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Si apre il sipario sulla Leopolda: dieci spettacoli con l’anteprima nazionale di Mistero Buffo. TUTTO IL PROGRAMMA fotogallery

FOLLONICA – Saranno dieci gli spettacoli della nuova stagione teatrale che si aprirà a Follonica il 13 ottobre con l’anteprima nazionale (aperta a tutti) di MIstero Buffo, il capolavoro di Dario Fo portato in scena da Mattihias Martelli con la regia di Eugenio Allegri, che del teatro Leopolda è il direttore artistico.

E questa mattina è stato propio Allegri insieme al sindaco Andrea Benini e all’assessore alla cultura Barbara Catalani a presentare il cartellone 2017-2018 e i tanti progetti che saranno realizzati durante la stagione teatrale con famiglie e studenti. Oltre alle dieci date del programma principale (dal 13 ottobre 2017 al 28 marzo 2018), la Leopolda ospiterà anche “Le domeniche a teatro”, cinque appuntamenti dedicati ai più giovani, e il la piattaforma di “Teatro, Scuola e Società” con due date sui temi della ludopatia e del cyber bullismo.

«Così come negli anni passati abbiamo pensato – ha spiegato il sindaco Benini – ad una stagione che si legasse alle altre realtà della città e che avvicinasse sempre di più il teatro ai follonichesi. Per questo sono stati confermati anche i progetti con i più giovani e le famiglie e con scuole e studenti».

Il comune ha investito circa 150 mila euro per l’intera stagione anche se bisogna considerare che ogni anni dal teatro tornano nelle casse comunali circa 35 – 40 mila euro sottoforma di profitti di gestione. Il teatro, insomma, funziona sia dal punto di vista culturale, ma anche da quello economico. «Il teatro è lavoro, dà lavoro e ti cambia la vita» ha detto Allegri in apertura di presentazione annunicando anche una delle novità dell’anno: due ore prima di ogni spettacolo gli attori protagonisti incontreranno nel foyer del teatro gli spettatori. «Anche quest’anno abbiamo puntato sulla qualità – ha aggiunto l’assessore Catalani – con l’obiettivo, tra i tanti, di stimolare le giovani generazioni».

Dal 1 settembre sarà possibile sottoscrivere gli abbonamenti per i vecchi abbonati, mentre per i nuovi sarà possibile farlo dall’8 settembre.

Leopolda Teatro 2017

Ecco tutto il programma:

13 – 14- ottobre – MISTERO BUFFO – Riportare in vita “Mistero Buffo” restando fedeli all’interpretazione di Dario Fo e alla tradizione giullaresca da lui riscoperta, rimanendo però diversi, differenti e distinti: solo così si può restituire “Mistero Buffo” come un classico immortale del Teatro Italiano: facendo rivivere il fascino di quest’opera straordinaria con un’interpretazione fedele ma allo stesso tempo il più possibile personale.
Il teatro fisico e le acrobazie vocali si fondono in un’unione innovativa che permette di reinterpretare le “giullarate” più famose di “Mistero Buffo” facendo leva sulle prerogative attoriali di Matthias Martelli, attore trentenne con un’esperienza non solo nei teatri ma anche nelle piazze di tutta Italia. A governare registicamente la verve artistica di questo giovane attore è l’esperienza di Eugenio Allegri, attore e regista legato alla Commedia dell’Arte, alla lezione del grande pedagogo francese Jaques Lecoq e naturalmente affine al lavoro di Dario Fo, con il quale ha più volte lavorato. L’ uso del grammelot, modulato sulle differenti abilità vocali dell’attore, viene anticipato dalle celebri “introduzioni alle giullarate” di Fo, riscritte in chiave contemporanea. Si costruisce così una satira nuova, che combina la corrosività delle parodie giullaresche con la palpitante necessità di aggiornare ed affrontare i temi cruciali della nostra modernità.

3 novembre – FAR (excerpt) e CENERENTOLA – La giovane compagnia Milano Contemporary Ballet, arriva al teatro Fonderia Leopolda di Follonica con una nuova produzione che comprende FAR (un estratto) di Wayne McGregor e una nuova Cenerentola firmata da Roberto Altamura e Vittoria Brancadoro.

Portato in scena grazie alla collaborazione con lo Studio Wayne McGregor, con il re-staging curato da Jessica Wright e Davide Di Pretoro, FAR è un intenso viaggio creativo dalla coreografia fisica e potente e ricercata di Wayne McGregor, ispirato a Flesh and the Age of Reason (L’uomo e l’Età della Ragione, da qui l’acronimo FAR) di Roy Porter, una storia dell’esplorazione del corpo e dell’anima. La compagnia del Milano Contemporary Ballet ne porta in scena un estratto, come unica compagnia italiana a poter riprodurre il repertorio di Company Wayne Mgregor.

