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In 120 all’eremo di Malavalle: ecco i giovani di San Gugliemo fotogallery

CASTIGLIONE DELLA PESCAIA – La “bellezza del cammino”, oltre 120 giovani della diocesi di Grosseto l’hanno sperimentata domenica scorsa partecipando al pellegrinaggio verso l’eremo di Malavalle, dove san Guglielmo – il santo della Maremma – ha vissuto anni di preghiera, penitenza, ricerca interiore e dove ha preso forma la prima comunità cenobitica ispirata alla sua vita: i Guglielmiti.

I giovani, assieme al vescovo Rodolfo, ad alcuni sacerdoti e ai seminaristi, sono partiti dal borgo medievale di Castiglione della Pescaia, hanno attraversato alcune vie del paese costiero per poi immettersi nell’entroterra, verso la zona di Malavalle, nel fitto del bosco, dove sono custoditi i ruderi dell’antica chiesetta e del primitivo monastero.

Non è stato solo un camminare verso una meta, ma compiere un viaggio in quell’universo, a volte sconosciuto e pieno di pregiudizi, della migrazione. E’ stato questo, infatti, il tema scelto dalla consulta diocesana di pastorale giovanile, approfondito attraverso alcune testimonianze scritte di migranti dei primi del ‘900 e di Osman, una delle storie raccontate dalla giornalista grossetana Clelia Pettini nel suo libro “Anime sospese. Storie di migranti e del loro percorso di accoglienza”.

Un tema importante – sottolinea don Stefano Papini, responsabile del servizio diocesano di pastorale giovanile – che abbiamo approcciato col desiderio di farci aiutare dalle storie, dalla canzone “Casa mia” di Routy Miura e da alcune attività che hanno cadenzato i tre momenti di sosta, a sensibilizzarci ad una mentalità che sia sempre di più accogliente”.

Arrivati a Malavalle, i giovani sono stati rifocillati dagli scout del Masci, che hanno preparato loro un primo caldo, mentre nel primo pomeriggio il Vescovo ha presieduto all’aperto la Messa che ha concluso il pellegrinaggio.

Nell’occasione, i pellegrini hanno pregato anche con la preghiera dei giovani a san Guglielmo e con l’inno a san Guglielmo composto per l’occasione da don Josè Gabazut.

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