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Dal campo di prigionia alla maratona: tutta la Maremma corre con George fotogallery

GROSSETO – “E’ vero, sono qui da più di un anno, ormai dovrei parlare italiano. Ma per chi non è andato a scuola è difficile. Lo so, devo migliorare. Piano piano ci riuscirò”. Per ora George fa parlare il suo sorriso, il sorriso di un uomo tornato libero, e le sue falcate, quelle che in pochi mesi lo hanno fatto diventare uno dei podisti più apprezzati in Maremma.

La storia di George Gyabbah, 29 anni, ghanese, sbarcato in Sicilia a luglio del 2015, è già nota a tanti. Ma lui, che al contrario l’inglese lo parla benissimo, non si sottrae  quando c’è da raccontarla di nuovo, alla vigilia di una gara, la Firenze Marathon di domenica, che potrebbe definitivamente lanciarlo nel gotha dell’atletica del Granducato.

Era il 2004 quando George, penultimo fratello (tre maschi e tre femmine) di una famiglia ghanese dedita alla pastorizia, ancora 17enne, corre sotto le due ore e 36 minuti la maratona guadagnandosi la qualificazione alle Olimpiadi di Atene. Almeno in teoria, perché il Ghana – terra di uomini erculei, non certo di fondisti o mezzofondisti – rinuncia alle gare di resistenza e inviando in Grecia soltanto gli sprinter. “Poco male – racconta Gyabbah – ho smesso di correre e mi sono messo a lavorare, ho iniziato a fare il muratore. Ma la famiglia era grande, la paga bassa, così dopo sei anni decisi di andare in Nigeria. Da un paese di 25 milioni di abitanti passavo a uno di 120. Prova, se va male torni a casa, pensai. E così provai”.

In Nigeria George entra in gelateria. “Lavoravo per una specie di franchising – ricorda – io vendevo gelati e il mio principale mi pagava. Non era male, riuscivo a mandare qualche dollaro alla mia famiglia ed era quello l’importante, quello per cui avevo lasciato casa. Poi ci fu una tempesta, la casa distrutta, i miei familiari rimasero senza un tetto. ‘Vai in Libia’, mi disse qualcuno. ‘Lì facendo il muratore farai abbastanza soldi per vivere bene e comprare un’altra casa in Ghana’. La guerra era finita, così almeno mi dissero. E partii”.

E per due anni quest’avventura va anche bene: “A Tripoli lavoravo sodo, lo stipendio era buono, aiutavo molto a casa e avevo trovato anche una chiesa in cui pregare, in cui praticare la mia religione, quella Avventista, un modo per sentirmi più vicino alla famiglia, a mio figlio Micheal”. Proprio la sua fede, però, lo conduce a un altro appuntamento con il destino, stavolta maledettamente negativo. Un giorno, all’uscita dalla chiesa, s’imbatte in un manipolo di uomini. Che non hanno facce particolarmente benevole: “Io non potevo sapere se erano poliziotti, o terroristi. Mi sembravano arabi, sì. Ma erano cinque, con i fucili, motivi sufficienti per fermarmi. Avevo la Bibbia in mano, non potevo dire di non essere cristiano. ‘Sai che tu non puoi stare, qui? Vieni con noi’. Mi caricarono su un furgone e partimmo. Arrivati a questo campo  ci divisero tra cristiani e musulmani, ma i musulmani erano solo neri”.

Inizia il periodo più buio nella vita di George: prigionia, soprusi e stenti. “Vivevamo in una stanza piccola – ricorda – in tredici. Senza poterci lavare, mangiando una volta al giorno. Sì, di fatto eravamo schiavi – racconta mostrando l’anulare sinistro deformato  – questo me lo hanno fatto perché lavorassi di più”.