La Cenerentola, invece, è una versione e una visione assolutamente contemporanea di una favola che tutti conoscono. I giovani coreografi Roberto Altamura e Vittoria Brancadoro, scelgono un’ambientazione attuale per raccontare, attraverso un classico, come e chi sarebbe questa Cenerentola oggi. La novità sta nel significato: se il nostro principe nell’epoca del gps e dei social riuscirà a ritrovare la ragazza, cosa significherà per lei la scarpetta? Queste le domande alla base di una creazione ironica e romantica, sulla partitura originale di Sergeij Prokofiev, con le scenografie dell’artista Vincenzo Mascoli, e i costumi del giovane designer Alessandro Vigilante.

 24 novembre – IL MALATO IMMAGINARIO – Un mese di sold out la scorsa stagione per questo spettacolo nato come omaggio a Franco Parenti a 25 anni dalla scomparsa. Il protagonista Argan, interpretato con intelligenza e ironia da Gioele Dix, spreca la sua vita fra poltrona, lettino, toilette, clisteri, salassi. Sotto la candida cuffia a pizzi, nella vestaglia bianca, nelle calze bianche molli sui piedi ciabattanti, si trova una debolezza a volte innata, un’incapacità genetica di prendere qualsiasi decisione.
Il suo alter ego è Antonietta, detta anche Tonina, interpretata da Anna Della Rosa, una cameriera tuttofare, che il padrone vive spesso come un incubo, superpresente impicciona che vede tutto e tiene in mano tutto, a partire dal destino dei padroni. La raffinata regia di Andrèe Ruth Shammah, “senza tempo e di tutti i tempi”, si sofferma sulle nevrosi ipocondriache del protagonista, in una continua tensione tragicomica mirabilmente costruita che continua ancora oggi ad affascinare e a stupire gli spettatori.

5 dicembre – IL SECONDO FIGLIO DI DIO – Ogni sogno ha una voce precisa, e sta dentro ognuno di noi. Solo i matti, i poeti, i rivoluzionari, non smettono mai di sentirla, quella voce. E a forza di dargli retta, magari poi ci provano davvero a cambiarlo, il mondo.
In cima a una montagna, davanti a una folla adorante di 4 mila persone, un uomo si proclama reincarnazione di Gesù Cristo. È il mese di luglio del 1878. L’inizio di una rivoluzione possibile, che avrebbe potuto cambiare il corso della Storia. Simone Cristicchi presenta Il secondo figlio di Dio, il suo nuovo spettacolo teatrale ispirato alla vicenda incredibile, ma realmente accaduta, di David Lazzaretti, detto il “Cristo dell’Amiata”.
Simone Cristicchi, torna a stupire il pubblico con una storia poco conosciuta, ma di grande fascino. Ne Il secondo figlio di Dio, si racconta la grande avventura di un mistico, e l’utopia di un visionario di fine ottocento, capace di unire fede e comunità, religione e giustizia sociale. Tra canzoni inedite e narrazione, il narratore protagonista ricostruisce la parabola di Lazzaretti, da figlio di carrettiere a predicatore eretico con migliaia di seguaci, il suo sogno rivoluzionario per i tempi, culminato nella realizzazione della “Società delle Famiglie Cristiane”: una società più giusta, fondata sull’istruzione, la solidarietà e l’uguaglianza.

11 dicembre – AMERICAN BUFFALO – American Buffalo è il debutto alla regia di Marco D’Amore, attore celebre agli occhi del grande pubblico televisivo per essere l’interprete di Ciro Di Marzio nella serie Gomorra. Come spesso accade in questo e altri paesi, chi si è fatto conoscere sul piccolo schermo, già vanta un’esperienza teatrale, magari meno in vista, ma sempre importante. Il testo di David Mamet, datato 1975, accolto allora dalla critica statunitense come «la migliore commedia del decennio», ha negli anni girato i palcoscenici nordamericani collezionando produzioni di tutto rispetto e, nel 1996, un adattamento cinematografico altrettanto stellato (con Dustin Hoffman nella parte del protagonista). La versione presentata a Roma, nel novembre 2016, è frutto innanzitutto di una traduzione e di un adattamento, a opera di Maurizio De Giovanni, che intelligentemente trasportano l’intera vicenda nella Napoli contemporanea, <>.
Nella trasposizione di certo si perde parte del senso dell’American Buffalo (ovvero una vecchia moneta da mezzo dollaro) come simbolo dei valori atavici dell’America colonizzatrice – e con esso la critica al mito della proprietà privata e dei valori di supremazia esposta nel fango delle strade americane così come il capitalismo le ha forgiate, ma il lavoro sui caratteri conserva una propria freschezza, se si è in grado di riposizionare la vis polemica nelle disgrazie della quotidianità italiana.

