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#tiromancino: nell’Italia che importa l’80% del pesce che consuma, c’è una speranza. Si chiama Ansedonia

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Di prim’acchito l’acquacoltura parrebbe un argomento noioso per una lettura domenicale, ma è una storia che merita d’esser conosciuta. Perché tante sono le cose sotto il cielo che non conosciamo e che sono sorprendenti. Come il fatto che in Italia – Paese che da solo nel 2015 ha speso 10,3 miliardi di euro per acquistare prodotti della pesca e dell’acquacoltura, primo nell’Europa che ne ha spesi 54 con una leadership mondiale* – consumiamo 25,5 kg di pesce a testa, l’80% del quale è però d’importazione: circa 1,2 milioni di tonnellate sul milione e mezzo di tonnellate consumate. Cosa apparentemente bislacca per una nazione con 8.300 km di coste, che pare un gigantesco snodo logistico in mezzo al Mediterraneo. Adatto, sembrerebbe, sia alla pesca tradizionale che all’acquacoltura.

E altrettanto sorprendente è scoprire che ogni anno nel mondo si consumano circa 190 milioni di tonnellate di prodotti ittici, solo la metà dei quali proviene da catture in mare. Con un 50% di pesci, crostacei e molluschi sfornati da impianti di acquacoltura a terra (vasche) e a mare (gabbie).

Una storia un po’ folle, nella quale si colloca la provincia di Grosseto che ad Ansedonia, nel comune di Orbetello, ospita uno dei poli d’eccellenza dell’acquacoltura nazionale, ma anche mondiale. Realtà che si Chiama Coopam [cooperativa acquacoltori maremmani], associa tre aziende acquicole e, a due passi dalle ville della facoltosa alta borghesia romana e milanese, dà lavoro a 70 addetti diretti (più l’indotto) con una produzione di 2.300 tonnellate di spigole, orate e ombrine “boccadoro”, per un fatturato che supera i 20 milioni di Euro. Più di quello della vicina flotta peschereccia di Monte Argentario.

Azienda che sta a pieno titolo nel comparto del manifatturiero agroalimentare, in grado a venti minuti dall’estrazione dei pesci dalle vasche di effettuare entro le sei ore successive selezione, confezionamento, etichettatura e messa sotto ghiaccio. Con 60 quintali/giorno di orate, spigole e ombrine che prendono le strade più diverse. Compresi i mercati ittici di Monaco di Baviera, Hong Kong, Singapore, New York, Washington e Los Angeles. Al massimo entro 26 ore. Polo produttivo e di trasformazione di punta, al quale in Maremma si affiancano la Orbetello pesca lagunare (80 addetti), l’impianto di Fornaciari a Castiglione della Pescaia (10) quelli di Piombino (80/90) e l’avannotteria di Cecina (6 addetti). Il piccolo comparto toscano dell’acquacoltura che produce circa 5.000 tonnellate di pesce pregiato all’anno.

La cosa paradossale, in tutto questo, è che l’acquacoltura in Maremma è un po’ un pesce fuor d’acqua. Nonostante ad Ansedonia – in virtù della presenza di acque saline estratte da un acquifero fossile alla temperatura costante dai 20 a 25 gradi – si allevassero pesci destinati al mercato ittico di Roma sin dal II secolo avanti Cristo.

Pesce fuor d’acqua perché nella nostra realtà l’acquacoltura sarebbe potenzialmente una miniera d’oro – in grado di creare occupazione qualificata e un distretto produttivo dall’elevato valore aggiunto, oltretutto nel più rigoroso rispetto dei parametri ambientali – ma rimane confinata a nicchia produttiva. Significativa, ma pur sempre una nicchia. Soffocata nella culla da diffidenze para ambientaliste, una legislazione caotica e procedure autorizzatorie che durano anni.

Un esempio concreto di quel che con un po’ di buon senso potrebbe essere: in Italia si consumano ogni anno più di 100.000 tonnellate di spigole, orate e ombrine. Solo 17.000 tonnellate delle quali (17-18%) sono pescate o allevate in Italia. Di queste 2.300 tonnellate arrivano dai tre impianti acquicoli a terra di Ansedonia. Le altre arrivano da Turchia, Grecia, Croazia, Tunisia, Malta, Albania, Spagna, Francia……. Potendo, una prateria (di Posidonia?) sulla quale correre.

Tornando invece allo scenario mondiale – 190 milioni tonnellate di prodotti ittici consumati – ogni anno che passa si riduce lo stock di risorsa ittica nei mari della terra, con la progressiva inesorabile riduzione delle taglie dei pesci catturati. Evoluzione che renderà sempre più centrale l’acquacoltura a terra e a mare per soddisfare la domanda crescente di pesce, crostacei e molluschi. Oggi sulla terra viviamo in 7,4 miliardi, nel 2050 saremo 9,6 miliardi. A consumi stabili, ci sarà da produrre il 30% di pesce in più al ritmo di 1,5 milioni di tonnellate all’anno. Il salmone prodotto in tutta la Norvegia.

Oggi il 92% della produzione mondiale acquicola e il 72% delle catture mondiali provengono dall’Asia, in particolare da Cina, Indonesia e India. Le quattro specie più consumate nell’Ue (merluzzo nordico, tonno, salmone e pollack d’Alaska), che rappresentano il 32% del mercato, sono in larga misura, se non totalmente, importate da paesi terzi.

L’Europa, primo mercato mondiale, già importa il 55% del pesce che consuma. L’Italia, per quanto assurdo sembri, ne importa l’80%. E come Paese produttore con l’acquacoltura è al 7° posto in Europa, con appena 55.000 tonnellate di pesce allevato. Dopo Norvegia, Turchia, Grecia, Inghilterra, Isole Faroer e Spagna.

La specie d’allevamento più consumata, e quella con il valore di produzione più alto, è il salmone. La cozza è il secondo prodotto d’allevamento più consumato; seguono gamberoni e mazzancolle, quasi interamente importati. Negli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, la spigola e l’orata allevate sono consumate in misura maggiore.

Siamo a inizio giugno e fa un caldo asfissiante. Non è un pesce d’aprile.

*www.eumofa.eu: Osservatorio europeo del mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura

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