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Donazioni in calo, l’Avis lancia l’allarme. «Attenzione al rischio mancanza di sangue»

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GAVORRANO – Donazioni in calo e stop all’accompagnamento dei donatori ai centri trasfusionali. E’ questo il quadro che emerge dall’assemblea soci della sezione Avis Gavorrano-Scarlino in cui sono stati presentati il bilancio, le attività dell’associazione e tutti i numeri dell’anno 2017.

E’ in calo tutto; il numero delle donazioni (1072, 48 in meno rispetto al 2016), i donatori nuovi (18 anziché 35 del 2016) e i viaggi di accompagnamento ai centri trasfusionali della provincia (192 rispetto ai 234 del 2016), numeri ai quali si aggiunge un bilancio economico che si chiude con un disavanzo di oltre 30mila euro a causa dei mancati rimborsi da parte dell’Asl per sostenere lo spostamento dei donatori, rimborsi che risalgono a tutto il 2016 e in parte al 2013.  Non sono buone nemmeno le previsioni per il 2018, l’Avis spera di sbagliarsi, ma in tutta la provincia di Grosseto si teme un importante calo delle donazioni.
Un problema non solo per l’Avis locale che assicura «di metterci tutte le forze possibili per trovare donatori nuovi e incentivare quelli già iscritti», quanto per i pazienti stessi.

«I dati Istat –ha spiegato Alessandro Ciacci, presidente dell’Avis Gavorrano-Scarlino- proprio in questi giorni confermano la longevità della popolazione italiana e sono proprio loro, le persone anziane e più deboli, oltre ai malati cronici ad aver bisogno delle preziose trasfusioni di sangue. Mentre per le urgenze la disponibilità delle sacche di sangue non dovrebbe essere un problema, per gli interventi programmati potrebbe venire a mancare. Per l’azienda ospedaliera significherebbe ricorrere all’acquisto del sangue e plasmaderivati dall’esterno con costi prevedibilmente esorbitanti, mentre all’Avis tutto questo sembra quasi un paradosso, laddove esiste radicata nella nostra popolazione una cultura del dono e della solidarietà che non ha eguali».

Le problematiche sono multiple, a partire da un disagio sociale a tutti i livelli. Ciacci afferma, infatti, che «è sempre più difficile convincere i giovani a donare il sangue e riuscire a mantenere quelli attivi, anche in virtù delle gravi problematiche legate al mondo del lavoro. I numeri, per ora, sono garantiti dai donatori più anziani».

Da una parte sta un’associazione, che trova le sue radici nel volontariato e nella solidarietà, dall’altra l’azienda ospedaliera che deve fare i conti con le spending review e tagli continui dei servizi a livello nazionale. Proprio in virtù di questi, infatti, la convenzione che garantiva i rimborsi per i viaggi concessi all’Avis è stata sospesa.

«Cercheremo di mantenere un minimo di servizio – ha detto Alessandro Ciacci- ma in generale un donatore dovrebbe affrontare da solo il viaggio verso il centro trasfusionale sostenendone le spese in prima persona. Vorrei sbagliarmi ma rischiamo, non solo di andare verso un numero minore di donazioni, ma la mancanza di accompagnamento dei donatori costituisce un potenziale rischio per la loro salute».

Accade quindi che il donatore, spinto da un sentimento personale di voler fare un’opera di bene gratuita, di trovarsi in una situazione difficile: deve sostenere i viaggi al centro trasfusionale, deve accettare una drastica riduzione degli esami di controllo personali e infine, come riportano i donatori, si trova a dover compilare un questionario spesso ritenuto “invasivo” e stilato in un ambiente privo di privacy. Veri e propri disagi che, così teme l’Avis, «costituiscono un motivo di disaffezione e allontanamento dal mondo del volontariato».

In occasione dell’assemblea anche Carlo Sestini, presidente di Avis provinciale, ha affermato di essere rimasto «stupito» in seguito ai numerosi allarmi lanciati sulla stampa che da tempo annunciano un trend di donazioni pericolosamente negativo. «Se non altro – ha detto – mi sarei aspettato una spiegazione o almeno una risposta, ma l’Asl evidentemente non solo è sorda ma è pure muta».

«Non vorrei –ha concluso Alessandro Ciaccio- che un giorno qualcuno si sveglia e si rende conto di aver fatto un grande errore. Se la tendenza è questa, fra dieci anni l’Avis non esisterà più».

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