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#tiromancino: immigrati, a Massa Marittima a scuola nessuno è straniero

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La provincia di Grosseto non può più fare a meno degli stranieri, extracomunitari o altro che siano. Con buona pace dei “sovranoidi”, lo testimoniano oramai inequivocabilmente tanti dati statistici e fenomeni sociali. Meglio allora concentrarsi su come assecondare la loro integrazione nelle nostre comunità, mettendo in luce le buone pratiche che generano inclusione sociale e meticciato culturale, lasciando perdere polemiche frontiste con gli alfieri del recinto identitario. Che tanto è tempo perso.
Fra le buone pratiche va senza dubbio annoverato il progetto “Mamme a scuola” ideato dall’istituto comprensivo “Don Curzio Breschi” di Massa Marittima, che brilla per lungimiranza e capacità di lettura dei bisogni reali dei genitori di figli stranieri residenti nei comuni di Massa Marittima, Montieri e Monterotondo. In quella realtà, infatti, udite udite, le famiglie degli alunni di lingua madre non italiana sfiorano il 30% dell’utenza scolastica.
Prima di capire di cosa si tratta, però, merita soffermarsi su alcuni fenomeni socio economici che apparentemente hanno poco a che vedere con quel progetto. Ma solo apparentemente, appunto.
Stando all’indagine annuale Movimprese di Unioncamere, ad esempio, nel 2017 in Italia le imprese gestite da stranieri sono state quasi 600mila, con una crescita del 3,4% sull’anno precedente. Crescita che è quasi cinque volte più alta della media e che rappresentano il 42% dell’aumento complessivo delle imprese registrato lo scorso anno. Il nucleo imprenditoriale costituito da imprenditori stranieri, quindi, è ormai un dato strutturale nell’ambito del nostro tessuto produttivo, ed equivale al 9,6% di tutte le imprese registrate sul territorio nazionale.
Ma che succede nel microcosmo grossetano all’interno della Toscana, terza regione italiana per numero di imprese registrate con titolari esteri? Ebbene, nella nostra provincia le aziende “straniere” sono in tutto 2.256, equivalenti al 7,8% del totale (28.923), ma soprattutto hanno registrato un tasso di crescita del +4,3% e un saldo di 94 nuove unità sul 2016. Se si guarda al tasso di crescita di tutte le imprese della provincia, invece, si scopre che questo si limita al +1,09% – un quarto di quelle straniere – con un saldo positivo tra cessazioni e nuove iscrizioni di 318 aziende [fonte: Movimprese/Unioncamere].
I numeri sono terribilmente noiosi, si sa. Ma hanno il pregio di non mentire. Il portale di studi demografici “Neodemos” riporta uno studio realizzato dalla “Fondazione Ismu” sulle migrazioni dall’Africa all’Europa a 28. In soldoni: fino al quinquennio 2021/25, esclusi altri Paesi, dall’Africa arriveranno nell’Unione europea oltre 300mila migranti all’anno, con un aumento a quasi 330mila tra 2026 e 2030. La pressione di cittadini dal nord dell’Africa andrà riducendosi nel tempo, mentre aumenterà – più di quanto serva a compensarne gli effetti – quella delle provenienze dal centro-sud di quel continente. Quanto ai flussi verso i singoli Paesi europei, la previsione per l’Italia (Francia e Spagna) è che si ridurranno i flussi da Marocco e Tunisia, mentre si moltiplicheranno quelli dal Senegal, Gambia e Nigeria. L’Italia, infine, continuerà ad assorbire circa 8 africani ogni 10.000 abitanti. La Spagna mediamente 15-16 immigrati africani all’anno ogni 10.000 abitanti, mentre la Francia scenderà da 10 a 9, e il Regno Unito salirà da 7 a 8. Solo la Germania, rimarrà intorno ai 3 migranti africani per 10.000 abitanti. Lo studio, è bene ribadirlo, riguarda solo i migranti dal continente africano.
Tenuto conto di questo, torniamo al progetto “Mamme a scuola” dell’istituto comprensivo “Don Curzio Breschi” di Massa Marittima. Iniziativa che ha il sostegno dell’assessorato alle politiche sociali del Comune di Massa Marittima, della commissione pari opportunità e dello sportello Informadonna.
Come recita il comunicato della scuola, «unitamente ai bisogni di alfabetizzazione di alunni e alunne non italofone, la scuola individua questa necessità anche per una buona parte dei loro genitori». Il motivo è semplice: «la non conoscenza della lingua italiana da parte degli adulti ha sovente ricadute negative sull’esperienza scolastica dei figli, ai quali vengono delegati compiti di interpretariato linguistico e talora anche di mediazione culturale, che sono oggettivamente molto faticosi da reggere. Inoltre la mancanza di strumenti linguistici da parte dei genitori può produrre un’impasse comunicativa fra l’istituzione scolastica e le famiglie che, date queste condizioni, difficilmente partecipano alla vita della scuola, sia agli incontri istituzionali, sia a quelli meno strutturati».
Da queste premesse, la scelta intelligente di avvicinare le famiglie, particolarmente le mamme, all’istituzione scolastica. In modo da renderle più coscienti dei contesti e dei percorsi evolutivi dei propri figli, immessi in ambienti talvolta molto diversi da quelli sperimentati a casa. Così la scuola, assolvendo fino in fondo alla propria missione, diventa «un ambiente polifunzionale e protetto, nel quale le donne straniere, spesso impossibilitate ad aprirsi al territorio e con scarse occasioni di frequentare spazi di socialità, hanno l’opportunità di incontrare e confrontarsi con le insegnanti, le altre mamme straniere e le mamme italiane».

Il contenuto innovativo del progetto consiste nel fatto che non si tratta di «un semplice corso di italiano, ma di un percorso d’integrazione che scommette sulle madri come elemento vitale per un pieno inserimento delle famiglie immigrate nella realtà territoriale». In altre parole: conoscenza reciproca, costruzione di rapporti di fiducia e collaborazione. Collocando l’attività nei locali della scuola primaria, nell’orario scolastico dei bambini, con lo scopo di creare un ponte tra le madri immigrate e la realtà scolastica dei loro figli. Oltre al corso di lingua, poi, il progetto prevede incontri con esponenti delle associazioni del territorio ed esponenti della vita sociale e politica, finalizzati all’informazione su temi quali salute, scuola, alimentazione, lavoro, problematiche legate ai permessi di soggiorno e alla cittadinanza.
Concludendo. Standing ovation a chi ha pensato a questo progetto. Nelle Colline Metallifere sono stati davvero svegli. Ma non sono dei “geni” fuori norma. Possibile che in così tanti dormano ancora in cavezza? Per svegliarsi magari solo se si verifica qualche episodio eclatante di tensione sociale?

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