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#tiromancino: le barriere architettoniche nel nostro cervello. La disabilità, la rava & la fava

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Metto subito le ‘mano’ avanti. A questo giro mi tocca ragionare in prima persona di una cosa capitatami in quanto disabile. Non per smania di protagonismo, ma perché offre lo spunto a considerazioni, diciamo così, di natura cosmica.

Proverò a farlo senza retorica, sul filo dell’ironia, per esorcizzare il disagio che provo a parlare in qualche modo di ciò che mi riguarda nell’intimo. Perché, va da sé, finché si parla degli altri è tutto più facile.

I fatti. Venerdì mattina dovevo partecipare in Prefettura a un corso di formazione obbligatoria organizzato dall’Ordine dei giornalisti della Toscana. Armato di ottimismo e accompagnato dal mio assistente, ché badante proprio non mi garba, arrivo nell’androne del palazzo del Governo in piazza fratelli Rosselli. Lì nell’arco di cinque minuti scopro che il montascale per raggiungere il piano terra rialzato è inservibile, ma anche che l’ascensore interno per arrivare all’agognato salone ai piani alti è fermo da un anno. Mi dicono che non si troverebbe la scheda perché l’impianto è vetusto.

Come da copione, seguono scene di mortificazione [sincera] da parte del poliziotto di piantone, dei suoi colleghi e di un funzionario prefettizio. Mi vogliono issare su a mano, poi mi propongono di schiaffarmi su una seggiola di legno messa nell’ascensore sul retro dell’edificio, troppo piccolo per la mia carrozzina. Io, sacramentando nell’intimo mio, ringrazio ed educatamente declino le offerte, sentendomi in dovere di spiegare il perché. Intanto i colleghi giornalisti passano alla spicciolata diretti all’empireo. Saluto qualcuno che si ferma per capire cosa succede. Plus tard me ne torno a casa moderatamente inviperito, col cervello impegnato a lambiccarsi sull’irrazionalità dei presagi.

Il senso di colpa. Una persona disabile – d’ora in poi un ‘malconcio’, copyright dell’amico Marco Terreni – alla quale è impedito l’accesso a un luogo pubblico, suscita pietà e sentimenti di solidarietà. È del tutto comprensibile. Tuttavia il pietismo è uno dei virus che appestano le relazioni umane e sociali. Soprattutto perché costituisce l’alibi perfetto rispetto alla costruttiva fatica quotidiana che andrebbe fatta ogni volta che c’imbattiamo in qualcuno da considerare nella sua qualità di cittadino, a prescindere dalla sua condizione de facto. Disabile, anziano, migrante, bambino, turista, paziente, perfino delinquente [si chiama civiltà giuridica]…..Anche perché, alla fine dei conti, di sensi di colpa a posteriori è lastricata la via che porta all’inferno.

Nel caso del povero malconcio impedito all’accesso poi, liberare il senso di colpa lascia l’anima bella. E tutto torna nel dimenticatoio, ovverosia nell’oblio dell’etica della responsabilità nei confronti dei propri doveri. In qualunque ambito siano praticati. Perché, in fondo, la disabilità [malconcitudine?] è solo uno dei tanti pretesti rispetto ai quali siamo negligenti.

Non c’è bisogno che ti stia col fiato sul collo il prefetto per capire che un montascale e un ascensore inservibili in un palazzo pubblico sono un’indecenza, e quindi farsene in qualche modo carico. O no? Non c’è bisogno di un obbligo di legge, per realizzare un banalissimo scivolo se ristrutturo il mio negozio o locale. O no?

L’esclusione sociale. Quando si pensa alle barriere architettoniche, la prima associazione è quella scale/scivolo. Ma il fantastico mondo degli ostacoli all’integrazione sociale dei malconci è sterminato, e ci vorrebbe una Treccani per raccontarne esempi e implicazioni. Quel che va capito, è che gli ostacoli terreni che t’impediscono di vivere con gli altri normali relazioni, sono la conseguenza inevitabile di barriere architettoniche mentali. Che albergano nei nostri cervelli. Visitate per capire l’ufficio protesi della Asl in via Don Minzoni oppure l’Inal in via Mameli, dove i malconci sono di casa.