Quando ormai è rassegnato, un giorno il destino si decide a dargli un’altra possibilità. “Era estate, faceva caldo – ricorda – successe tutto all’improvviso. Alle cinque di pomeriggio vennero a chiedermi se volevo tornare a casa, perché io lì non potevo più stare. Ovvio che volevo tornare a casa. Passano due ore e mi dicono che non ci sono voli per la Nigeria. Mi propongono l’Italia. Alle otto ci vengono a prendere, alle dieci siamo in spiaggia, a mezzanotte parte la nave. Se ho pagato qualcosa? No, io non ho pagato niente. Ed è strano, molto strano. Onestamente durante il viaggio verso il mare pensavo che mi avrebbero ammazzato, o lasciato chissà dove: ero bendato, non volevo che tornassi più lì. E’ la fine, pensai. E invece…”. E invece dopo sedici ore in mezzo al mare il barcone viene intercettato dalla Marina Militare Italiana. “Eravamo in 108, la barca era lunga dodici metri, larga meno di due.  Io non ero mai stato in mare, ero su uno di quelli che voi chiamate barconi – mormora Gyabbah in un italiano stentato – ci presero uno a uno facendoci salire su questa nave, più sicura. Arrivammo in Sicilia, ma siamo rimasti lì per pochissime ore. Ci divisero mandandoci verso le nostre destinazioni. Io subito a Monticello Amiata, in un centro di accoglienza, con altri quindici profughi”.

Con un permesso di soggiorno di tre mesi George non può lavorare. “Mangiavo e dormivo, non facevo altro – racconta – così in preda alla noia decisi di ricominciare a correre. Correvo ogni giorno e una mattina incontrai Eva (Bugelli, ndr).  Mi disse che andavo forte, iniziò a incoraggiarmi. Mi portò da Ernesto (Croci, ndr, il presidente del Team Track& Field per cui George è tesserato), anche lui disse che ero bravo, che dovevo provarci.  Non sapevo che fare, non correvo da dieci anni, ma tanto entusiasmo mi fece piacere. Così risposi: Va bene, let me do it (lasciare fare a me)”. E George dimostra di saperci fare per davvero.

Al ritorno dopo una vita alle competizioni ufficiali diventa ospite fisso alle gare del Corri della Maremma. Parte con un 19° posto alla Scalata di Monte Argentario, ma il giorno dopo all’Argentario Run for Polio è già terzo. Poi arriva nono a Ribolla, sesto a Follonica, sesto anche a Porto Ercole, quarto a Castel del Piano, secondo alla Marcia del Capercio ad Arcidosso. Sempre presente, sempre più veloce. Tra lui e la vittoria c’è l’imprendibile Jacopo Boscarini: “Yes, Jacopo is my target”. Jacopo è il mio bersaglio. La prima vittoria arriva l’11 settembre a Monterotondo,  poi Boscarini lo batte a Batignano, ma ormai George è in forma e vince, cinque giorni fa, proprio a casa di Boscarini (che non era in gara),  il Corri nella Riserva, la prova più partecipata dell’intero circuito. La sfida tra titani è lanciata, intanto Gyabbah pensa in grande e fa rotta verso la Maratona di Firenze.

“Questa maratona ci serve per fare un tempo, per averne uno omologato in Italia – spiega il presidente Croci – quest’anno è già stato un trionfo così, averlo alla partenza con il pettorale numero 21, ovvero tra i più accreditati in questa prova, è già qualcosa di super. Ci piacerebbe vederlo piazzato nei primi trenta”.

Ma dove può arrivare George? “Dove davvero non lo so – risponde Croci – ora è fondamentale che lui inizi a mangiare bene, ad allenarsi, a fare una vita normale, da atleta. Con un buon tempo è facile pensare che possa qualificarsi per i Mondiali con il Ghana, poi vedremo. Noi dobbiamo ringraziare Azelio Fani, che è il decano dei master a Grosseto, è lui che lo ha scoperto e ce lo ha portato. Aveva trovato un ragazzo che andava aiutato,  ci disse, e noi lo abbiamo fatto. E’ bello che abbia anche ricominciato a correre. Ora dovrebbe vivere una vita normale, imparando l’italiano e iniziando a lavorare stabilmente. Vive in una casa, ha spese come una persona normale”.

“Esatto – conferma Gyabbah – poi con il permesso rinnovato sono andato a stare in una casa, assieme a un altro immigrato. Come mi mantengo? Finora ho lavorato raccogliendo l’uva, o le olive. Certo, mi piacerebbe vivere qui, trovare un lavoro: io mi adatto a tutto, cerco di imparare in fretta. Ho fatto principalmente il muratore, ma anche il gelataio. Posso fare pulizie, quello che serve. Vorrei anche riuscire ad aiutare la mia famiglia, di nuovo”. Tutto possibile per uno che a 29 anni ha già fatto tre o quattro visite all’inferno: imparare l’italiano, in fondo, non sarà così difficile.

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