19 gennaio – VENERE IN PELLICCIA – Una pedana rossa, soprelevata rispetto al palco, è il quadrato di gioco, rosso come la chaise longue, come il tavolo sulla sinistra sul quale l’attore, Valter Malosti, prende appunti senza alzare la testa neanche per un attimo mentre il pubblico riempie la sala; una telefonata alla fidanzata per avvisarla che ha quasi finito il lavoro e per sfogarsi della cronica mancanza di virtù nelle giovani attrici di oggi finché dal fondo si solleva la stoffa nera e quasi magicamente, ecco l’interprete ritardataria che diventerà protagonista della scena: Sabrina Impacciatore.
Basta assistere ai primissimi scambi tra i due per capire che l’assortimento per questo Venere in pelliccia è invece un successo assicurato. A ciò va aggiunta la scelta di un testo ricco di ironia, piani di riflessione, spunti morali e filosofici. La pièce di David Ives (Chicago 1950) infatti è anche una divertente e intelligente partita a scacchi sul teatro e il mestiere dell’attore.
Gli interpreti mostrano un’affinità non scontata, il timbro argentino ma corposo di Malosti rincorre la tempra autoriale della protagonista; insieme confezionano uno spettacolo a tratti comico, ma con una continua interrogazione allo spettatore rispetto ai ruoli imposti e a quelli che vorremmo recitare, con un finale che riavvolge il nastro del tempo.

26 gennaio – KKORE – CANTO ACCORATO PER CHI HA UN CUORE – Figlia di Zeus e Demetra, Kore venne rapita dallo zio Ade, dio dell’oltretomba, che la portò negli inferi per sposarla ancora fanciulla, contro la sua volontà. Divenne quindi dea degli inferi e regina dell’oltretomba.
Quello di Kore è uno dei miti fondamentali dell’umanità, legato alla nascita delle stagioni, al ciclo del frumento, alla fertilità dei campi. Demetra scende agli inferi per reclamarla, ma senza successo, e si arriva a un patto: Kore avrebbe trascorso parte dell’anno con il marito negli inferi e l’altra con la madre sulla terra. Demetra allora accoglieva con gioia il suo periodico ritorno facendo rifiorire la natura in primavera ed in estate, mentre il periodo in cui starà sottoterra è quello dell’autunno e dell’inverno. A Kore erano dedicati i Misteri Eleusini, antichi riti misterici della fertilità, che rappresentavano il mito del suo rapimento in un ciclo di tre fasi: discesa (perdita), ricerca e ascesa, e si celebravano in primavera e in autunno.
Il testo di Lina Prosa riprende il mito per farne un canto dedicato “alle donne che non sono mai ritornate dal buio”, vedendo nel mito un archetipo del legame d’amore che può diventare per le donne violenza e seppellimento. Un modo per entrare dentro alla capacità delle donne di attraversare una zona buia dell’esistenza, dalle quali non tutte sono capaci di resuscitare.

16 febbraio – LA TEMPÊTE – Dopo “Il Volpone” di Ben Jonson (2008), che esplorava la cupidità degli esseri umani, è con “La Tempête” (La Tempesta) di William Shakespeare che la compagnia Tetês de Bois affronta ancora una volta le Divine Tragedie del teatro elisabettiano.
La Tempête è in realtà una commedia amara che esplora il meccanismo del potere: fedele a se stesso, Shakespeare ci offre una pièce dove la verità degli uomini si legge attraverso un prisma deformante, con un sottile gioco di contraddizioni tra bestialità e innocenza, crudeltà e ingenuità, verità e tradimenti.
La Tempête è costruita attorno al personaggio di Prospero: protagonista della storia, quest’uomo spodestato dei suoi beni e esiliato sull’isola, assetato di vendetta, è, allo stesso tempo, colui che dirige gli avvenimenti. L’isola diviene il suo teatro, dove manipola gli elementi della natura alla maniera di un marionettista. Nel momento in cui “arriva” la burrasca, ognuno diverrà e vivrà la propria tempesta, e dovrà confrontarsi con i propri errori e le proprie contraddizioni.
Più che alla sua vendetta, è allo spettacolo del mondo, che Prospero ci convoca. Vero “teatro degli avvenimenti”, l’isola è, nel suo piccolo, un mondo dove si ripercorrono senza dubbi le passioni umane, la sete di potere, di vendetta, o semplicemente di libertà. Agli addolorati naufraghi su un’isola che credono deserta, priva di ogni traccia di civilizzazione, non spetta altro che riprodurre il mondo che conoscono e riproponendo a loro stessi gli istinti che li divorano.

