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25 Aprile, Benini: «Via Almirante è un abominio» poi cita Gramsci, Calamandrei e il nonno partigiano fotogallery

FOLLONICA – «La democrazia non è una conquista definitiva ma qualcosa da riaffermare ogni giorno, nel quotidiano, con scelte concrete, perché altrimenti la perdiamo: l’impegno di liberazione non è terminato». Il sindaco di Follonica, Andrea Benini, cita Gramsci e il nonno partigiano, che da piccolo lo portava con sé alle passeggiate di Liberazione.

È un discorso denso, carico di riferimenti all’oggi quello del primo cittadino, un discorso in cui entrano i disoccupati e la criminalità, via Almirante e la Costituzione. «Questo è un 25 Aprile particolarmente importante per la nostra città: c’è una partecipazione consistente e crescente dopo un periodo di sonnolenza; invece da qualche anno c’è un nuovo impegno e una nuova partecipazione. Siamo qui per dire grazie a chi ha combattuto la lotta di Liberazione e Resistenza consentendo a questo paese di essere democratico, libero e antifascista. Gente come Gennaro Barboni, e i tanti che non ci sono più».

«Non siamo qui solo a commemorare il passato – afferma il sindaco citando Calamandrei -, la costituzione ci indica una rivoluzione da fare, ci da compiti precisi, penso all’articolo 1 “una Repubblica fondata sul lavoro” non possiamo non ricordare chi oggi si trova in una situazione di difficoltà e fragilità» Benini cita i lavoratori degli stabilimenti di Piombino, da quattro anni tra cassa integrazione e mobilità, o quelli di Scarlino Energia «usati come scudo umano da un’azienda miope e cieca, che ha cercato scorciatoie politiche per un impianto che è un ferro vecchio, inaccettabile per come è costruito. Dalla metà di aprile 35 famiglie sono senza ammortizzatori sociali. O ancora il Porto di Scarlino, per il quale sembra ci siano aperture. Vogliamo provare a delle prospettive: porto doveva essere un volano di sviluppo e invece è diventato un giocattolo da gestire in modo bizzoso, per pochi ricchi».

«L’impegno di liberazione non è finito, ma va portato avanti con scelte precise e responsabilità, combattendo ogni forma di indifferenza. Antonio Gramsci scriveva: “Odio gli indifferenti, credo che vivere voglia dire essere partigiani, chi vive veramente non può che essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è il peso morto della storia”. Per questo dico che non si può restare restare indifferenti a ciò che è successo nel Comune di Grosseto: questa mostruosità approvata nel consiglio comunale in cui non si è solo riabilitato la figura di un razzista e fascista dichiarato, un uomo che da segretario di redazione di una rivista che si chiamava “Difesa della razza” scriveva: “Il razzismo ha da essere cibo di tutti. O finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei che hanno potuto cambiar nome e confondersi con noi, fingendo un mutamento di spirito e passare per italiani, anzi, fingersi più italiani di noi. Serve l’attestato del sangue per dare l’altolà al meticciato e all’ebraismo”. Un uomo che, come capo di Gabinetto di un Ministro della Repubblica sociale ha firmato decine di fucilazioni. Un uomo che il 25 aprile 45 è scappato per un anno per poi fondare, l’anno successivo, l’Msi e negli anni ’50 è stato condannato per apologia del fascismo e ha dovuto smettere di fare l’insegnante: intitolandogli una strada il consiglio comunale di Grosseto ha votato un abominio».

«Questa persona non può essere riabilitata, perché era un fascista e un razzista dichiarato; ma non è la cosa più grave, neppure parificarla con una figura straordinaria della nostra storia come quella di Enrico Berlinguer. La cosa più grave sono le parole del sindaco di Grosseto, che dice: “A noi non interessa il nome di via Almirante o Berlinguer ma ci interessa che quelle strade non abbiano le buche, perché siamo i poeti delle piccole”. Ridurre, minimizzare, porre in una posizione laterale il ruolo della politica stessa. È questa la cosa più grave: un’amministrazione non tappa solo le buche, dobbiamo restare ancorati come comunità ai valori, sono quelli che ci tengono insieme, darsi un’opportunità attraverso la scuola, l’educazione, la cultura. Lavorare anche sulle infrastrutture immateriali, lavorare sull’anima di una comunità, di una città. L’impegno che ci chiede la Costituzione, se leggiamo le carte della Costituente, non è il bitume ma qualcosa di più grande. Una luce aldilà della paura. Oggi si cerca di spegnere quella luce e l’impegno che ci viene chiesto è di tener la accesa».

Benini ha chiuso il suo intervento con un pensiero per Paola e Massimiliano, rimasti feriti nella sparatoria per strada: «Dobbiamo combattere ogni forma di criminalità, compresa quella che si è infiltrata nel nostro territorio, anche con dinamiche mafiose e camorristiche e anche questo è il nostro impegno di Liberazione».

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