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Bonifica bene Unesco, è polemica: «Contrarietà di Italia Nostra fondata su posizioni antistoriche»

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GROSSETO – «Da maremmano, studioso della Maremma e vecchio esponente di Italia Nostra sono rimasto sconcertato per lo scritto di Michele Scola: inaccettabile per posizioni antistoriche e antigeografiche e per la contrarietà al progetto di proposizione del paesaggio della Bonifica Maremmana come bene tutelato dall’Unesco (avanzato da Provincia di Grosseto, Comuni di Castiglione della Pescaia e di Grosseto, Consorzio di Bonifica, Parco Regionale e Università di Siena, con adesione della Regione), cui collaboro volontariamente con i colleghi Anna Guarducci e Marco Piccardi» a parlare, in una nota, è Leonardo Rombai.

«Ritengo lontana dalla realtà effettuale – spiega Rombai – l’affermazione che “la percezione della Maremma” non sia, oggi, “assolutamente legata al paesaggio di Bonifica, bensì al paesaggio della transumanza, delle paludi, del pascolo brado ed estensivo dei bovini con i butteri, della caccia e della resistenza umana di fronte alle asperità della natura”. In questo paesaggio “arcaico ed identitario” si riconoscevano, come scelta obbligata, pochi maremmani residenti che chiedevano redenzione, scrive lo storico maremmano Ildebrando Imberciadori che studiò, appunto, il lungo e difficile risorgimento della Maremma. Eravamo nell’epoca dei Lorena: la Maremma era la terra più derelitta della Toscana, per il cui risorgimento tanto si adoperò Leopoldo II, il popolare Canapone. Era la terra dell’acquitrino, della zanzara e della malaria; una terra vasta ma in grado di nutrire una popolazione stabile insignificante, vivente nella miseria più nera, come documentano i pochi stranieri che vi si avventurarono e i pittori, guarda caso, con l’avvio della grande bonifica di Leopoldo II».

«Dopo la Bonifica e la Riforma Agraria – aggiunge la nota – questa posizione è solo un topos letterario e culturale. Nessun maremmano, oggi, vi si riconosce: come già non vi si riconoscevano Luciano Bianciardi e Carlo Cassola che, tra gli anni ’40 e ’60 descrissero magistralmente la Maremma come un Far West guadagnato alla civiltà dalla Frontiera (Bonifica e Riforma Agraria); con Grosseto descritta – riprendendo la battuta di un militare americano del 1944 – come una sorta di città nuova, la Kansas City della Toscana, “aperta al vento e ai forestieri”. Il maremmano del nuovo Millennio (e il turista che sempre più spesso viene in Maremma) riconosce come caratteri di diversità rispetto al resto della Toscana zone umide, boschi e pinete: beni in gran parte protetti e inseriti nel Parco Regionale e nelle Riserve naturali, che tutelano anche lembi di paesaggio agrario tradizionale come i pascoli fruiti da bestiame brado curato dai butteri. Ma, piaccia o meno, la Maremma è enormemente cambiata e non è il caso di evocare modelli territoriali definitivamente superati, che si basarono, per secoli, su un’organizzazione economico-sociale e umana di latifondo assenteista».

«Il paesaggio aperto che i maremmani di oggi percepiscono – chiarisce Rombai – è stato creato dalla Bonifica e dal suo coronamento, la Riforma Agraria, e quindi dal lavoro dei maremmani, e non solo degli “avventizi” forestieri. Si trattò di processi alloctoni, attivati (almeno in larga parte) dal potere statale ma in stretta osmosi con la nuova proprietà locale che costituì i Consorzi di Bonifica. Ma è grazie a questi interventi che è sorto un paesaggio nuovo, a maglia regolare, intensamente rimodellato dall’opera dell’uomo e con tanti valori culturali riconosciuti dal Codice 42/2004. Un paesaggio che ha la forza di attrarre nuova popolazione, con centinaia di aziende agricole che hanno solo in parte specializzato la loro produzione e che si sono aperte all’agriturismo e al turismo che, con il ‘miracolo economico’, ha improntato parte del litorale. Quindi è sbagliato dire che il paesaggio della bonifica – con i monumenti idraulici, insediativi e agrari che lo punteggiano –, se “giudicato con le lenti culturali attuali, e alla luce degli ormai consolidati strumenti normativi, sarebbe sicuramente ritenuto altamente impattante da un punto di vista culturale ed ambientale”, e quindi non meritevole di un percorso di candidatura. La sviluppata Olanda possiede cinque monumenti Unesco costituiti sui paesaggi della bonifica, dai quali trae importanti risorse culturali, sociali ed economiche».

«Il Piano di Indirizzo Territoriale – conclude la nota – con valenza di Piano Paesaggistico della Toscana del 2015 certifica il paesaggio della bonifica – con le naturalità ambientali che conserva – come patrimonio storico-culturale, da conservare e valorizzare anche in funzione dello sviluppo culturale-identitario ed economico. Chi ama la sua terra e il suo patrimonio, e ha a cuore la tutela, non può osteggiare la proposta di candidatura Unesco. La pianura grossetana ha le qualità e i requisiti, per storia e valori culturali e naturali in essa sedimentati (insieme, certamente, ad elementi disarmonici) per intraprendere il lungo percorso di attente valutazioni regionali, nazionali e internazionali. E’ proprio nell’interesse dell’intero territorio maremmano – compresi “quegli ultimi, superstiti lembi di autentico paesaggio”, ricordati nell’articolo – che si è intrapresa la strada della candidatura».

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