Quelli bravi direbbero con piglio sociologico che il problema è «culturale». Non ci vuol d’essere aquile per afferrarlo: hanno ragione. Finché la cultura dominante sarà mono-orientata a profitto e soddisfazione dei bisogni economici della maggioranza, l’attenzione ai bisogni ‘secondari’ rimarrà una chimera. E chiaramente la cosa non riguarda solo chi è malconcio.

I professionisti dell’accessibilità. Fra i tanti che si deresponsabilizzano, le categorie di progettisti, installatori e operai edili meritano un Oscar. A una quarantina d’anni dalle prime leggi sull’abbattimento delle barriere architettoniche, tra le più garantiste del mondo, si continua a imbattersi in cose grottesche. Anche qui, gli esempi sarebbero a bizzeffe. Per i cultori del genere, andare ad osservare come sono stati installati i montascale nei palazzi di Clarisse Arte e del Monte dei Paschi, in via Manin. Gli autori meriterebbero la garrota, tutti: il progettista, il soprintendente, l’installatore, l’elettricista e il muratore. Ognuno dei quali ha sicuramente un alibi [la lobotomia del buon senso].

Il punto di vista del malconcio. Come la vive un malconcio standard? Non bene. Premesso che, come tutti, i malconci non sono santi in quanto tali [ad esempio possono essere delle emerite teste di cazzo], tuttavia essi sono oggettivamente soggetti deboli. Non foss’altro perché devono comunque ricorrere all’aiuto degli altri, contando sulla loro disponibilità. Che spesso, per quanto offerta in buona fede, può avere esiti perniciosi. Pochi giorni fa, ad esempio, un amico m’ha fatto battere una sonora capocciata per terra perché non aveva dimestichezza col mio ‘mezzo’. A parte la mattonella incrinata, la cosa non ha avuto esiti tragici.

Ora immaginate uno che non ha poco equilibrio, un bel po’ di spasticità, altri problemetti che non si vedono, parla male, e magari è anche timido o pudico. Che si trova ‘ostaggio’ di qualcuno che a tutti i costi, in preda alla nota sindrome della crocerossina, lo vuole aiutare a scollettare una barriera architettonica. Non ascoltandone i consigli, per giunta. Vi assicuro che la situazione non è solo comica, ma anche imbarazzante. Non raramente umiliante. Spesso pericolosa. Perché ti ritrovi costretto a dover spiegare in pubblico cose di te che non vorresti raccontare. In un momento in cui ti girano i coglioni come un frullatore.

Naturalmente certe situazioni hanno il rovescio della medaglia. Per cui certe persone disabili puntano sulla pietà e sul senso di colpa che sono in grado di far provare, esibendo la loro ‘diversità’ come un’arma contundente. Una strategia, anche questa, conseguenza di un approccio culturale che mette i malconci sulla difensiva. E ognuno si difende come può, o come sa.

Last but not least. L’esperienza prefettizia mi ha fatto notare un’altra cosa. I miei colleghi giornalisti non hanno battuto ciglio, e non hanno pensato né di protestare né di minacciare di non fare le tre ore di corso se non si fosse trovata una soluzione alternativa che mi consentisse di partecipare [cosa possibile].

Attenzione, a questa cosa non ho fatto mente locale subito, ma ci ho rimuginato il giorno dopo. Perché io stesso sono caduto ostaggio della stessa logica [diffusa], a parti invertite. Per cui ho dato per scontato che non avrei potuto partecipare, e me ne sono tornato a casa in buon ordine. Invece di pretendere, come potevo e dovevo, di trovare una soluzione. Sennò è troppo facile fare la morale agli altri.

Loro si sono raccontati l’alibi che non avevano colpa se l’ascensore non funzionava. Io mi sono accontentato dell’alibi che ero amareggiato e stanco di combattere da anni contro i mulini a vento. Tutti insieme, credo, abbiamo fatto una bella figura di merda con noi stessi.

Al prossimo giro, che tanto arriverà, io non mi tirerò indietro.

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