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8 marzo e violenza di genere, Ronconi «Non siamo “poverine”. Chiamateci donne»

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GROSSETO – Di seguito l’intervento di Lorella Ronconi, attivista per i diritti dei disabili, sulla ricorrenza dell’8 marzo.

«Una riflessione, un momento di silenzio, una poesia, solo una senza troppi merletti.
Qualche riga per parlare di prigionia, di violenza, per sognare la libertà.

Ci sono prigionie che sanno di guerra, prigionie che sanno di grate oltre il quale scorrono le vite e fioriscono le giornate.
Ci sono prigionie invisibili, silenti, senza grate, senza condanna: prigionie che sanno di indifferenza, di porte strette, di corpi che da soli non possono muoversi.
Violenze inevidenti: donne che sono ancora ai margini, se non proprio estraniate dalla vita sociale.

Io stessa “violentata” dalle barriere fisiche e culturali: io che ogni giorno vado avanti, io che non mollo: ma quante ve ne sono, come me, che però non hanno la fortuna di poter essere sfacciate, di poter parlare?

Ci unisco una poesia, una sola, senza troppi balli e canzoni,
perché vorrei si potesse riflettere più spesso sulle donne disabili.

È una poesia per cantare la libertà, la speranza, il sogno futuro che ci rende belle.
Noi donne ci vestiamo di sogni: ci basta poco per essere forti: una speranza che ci prenda per mano.

COME L’AZZURRO NEL CIELO

Libero, come l’azzurro che si staglia nel cielo.
Libero, come un soffio di fiato nel gelo.
Libero, come un pensiero in gabbia: prigioniero.
Libero, come un sogno che ti avvolge leggero.

Questa mia riflessione si unisce al silenzio di molte persone in questi giorni.

Sono rimasta molto toccata, profondamente rattristata dalle violenze perpetrate sulle donne in Italia: violenze che ancora non si interrompono.
Guerre e donne che fuggono piangendo con i figli, le loro case distrutte.
Donne senza lavoro: un lavoro in cui tutti sperano, che serve a costruire un futuro per la loro vita.
Donne che vengono tradite: non si calmano mai i cuori malati di chi aveva promesso loro l’amore.
Ancora violenza, ancora omicidi sulle donne.
Due bambine, due piccole donne uccise e ancora lacrime di donne bambine morte per l’onore di dare la vita per la bandiera.
Non mi viene da cantare, non c’è nulla da festeggiare.
Donne disabili, invisibili, violentate dall’indifferenza degli operatori, degli ambulatori, dei consultori: donne che vivono nell’indifferenza del mondo.
Il loro genere non è “donna”, è “poverina”.
Non c’è dignità per le donne disabili.
Violenza è stereotipo, è luogo comune, è retaggio culturale: è “lei da qui non entra”, è “mi dispiace non è previsto per lei”.

C’è bisogno di silenzio per riflettere, non di poesia. Non c’è da cantare, ma da lavorare.
Da operare perché non ci siano più lacrime e sofferenze, ma i sorrisi dei bambini e il buon senso.
Operare per il rispetto e i diritti di tutti. Donne ed uomini.

C’è bisogno di silenzio, per riflettere su quanta violenza e quante vittime ci siano: vittime della violenza visibile e della violenza invisibile.
Abbracciamo la pace e facciamo qualcosa di per noi vittime di violenza: vittime del lavoro, vittime dell’omofobia, vittime dell’indifferenza.

Nonostante e comunque: buon 8 marzo»

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