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#tiromancino, una domanda: ma la cultura è alla canna del gas?

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GROSSETO – Considerata la temperie, trattare di cultura a Grosseto equivale a parlare di corda in casa dell’impiccato. Tuttavia merita rischiare, perché il suo fantasma s’aggira in città insinuando dubbi amletici. Con la cultura si mangia davvero? E quali sono le politiche culturali giuste per il capoluogo della Maremma?

Con la cultura si mangia in tanti modi, e non c’è niente di male. Due fenomeni allo stesso tempo culturali ed economici che abbiamo sotto gli occhi, sottovalutati: le scuole di ballo e quelle di musica. Andate su paginegialle.it e digitate “scuole di ballo Grosseto”: il motore di ricerca ne mette in fila dieci, ma sono molte di più. Un piccolo comparto economico che dà sfoggio di sé a giugno, la stagione dei saggi nei teatri comunali e nelle sale parrocchiali. Scuole che danno lavoro a decine di persone, generano indotto economico e, last but not least, promuovono la sesta arte, la danza appunto, che già gli antichi Greci designarono come tale.

Quindi con la cultura si mangia, nonostante un sindaco anni addietro sostenesse il contrario.

Ciò detto, rimane da rispondere al quesito più enigmatico. Come dovrebbero essere le politiche culturali in una città, Grosseto, che troppo spesso si autorappresenta come periferia culturale, tabula rasa della produzione artistica, provinciale e negletta? E poco importa che a sentenziare simili sbrigativi giudizi siano quelli che confondono la movida con la cultura, allergici a teatri, librerie, mostre e quant’altro. Oppure da quelli che sono talmente snob da frequentare solo altri palcoscenici, ché quelli nostrali non son degni di loro.

Mettendo da parte autocommiserazione e spocchia, invece, si scopre che Grosseto, con appena 82.000 abitanti e tradizioni culturali non paragonabili agli altri capoluoghi toscani, è molto più vivace e creativa di quanto descrivono sacerdoti e vestali della denigrazione.

Solo pochi esempi fra i tanti, senza podi. Il Cinema Stella e la sua ostinata programmazione d’essai, il gruppo Bianciardi 2020, la scuola di cinema di Falaschi che ha fatto emergere tanti giovani filmaker, una più che dignitosa stagione teatrale comunale e una rete estesa di compagnie teatrali amatoriali. E poi ClarissArte, La Città visibile, il Museo di storia naturale, i locali che puntano sulla musica live, l’Orchestra città di Grosseto, il premio Scriabin, la Corale Puccini, i giovani writers, il Linux Day e la cultura digitale, gli appuntamenti dell’Isgrec, l’Istituto Gramsci, la Galleria Eventi di via Varese, Gad art Factory, l’EdicolAcustica di Michele Scuffiotti, il gruppo degli scultori grossetani, dei pittori e quello dei fotografi,…..e molto, molto altro ancora. Un’offerta composita che viene frustrata solo dal confronto con realtà fuori competizione.

Certo, qualcuno storcerà la bocca perché la qualità non è sempre all’altezza delle aspettative. Il tema può avere una sua fondatezza, ma l’arroganza dei critici da bar sport non porta alcun contributo.

Il fervore degli ultimi anni, quindi, come va governato? O meglio assecondato? Lo strumento, al netto del malocchio che ha condizionato le nomine dei recenti due presidenti, ci sarebbe: la Fondazione Grosseto Cultura. A patto si capisca che l’istituzione non è proprietà né della politica né del suo presidente. Che i presidenti non si devono sostituire al comitato scientifico, e che aspiranti cenacoli, salotti o sette non possono pretendere di egemonizzarla.

Va detto anche che l’assessore alla cultura Agresti ha qualche ragione: le fondazioni nascono anche per reperire risorse private. Dal che ne consegue che il mecenatismo andrebbe coltivato e non solo evocato, così come bisognerebbe buttare alle ortiche la logica assistenziale che molto spesso fa capolino fra operatori culturali poco abituati al confronto col pubblico e quindi col mercato. Ma alquanto propensi a chieder quattrini senz’esser giudicati. Il che, a sua volta, non può esentare il Comune dall’impegno serio e assiduo, anche in termini finanziari. E non tanto perché con la cultura “si mangia”, ma perché con la cultura si cresce. Come singoli e come comunità.

Non è la cultura in quanto tale, a Grosseto, ad essere alla canna del gas.

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