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Stop alla caccia al cinghiale in braccata: i cacciatori di Maremma in rivolta

GROSSETO –  «Alcuni punti del Piano-lupo sono frutto di approssimazione scientifica e luoghi comuni. I dati dimostrano come la caccia in braccata non abbia ostacolato la diffusione del lupo sul territorio provinciale» a dirlo sono state le associazioni che rappresentano i cacciatori di Maremma durante una conferenza stampa che si è tenuta questa mattina.

A spiegare le motivazioni per cui i cacciatori difendono la caccia in braccata sono intervenuti Davide Senserini, coordinatore territoriale della Confederazione Cacciatori Toscani, Luciano Monaci, presidente Federcaccia di Grosseto, Francesco Rustici, presidente associazione regionale Cacciatori Toscani e Maurizio Capitini dell’Anuu – associazione Migratoristi Italiani.

«Nel territorio provinciale grossetano – spiegano i rappresentanti dei cacciatori –  la questione-lupo tiene drammaticamente la scena ormai da diversi anni, nei termini ben noti della difficilissima convivenza tra il grande predatore e il settore dell’allevamentoPur manifestando da sempre una solidarietà sincera e profonda nei confronti degli allevatori – messi giornalmente in ginocchio dalla piaga della predazione – non abbiamo mai preso parte alla discussione, per non dare in pasto a un’opinione pubblica spesso poco avvertita l’idea di un cacciatore interessato al lupo in chiave venatoria. Da una parte la caccia, dall’altra la gestione faunistica. Tuttavia il recente documento presentato dal ministro Costa e dal governo (Piano di conservazione e gestione del lupo in Italia) chiama in causa i cacciatori, in particolare quelli che praticano la caccia al cinghiale in braccata, accusandoli di arrecare un «disturbo» alle popolazioni di lupo. Il ministro propone così di inibire la “braccata” in alcune zone a suo parere sensibili (aree contigue ai parchi nautarli, SIC, ecc. ecc.), togliendo di fatto superficie ai distretti di caccia al cinghiale».

«Questa posizione ci preoccupa molto – afferma Davide Senserini, Coordinatore della Cct grossetana – perché da una parte non affronta la questione-lupo con scientificità e dall’altra punta a colpire gratuitamente il mondo venatorio, senza neanche riflettere sulle gravi ricadute che questo potrebbe produrre anche in termini di gestione».

«Dai dati in nostro possesso – continua Senserini – «si vede bene come lo stato di salute delle popolazioni di lupo nella nostra provincia sia andato nel tempo migliorando sensibilmente, pur essendoci una sovrapposizione pressoché totale tra gli areali dei branchi e i distretti di caccia al cinghiale». I dati derivano da due importanti progetti scientifici che hanno stimato, a più riprese, la consistenza della popolazione lupina in Maremma: l’Azione D4 del Progetto Life MedWolf e il progetto di monitoraggio e cattura di ibridi promulgato dalla Regione Toscana e attuato dal Cirsemaf. La braccata, praticata in Maremma da sempre, non ha mai impedito al lupo di prosperare. Sottrarre territorio alla caccia al cinghiale non ha dunque nulla a che vedere con il benessere del lupo, ma rischia invece di produrre uno squilibrio nel controllo del numero degli ungulati, altro problema ben noto e che affligge il settore agricolo toscano. La proposta del ministro produrrebbe la perdita di centinaia diettari per le squadre organizzate di caccia al cinghiale del nostro territorio, incidendo sensibilmente sul numero complessivo degli abbattimenti. In Toscana, con una media di 80000 capi abbattuti per anno, la braccata risulta a oggi lo strumento più efficace di contenimento della specie».

La Cct grossetana chiede dunque al ministro e al governo di rivedere alcuni punti del provvedimento: «Alla luce degli studi scientifici in materia – dicono ancora i cacciatori –  le misure appaiono, non solo del tutto fuori tiro, ma anche pericolosi per il mantenimento dei corretti equilibri di gestione. Ripetiamo anche qui la nostra disponibilità a offrire un contributo attivo, mettendo a disposizione quella capillare rete di presidio del territorio che ci contraddistingue e che potrebbe essere preziosa per attività di monitoraggio e di censimento».

