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#tiromancino: Requiem per la pineta. Crollata la filiera del pinolo non c’è salvezza?

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Più degl’incendi poterono i parassiti e l’incuria dell’uomo. La lenta morte delle nostre bellissime pinete costiere, infatti, è conseguenza diretta del collasso dell’economia del pinolo causato dal “Cimicione americano” (Leptoglossus). Un parassita che aggredisce le pine impedendone la maturazione e quindi la fruttificazione dei pinoli, prodotto prelibato impiegato in moltissime pietanze, come il pesto alla genovese, o per l’industria dolciaria.

Fino a una ventina d’anni fa, infatti, la manutenzione e il rinnovo delle pinete – piantate dai Lorena a partire dalla seconda metà del XVIII secolo in contemporanea alle opere di bonifica delle aree paludose costiere – era assicurata dai “pinottolai”, che alimentavano una florida economia di nicchia basata appunto sulla coltivazione e la raccolta dei pinoli per uso alimentare. A Grosseto, ad esempio, nella zona di Principina terra, c’è ancora lo stabilimento dell’impresa Lanini, dove si sgusciavano le pine per estrarne pinoli da destinare al commercio al dettaglio, all’industria dolciaria o a seme per ricavarne pini domestici. Il Pinus pinea, infatti, è una pianta che non si può riprodurre da talea o per innesto, ma solo mettendo a dimora il seme.

Il crollo verticale della filiera produttiva dei pinoli – in Italia si consumano oltre 1.000 tonnellate di pinoli sgusciati all’anno – è avvenuto nel 2012, quando ne sono stati raccolti 18.500 tonnellate a fronte delle 34.500 dell’anno precedente. Da quel momento le cose sono peggiorate ulteriormente, con effetti paradossali. Come la crescita esponenziale del prezzo dei pinoli sgusciati, fino a 100 Euro al chilo, e la nascita di un mercato nero del pinolo, alimentato da centinaia di furti nei supermercati o da quelli su commissione negli impianti di sgusciatura e confezionamento. Oppure la lievitazione dei costi dei giovani pini nei vivai, dovuta all’aumento del costo dei pinoli da seme.

Effetto collaterale, ma mefitico, del crollo di questo piccolo comparto produttivo, è l’abbandono a sé stesse delle nostre pinete che stanno velocemente deperendo, con la riscossa della macchia mediterranea – leccio, sughera, lentisco, ilatro, corbezzolo, cisti, euforbia, ginestra, rosmarino – che sta riconquistando il terreno. La pineta, infatti, non è un bosco naturale e in assenza di pratiche colturali come potature, sostituzione delle piante e pulizia del sottobosco, è destinata ad estinguersi.

Il problema di fondo è che le pinete costiere sono prevalentemente di proprietà privata, l’80% nel comune di Grosseto, e che venuta meno la possibilità di dare in concessione ai pinottolai la coltivazione del pinolo, non c’è da parte dei proprietari alcun interesse a spendere soldi per manutenzione e rinnovo delle piante di pino domestico. Che ha una vita produttiva media di 80 anni, e una vita vegetativa che varia dai 150 ai 200 anni. Situazione aggravata ulteriormente dall’arrivo di altri due parassiti particolarmente aggressivi, come la Cocciniglia della corteccia del pino selvatico (Matsucoccus feytaudi) e il Blastofago dei pini (Tomicus destruens), che aggredisce sia il pino domestico che quello marittimo. Bestiacce infingarde che insieme al Cimicione americano costituiscono la “trimurti” che minaccia di annientare le nostre povere pinete.

Se la natura ci mette del suo, tuttavia, l’uomo le dà una bella mano. I problemi delle varie fitopatologie in atto lungo la fascia costiera pinetata, infatti, sono oramai noti da tempo, ma come al solito disinteresse dei privati, con poche lodevoli eccezioni, ed elefantiasi delle pubbliche amministrazioni costituiscono un mix micidiale che rischia di privare tutti noi di un grande e prezioso bene collettivo come la pineta litoranea. Bene lasciatoci in eredità dagli illuminati Lorena, che oggi costituisce un patrimonio paesaggistico e di biodiversità determinante nel contribuire alla reputazione turistica di questo territorio. Se tutto ciò aggiungiamo la simpatica abitudine di appiccare il fuoco da parte di piromani, semplici imbecilli, e speculatori di variegata natura, il quadro è completo.

Recentemente la Regione Toscana, grazie alle sottomisure 8.3 e 8.4 del programma di sviluppo rurale (Psr), ha previsto investimenti per il recupero e la valorizzazione di specifici ambienti forestali. Riservando una quota specifica delle risorse per preservare questi ambienti, migliorarne la funzionalità e garantirne la fruizione ad utenti e turisti.

Rimane il fatto che in assenza di un’improbabile disponibilità dei privati proprietari delle pinete a spendere, oltretutto molti e con proprietà di variegate estensioni, sarà quasi impossibile risolvere i tanti problemi.

Considerato che le pinete sono già sottoposte a vincolo paesaggistico e idrogeologico, e che sono di fatto inedificabili per vincoli urbanistici, forse è il caso di pensare a una soluzione radicale. Come l’esproprio a fini pubblici e la costituzione di un’area protetta. Gli strumenti giuridici ci sono, rimarrebbe il problema dei quattrini, trattandosi di migliaia di ettari. All’uopo si potrebbero concentrare risorse statali, regionali e degli Enti locali, come gl’introiti della tassa di soggiorno.

Quale che sia, la soluzione va trovata alla svelta. Altrimenti tanto vale intonare il requiem per le nostre pinete costiere. Evitando poi di piangere le lacrime del coccodrillo.

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