Allarme Maremma: il lavoro è povero e precario e non facciamo più figli

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GROSSETO – “Per spiegare i dati sul lavoro nella provincia di Grosseto, bisogna partire da dati di tipo demografico”. Esordisce così Claudio Renzetti, segretario provinciale della Cgil, durante la conferenza stampa di analisi dei dati su stock di occupati e nuovi avviamenti al lavoro in provincia di Grosseto.

“La popolazione maremmana è in diminuzione – continua Renzetti -: sta invecchiando e le nascite sono in diminuzione. In provincia il numero di figli per donna è 1,25, contro l’1,3 della Toscana e l’1,34 dell’Italia. Qua mi fermo un attimo. Dati Istat e Inps: per garantire l’equilibrio pensionistico negli anni futuri, la media dovrebbe aumentare a 2,1 figli per donna. Fatta questa premessa, passiamo ai dati sul lavoro. Nel 2018 la provincia di Grosseto conta 93mila occupati. Di questi 57mila sono nuovi avviamenti al lavoro. Di 57mila nuovi lavoratori, traslando le percentuali nazionali sul territorio, il 20% ha lavorato meno di un mese e il 5% solo un giorno. Circa il 6% dei 57mila è assunto a tempo indeterminato. Bisogna anche considerare che dei 36mila posti di lavoro stabili, negli ultimi anni di crisi, molti sono stati trasformati in ‘par time involontari’, casi questi che hanno riguardato soprattutto le donne. Altro dato importanti per creare uno scenario completo, nel 2018 i pensionati in Maremma sono 66mila 611. Da questi dati derivano due riflessioni: uno, a Grosseto il lavoro precario ha superato il lavoro stabile; due, visti anche i dati demografici (invecchiamento popolazione e diminuzione della mortalità), i pensionati sono destinati, in pochi anni, a superare gli occupati. E’ anche per questo motivo, ma non solo ovviamente, che sarebbe utile a tutti gestire adeguatamente l’immigrazione e, soprattutto, l’integrazione. Quest’ultima diventa infatti una delle possibili soluzioni rallentando, su tutto, il calo demografico”.

“Questo significa che nella nostra provincia, sotto il profilo occupazionale, la situazione si sta davvero avvicinando alla soglia del non ritorno. Con un impoverimento del mondo del lavoro che di fatto sta rendendo strutturale la precarizzazione – prosegue il segretario -. Un problema enorme sul quale dobbiamo mettere le mani anche perché, pesando sull’altro piatto della bilancia i pensionati (in aumento), l’invecchiamento della popolazione, il drastico calo demografico (dovuto anche al fatto che molti giovani se ne vanno in altri parti d’Italia o all’estero senza fare ritorno a Grosseto – la percentuale di ragazzi che tra i 18 e i 25 anni se ne vanno da Grosseto senza ritornare è cinque volte più alta della media toscana), e un tasso di natalità bassissimo, il rischio concreto che corriamo è che, nel giro di pochi anni, sul nostro territorio non ci siano più le condizioni per tenere in equilibrio scuola e sanità pubbliche. Con analoga valutazione per il sistema pensionistico sul piano nazionale. Non è una previsione catastrofista, ma purtroppo realistica”.

“Questi ultimi dati sui nuovi avviamenti, d’altra parte – va avanti Renzetti – confermano l’analisi che abbiamo fatto come Cgil sulla precarizzazione avanzante nel mondo del lavoro: con l’evoluzione dei fenomeni di caporalato in agricoltura in nuove forme border line. L’utilizzo improprio di apprendistato e tirocini per avere manodopera a basso costo. L’aumento dei contenziosi successivi al licenziamento per il mancato versamento del nero pattuito. Oggi i ‘lavoretti’ sono una marea montante che sta mettendo in minoranza il lavoro serio, contrattualizzato ed equamente retribuito”.

“È anche in base a questa analisi di prospettiva che la Cgil di Grosseto ha capito che la disarticolazione del mercato del lavoro c’imponeva un cambio di passo – spiega ancora il segretario provinciale -. Che in futuro le tradizionali categorie dovranno sempre più integrare il loro lavoro in una cornice di confederalità, conseguenza della trasversalità sempre più marcata delle professioni. Per questo abbiamo deciso di configurarci sempre più come “sindacato di strada”, facendo la scelta di presidiare più assiduamente i luoghi di lavoro per meglio rappresentare lavoratori che modificano costantemente mansioni e competenze. Per farmi capire, oggi non ha più senso contrattare solo per gli infermieri un costo più basso della mensa o di un parcheggio vicino all’ospedale e non fare altrettanto per gli impiegati esterni delle ditte di pulizie o manutenzioni vincitrici di appalti della Asl. Si tratta infatti di lavoratori che hanno gli stessi bisogni pur avendo mansioni diverse, ma riconducibili a un unico ambiente lavorativo”.

“In questo contesto di vorticoso cambiamento – aggiunge Claudio Renzetti – abbiamo elaborato ben 54 progetti specifici, riconducibili alla ‘filosofia del sindacato di strada’, che sin dalle prossime settimane entreranno a far parte della nostra cultura organizzativa e operativa all’insegna della ‘contrattazione inclusiva’ trasversalmente alle categorie.
Sul manifatturiero, che riteniamo strategico per il rilancio produttivo, ad esempio, l’idea è di promuovere un progetto dedicato alla ‘Zona industriale nord’ creando un luogo fisico dove mischiare i colori delle tute e delle vestaglie, sperimentare una nuova contrattazione di ‘sito produttivo’, essere presenti per garantire le domande di tutela individuale più semplici, assicurare una presenza qualificata per le pratiche specializzate con Inca, Caaf e Uvl. Abbiamo poi individuato delle ‘nuove frontiere’, per tutelare adeguatamente i Raiders, i lavoratori dell’e-commerce e i consegnatari di pacchi. Ma anche progetti di contrattazione inclusiva nei porti della provincia, in modo da seguire la crescita delle attività riconducibili alla nautica. Mentre per quanto riguarda il mercato del lavoro in agricoltura, ci siamo dati l’obiettivo di individuare luoghi pubblici per l’incrocio della domanda e dell’offerta lavorativa, organizzare trasporti che sottraggano i lavoratori al caporalato, e loro assistenza a tutto tondo”.

“Insomma – conclude Claudio Renzetti – la Cgil è decisa a rimanere in campo come e più di prima. Ma con strumenti diversi, più flessibili e soprattutto più adeguati a contrastare il processo di precarizzazione di questi lunghi anni di crisi”.

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