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#tiromancino: la mancata integrazione dei “negri” e le nostre scandalose omissioni

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Non è la lezioncina accademica sulla Costituzione né sul ruolo della donna nella nostra società quello che faciliterà davvero l’integrazione di profughi e richiedenti asilo. Posto che si voglia risolvere il problema dell’accoglienza nel nostro tessuto sociale di chi arriva in fuga da guerre, violenze e carestie. E non trovare il pretesto per buttarli fuori.

Quello che serve davvero è fargli capire come funziona il nostro mondo attraverso una pedagogia basata sull’esperienza concreta. Poi vengono le questioni giuridiche, i modelli organizzativi, gli standard dei servizi, e ogni altro maledetto e pur necessario aspetto amministrativo.

Chi ha avuto a che fare con qualcuno dei ragazzi o delle ragazze, perché sono quasi tutti molto giovani, arrivati nei famigerati Cas (centri di accoglienza straordinaria), sa perfettamente dove sta un bel pezzo del problema. Quasi sempre disconoscono l’uso delle lenzuola in un letto, non hanno mai visto un bidet (come i Francesi) e lo scambiano per un water, usano in modo maldestro le posate e non conoscono la gran parte degli elettrodomestici che popolano le nostre case. Ad esempio non sono in grado di andare alle poste a pagare un bollettino. Non sanno cosa sia una caparra o una fidejussione necessarie per affittare un appartamento. Non riescono a capire la bolletta delle utenze (come quasi ognuno di noi), né hanno la benché minima idea di cosa siano la Tari, l’Imu e altre amenità simili. Il che genera problemi con chi gli affittino una casa. Scoprono l’esistenza di bancomat, carte di credito e home banking solo attraverso la prepagata sulla quale gli viene accreditato il pocket-money di 2,5 Euro al giorno. In compenso hanno tutti dimestichezza con cellulari e facebook. Spendono i pochi soldi che hanno per comprarsi vestiario alla moda con marchi taroccati. Hanno spessissimo un atteggiamento seduttivo – «io sono un disgraziato» – ma cercano di approfittare di ogni occasione. Abituati a un contesto lontano anni luce dai nostri codici sociali. L’elenco dei comportamenti che costituiscono la reale barriera all’integrazione, che non si vuole rimuovere, sarebbe ancora lunghissimo.

Si tratta di considerazioni razziste figlie del pregiudizio? Di sentenze sommarie dispensate al riparo del privilegio del benessere? No perdio. È solo onestà intellettuale addestrata al buon senso. Perché per affrontare i problemi con la volontà di risolverli bisogna conoscere la realtà per quella che è. Consapevoli di dover pagare dazio a un certo grado di approssimazione.

In questa chiave di lettura il ‘buonismo’ culturale di certa sinistra radical chic, che attribuisce caratteristiche positive a qualunque rifugiato in quanto tale, è speculare al ‘cattivismo’ razzista e fascistoide, esibito e compiaciuto, che viceversa individua nell’immigrato l’origine di ogni male. Certo molto meno peggio i primi dei secondi. Se non altro sul piano morale. Ma non c’è dubbio che gli uni e gli altri finiscono per arrivare allo stesso esito per vie diverse: non sporcarsi le mani e scansare la fatica del confronto.

Dove sta quindi il nodo gordiano che soffoca i processi reali d’integrazione dei migranti nella nostra società? Dei quali peraltro, sotto il profilo economico, abbiamo bisogno come del pane?
Sostanzialmente nell’incapacità politica e istituzionale, assolutamente tri-partisan, di gestire quella che dopo dieci anni continua a essere un’emergenza del tutto prevenibile. Oltre che naturalmente nelle sub culture razziste e reazionarie foraggiate con finalità politiche.

Per capire basta leggersi una convenzione tipo tra Prefettura e gestori dei Cas. È tutto lapalissiano. Tre o quattro pagine di burocrazia ovvia e 15 righe 15 sulle azioni destinate all’integrazione. Delegate alla buona volontà e alla capacità delle cooperative che di solito gestiscono questi centri. Ovverosia l’omissione elevata a metodo. Un ‘Bignami’ di richiami generici a «assistenza linguistica e culturale», informazione su «normativa concernente l’immigrazione, diritti, doveri e condizioni dello straniero», sostegno «socio psicologico», «assistenza sanitaria», orientamento «al territorio, informazione e assistenza nei rapporti con la Questura»……….«e rizzati», come dicono a Firenze.

Finché rifugiati e richiedenti asilo saranno trattati come un semplice problema burocratico non ci sarà catarsi. Fargli un corsetto di italiano, o magari un esamino pretenzioso di diritto costituzionale (chi glielo fa, Salvini?), dopo averli lasciati ciondolare per tutto il giorno, ghettizzati sui marciapiedi delle stazioni, nei centri storici o davanti a qualche negozio di “cibo etnico”, continuerà solo a produrre emarginazione, violenza e rancore sociale.

L’unica alternativa ragionevole sono i modelli d’intervento adottati nel Nord Europa – illuminante l’inchiesta a suo tempo condotta da Milena Gabbanelli per Report – basati su percorsi molto rigidi di educazione alle regole del “nostro” mondo. Dandogli una prospettiva di realizzazione dei loro sogni e motivandoli all’integrazione. Mettendoli in condizione di capire – ad esempio – cosa significa prendere in affitto un appartamento, oppure come si chiede un prestito in banca. Perché l’emancipazione reale delle persone passa attraverso l’esercizio dei propri diritti come dall’adempimento dei propri doveri (tenendo conto che l’italiano medio è alquanto allergico al rispetto delle regole).

Da questo punto di vista, escluse molte altre valutazioni meno lusinghiere, il ministro dell’interno Marco Minniti ha avuto il merito di cogliere un clima sociale preoccupante dicendo di aver «temuto per la tenuta democratica, di fronte a barricate per l’arrivo di migliaia di stranieri e a sindaci che mi dicevano “no”». Le guerriglie urbane spontanee e quelle fomentate dalla destra peggiore in tutt’Italia ne danno testimonianza. Dichiarazione che non va banalizzata, quindi. E che trova una sua spiegazione, ad esempio, in quel che sta succedendo in questi giorni nella frazione della Castellaccia, comune di Gavorrano. Dove aver lasciato decidere al gestore del Cas il numero di migranti da ospitare (44 su una popolazione residente di 58 persone) ha portato a tensioni sociali gestite politicamente nel modo più stupido, tanto per cambiare. In coerenza con le mille omissioni che hanno generato il problema.

Alla fine purtroppo il passato si ripropone. Proviamo e evitarne gli esiti più tragici. Ricordiamoci di quel che hanno vissuto solo pochi decenni fa gli emigranti italiani negli Usa, in Germania, Francia o Belgio. E proviamo oggi a essere un Paese migliore di quelli che in passato ci accolsero riservandoci lo stigma del pregiudizio.

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Commenti

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  1. Scritto da jobbe

    Sono d’accordo su tutto, ma non sottovalutiamo un altro punto di non poco momento, ovvero la loro volontà di integrarsi che, a mio avviso, non é sempre ricorrente in ogni “profugo”.