglierete morto”. E così dicendo si mise la pistola alla gola e sparò.

E il vostro babbo era presente a tutte queste cose?

Si era presente. Dopo scapparono via saltando dalla finestra della camera dietro. Presero il cavallo e tornarono a casa. Insieme al guardiano della Marsiliana. Dall’autopsia che fecero a Tiburzi risultò che il foro era dietro alla nuca e non nel sottogola, però. Forse la pallottola era uscita dall’altra parte. Aveva bucato anche il cappello. Il principe Corsini non veniva alle cacciate a Marsiliana se Tiburzi e Fioraventi non erano nella tenuta.

Servivano allora come guardie del corpo?

Pari pari. Perché a quei tempi c’erano tanti marioli, e quando c’erano loro era tutto tranquillo. Quel giorno il mi’ babbo e i suoi fratelli erano andati a Marsiliana perché piovigginava e non potevano fare il lavoro nei campi.

Insomma quei briganti giravano indisturbati per la zona. Vivevano col popolo. Erano tranquilli insomma, tanto nessuno gli faceva niente.

Certo, pagavano apposta per stare tranquilli.

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