7 marzo – ANIMALI DA BAR – Richiamando il Bar Sport di Stefano Benni, ma con uno stile più affumicato e allucinato, Animali da Bar della Compagnia Carrozzeria Orfeo è un luogo di atmosfere grunge e punk, dove i Blues Brothers, idealmente, potrebbero bere un drink con Bukowski. A Charles Bukowski si ispira proprio Gabriele Di Luca per il personaggio incarnato nello spettacolo, tale Swarovski, scrittore nichilista, giudicante, fastidioso come il Barfly (letteralmente moscone da bar) del 1987, film sceneggiato dallo stesso Bukowski e prodotto da Francis Ford Coppola. Volteggiando dalla narrativa al teatro – passando per il cinema, Animali da Bar si svela come una maledetta benedizione, una trasfusione di vita per rianimarsi dal sadismo occidentale e dagli acidi spacciati in televisione e in politica da una società allo sbaraglio – se analizzata a perdita d’occhio. Siamo tutti confusi e incatenati, siamo tutti Animali da Bar, ma cerchiamo inevitabilmente l’altro.
Nell’isola infelice ricreata con un bancone da bar rilucente e cupo che si snoda in una curva, campane tibetane che calano dall’alto – prendono forma le esistenze microbatteriche di personaggi interpretati senza retorica e passi falsi, una su tutti da Beatrice Schiros, decisiva e morbida, riesce perfino a svelare lati romantici della sua Mirka, barista ucraina che affitta l’utero per 35.000 euro e beve vodka come una spugna – a cui non ti puoi non affezionare. La circondano una voce registrata, quella di Alessandro Haber (spassoso vecchietto in fin di vita, che parla attraverso una radio), un ladruncolo con manie suicide, il buddhista massacrato di botte dalla moglie, e l’imprenditore cocainomane.

28 marzo – VANGELO SECONDO LORENZO – Nell’immediato dopoguerra, c’è un paese da ricostruire.
Appena ordinato sacerdote, a causa dei disordini procurati in seminario, Lorenzo Milani crea imbarazzo nella curia nella scelta della sede d’assegnazione al suo primo servizio pastorale. L’elemento è difficile da collocare, non gode di una buona nomea: troppo critico, troppo inflessibile, troppo radicale. Verrà destinato alla popolosa parrocchia di San Donato di Calenzano, in qualità di aiuto parroco. A Calenzano, don Lorenzo avvierà una Scuola Popolare, convinto che non si possa portar la parola di Cristo a chi non sa neanche leggere e scrivere. La sua missione diventa alfabetizzare il popolo di fedeli; fornire loro, prima d’ogni altra cosa, l’istruzione civile e la coscienza dei propri diritti. Alla scuola avranno accesso tutti, parrocchiani e comunisti, atei e credenti, nessuno escluso. Lorenzo Milani pagherà con l’esilio quel suo adoperarsi a vivere con coerenza i principi di un evangelismo radicale. L’arrivo a Barbiana, sarà vissuto da Lorenzo come una prova, a cui Dio lo sottopone nel disegno misterioso che ha in serbo per lui. Qui non ci sono gli operai di fabbrica ma i contadini, e i pochi ragazzini, loro figlioli, che Lorenzo va testardamente sottraendo alle stalle delle mucche e alle porcilaie, convincendo i parenti, bisognosi delle loro piccole braccia, che di quei ragazzini se ne può fare altro.
Sarà così che prenderà avvio uno dei più interessanti laboratori pedagogici dell’Italia del dopoguerra; catturerà gli interessi contestatari del movimento sessantottino, e poi, negli anni a venire, ispirerà formatori, insegnanti e riforme della scuola pubblica. Lorenzo Milani morirà a Firenze, a casa dell’amata madre, circondato dall’affetto dei suoi ragazzi. Con ultimo atto d’amore, fornirà loro testimonianza del mistero della morte d’un uomo, offrendo il suo corpo e i suoi ultimi pensieri ai loro sguardi attoniti, come fosse, egli stesso, un libro aperto.

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