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#tiromancino: Grosseto città anonima, orfana delle piazze

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Né brutta né bella Grosseto è soprattutto una città anonima. Ordinata, dignitosa, con tanto verde, ma senza dubbio priva di personalità urbanistica. Di pregio architettonico. Nella Toscana delle città bellissime e originali condivide questa reputazione con altri due centri urbani costieri, più a nord: Massa e Carrara.

Vederlo per quello che oggettivamente è, tuttavia, non significa non volere bene al capoluogo della Maremma. Anzi. Coglierne i limiti è il primo passo per superarli.

Fra le latitanze di Grosseto c’è quella delle piazze. Se escludiamo i varchi dediti alla vita pubblica nel piccolo centro storico circoscritto dalle mura Medicee, in città non c’è piazza degna di questo nome. In attesa di vedere l’effetto che farà la rinnovata piazza Marconi, alias piazza della Stazione. Lascito dell’amministrazione Bonifazi. Per il resto solo rotatorie e anonimi parcheggi. Quando va bene qualche aiuola o un parco giochi come in piazza Fabbrini, alias piazza del Tribunale, oppure una spianata impersonale come in piazza Martiri di Nassiria, alias piazza Amiata. A proposito, sarebbe da riflettere anche sul fatto che i toponimi spesso non corrispondono alla definizione popolare dei grossetani, che appellano le loro piazze con nomi diversi da quelli ufficiali. Fra le altre piazza Randolfo Pacciardi, alias piazza della Palma. Piazza San Francesco, alias piazza Indipendenza. Piazza Rosselli, alias piazza della Vasca. Con una peculiare dissociazione sentimentale tra l’ufficiale e l’informale.

Al di là di tutto ciò, rimane da capire cosa potrebbe cambiare. Perché piazze dignitose possano finalmente colonizzare il tessuto urbano senza scomodare il tòpos dell’agorà. Che è un po’ troppo ingombrante. Anche se all’archetipo dell’agorà, in qualche modo si rifà proprio l’unica vera piazza che per la città funziona come spazio pubblico identitario: piazza Dante. Luogo per antonomasia delle celebrazioni civili ufficiali, ma anche arena di socialità presidiata da manipoli di pensionati presenzialisti, goduta dai bambini che scorrazzando liberi dalla preoccupazione per le macchine, assillata da manifestazioni varie troppe delle quali di livello scadente. Piazza accogliente con tutti, dai venditori di chincaglierie alle coppiette, dai marginali ai turisti attratti dal falso palazzo medioevale della Provincia, alle famiglie a zonzo. Mentre altre piazze del centro storico hanno trovato una loro vocazione più o meno felice. Piazza del Sale fulcro della movida grossetana. Piazza della Palma scissa tra distretto della ristorazione e parcheggio tristanzuolo. Piazza Indipendenza improprio campetto di calcio per le scorribande di adolescenti maleducati, luogo dello svacco dei rarefatti studenti universitari o quinta per i concerti, alla bisogna. Piazza Baccarini, non pervenuta.

Ma che succede fuori dal centro storico? Succede che non c’è piazza degna di questo nome, non solo che sia in grado di assurgere al ruolo di agorà, ma nemmeno a semplice polo attrattivo della vita di quartiere. Come dovrebbe e potrebbe essere.

Eppure il bisogno è avvertito, a ben guardare. L’attaccamento dimostrato con la mobilitazione dai residenti nei confronti del supermercato di Unicoop Tirreno di via Inghilterra, in fondo tradiva anche il desiderio di avere un riferimento simbolico per il quartiere. Per cui un semplice negozio, almeno in apparenza, è diventato il pretesto per restituire un’identità a uno dei “non luoghi” del quartiere Pace.

Facendo il gioco dell’oca in giro per la città, non è difficile individuare anonimi spazi urbani che potrebbero diventare altrettante piazze vissute dai residenti in modo diverso, all’insegna della socialità e dell’identificazione. Piazza delle Regioni col suo giardino trasandato, e la scialba area circostante la facciata della chiesa del Sacro Cuore. Il rettangolo insulso intorno agli incroci tra le vie Svizzera, Repubblica dominicana e Stati Uniti d’America. L’insignificante parcheggio che ospita il mercato di fronte al centro commerciale di via Papa Giovanni XXIII – via Einaudi a Gorarella, e il grigio “piazzalone” di Barbanella. Oppure l’anodina piazzetta parcheggio tra viale Giusti – via Rovetta, e quella amorfa di fronte al supermercato Conad di via Statonia. Ma anche gli spazi verdi lasciati a sé stessi tra via Etiopia e via Mozambico, o tra via Canada e via Repubblica dominicana. Un gioco che ognuno di noi può fare per individuare le proprie piazze ipotetiche.

Riqualificare e abbellire la città dovrebbe essere un’urgenza avvertita da qualunque amministratore, ma anche una preoccupazione costante per ogni cittadino. Certo ridisegnare, e quindi rifunzionalizzare, gli spazi comuni all’insegna di una migliore qualità architettonica ed edilizia con questi “lumi di luna” è tutt’altro che semplice. Ma la scarsità delle risorse è troppo spesso un alibi comodo per non far niente. E a Grosseto si potrebbe cominciare proprio dalle piazze, perché migliorerebbe la qualità della vita delle persone nei quartieri. A partire da quelli periferici, con troppi isolati dormitorio privi di punti di riferimento e aggregazione.

Ovvio che non si ottiene tutto e subito. Ma con una programmazione decennale la città potrebbe davvero riscoprire le sue piazze, e i quartieri darsi un’identità più definita. Gli strumenti ci sarebbero; come i “Piani Integrati di sviluppo urbano sostenibile” (PIUSS) grazie ai quali, ad esempio, a Pisa con un investimento di otto milioni di Euro hanno recuperato le ex Officine Garibaldi. Ma ci sono anche altri veicoli di finanziamento statali e comunitari, oppure le fondazioni di erogazione come la Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze. Sotto il profilo del metodo, invece, basterebbe seguire le buone prassi dell’urbanistica partecipata, basate su coinvolgimento e protagonismo dei residenti chiamati a dire la loro e in qualche modo coprogettare la riqualificazione urbana. Altro esempio concreto di questo possibile approccio virtuoso, quello che la Fondazione Grosseto cultura ha fatto con il ricorso ai writers per realizzare grafiti e murales in alcuni angoli della città.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. È risaputo. Ma senza scomodare modelli irraggiungibili che hanno fatto scuola – come la rinascita di Bilbao, nei Paesi Baschi – anche la piccola realtà di Grosseto potrebbe trovare la propria via d’uscita dall’anonimato. Coltivando prima di tutto l’ambizione di trasformare l’idea che ha di sé stessa.

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