«Richiamando inoltre – aggiunge Senserini  – la grave situazione che le dinamiche predatorie stanno infliggendo al settore dell’allevamento, causando negli ultimi anni la chiusura di decine e decine di aziende. Oltre al rispetto che dovrebbe essere rivolto, doverosamente, nei confronti del lavoro umano, un lavoro in questo caso duro e che alimenta quel made in Italy così tanto sbandierato, anche la relativa questione dell’abbandono sta assumendo dimensioni importanti, favorendo l’aumento di situazioni territoriali sempre più a rischio».

«La Maremma – concludono i cacciatori – famosa nel mondo per i suoi paesaggi rurali, quasi congelati nel tempo, sta perdendo la sua identità anche per colpa di una politica malferma nelle intenzioni, che sembra riuscire soltanto a girare intono al problema perseguendo posizioni ideologiche piuttosto che azioni oggettive e pratiche».

 

IL LUPO IN ITALIA (Documento Cct – Federcaccia – Arct – Anuu)

Il Piano Lupo, come inquadramento generale dello stato di salute della specie in Italia, si rifà a dati di varia natura e qualità, derivanti da tutte le regioni italiane interessate. “L’Italia ospita un patrimonio di lupi ragguardevole, circa il 9-10% della consistenza del lupo a livello europeo (tolta la Russia) e il 17-18% a livello UE.”

Per il nostro paese, ISPRA suggerisce di fare riferimento alla stima inferiore e cautelativa di 1070 individui per la popolazione appenninica e di 293 individui per la popolazione alpina, quindi 1363 individui.
In Toscana, patria della braccata al cinghiale dove operano oltre 500 Squadre di caccia, la consistenza del lupo è tra le più conosciute e studiate d’Italia. La Regione Toscana, in collaborazione con il CIRSEMAF, ha studiato e cercato di quantificare la popolazione regionale dal 2013 al 2016. Nella provincia di Grosseto, la Maremma, luogo in cui la caccia al cinghiale in braccata è quasi un culto, due progetti LIFE hanno indagato approfonditamente questo aspetto. La stima più recente è quella prodotta dall’Azione D4 del Progetto LIFE MedWolfche l’ha ricavata utilizzando un metodo di campionamento standardizzato e riconosciuto, arrivando a definire una forchetta che va da un minimo di 75 ad un massimo di 115 lupi adulti, suddivisi in 21-24 branchi.
Quindi nella patria della caccia al cinghiale in braccata risiede oltre il 5% della popolazione italiana. Per questo risulta assai difficile comprendere perché il Ministero dell’Ambiente

Figura 1. Tabella risultati Azione D4 Progetto LIFE MedWolf

ALTRI NUMERI: DENSITÀ
• ITALIA Sup. 302073 kmq  densità del Lupo 0,45 lupi/Kmq

• PROVINCIA DI GROSSETO Sup. 4503 Kmq densità del Lupo 1,6 lupi/Kmq.
Questo per noi significa che non c’è nessun nesso oggettivo che evidenzi una correlazione negativa tra la forma dalla caccia al cinghiale in braccata e la presenza del lupo. Per questo riteniamo che le posizioni espresse nel Piano Lupoderivino da posizioni ideologiche contrarie all’attività venatoria dei suoi estensori e che esse debbano essere necessariamente riconsiderate. Come più volte ricordato, i cacciatori e la Confederazione dei Cacciatori Toscani, rimangono disponibili a dare il loro apporto per migliorare le conoscenze circa la densità della specie così da fornire dati oggettivi e chiari su cui costruire l’impalcatura di una gestione seria. Ci aspettiamo che la stessa serietà venga dimostrata anche nei confronti del mondo venatorio e, soprattutto, nei confronti degli allevatori che necessitano di risposte ed azioni responsabili.

 

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