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Coldiretti «5 chili di grano pagati come un caffè: così si umiliano gli agricoltori»

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GROSSETO – “Gli agricoltori devono vendere oggi ben cinque chili di grano per pagarsi un semplice caffè a causa delle speculazioni sui prezzi che umiliano il lavoro dei campi, mettono a rischio la sopravvivenza di trecentomila imprese italiane”. E’ la denuncia di Coldiretti Grosseto  “I movimenti finanziari – spiega Andrea Renna, direttore di Coldiretti Grosseto  – e le strategie speculative che trovano nel Chicago Board of Trade il punto di riferimento del commercio mondiale delle materie prime agricole, le cui quotazioni dipendono sempre meno dall’andamento reale della domanda e dell’offerta, hanno provocato nel giro di un anno il crollo del prezzo del grano duro destinato alla pasta che è praticamente dimezzato (-43 per cento) mentre si registra un calo del 19 per cento per quello del grano tenero destinato alla panificazione con i compensi degli agricoltori che sono tornati ai livelli di 30 anni fa”.

“Il risultato è che oggi il grano duro per la pasta – continua Renna – viene pagato sotto i 18 centesimi al chilo mentre quello tenero per il pane è sceso addirittura ai 16 centesimi al chilo, su valori al di sotto dei costi di produzione e con un “crack” da 700 milioni di euro per il Granaio Italia. In pericolo non ci sono solo la produzione di grano e la vita delle aziende maremmane che lo coltivano ma anche un territorio di ettari a rischio desertificazione e gli alti livelli qualitativi per i consumatori garantiti dalla produzione Made in Italy”.

“A favorire le speculazione sui prodotti italiani è la mancanza dell’obbligo di indicare in etichetta la provenienza per tutti i prodotti alimentari che consente di spacciare come Made in Italy prodotti importati dall’estero – continua Renna -. L’obbligo di indicare in etichetta l’origine è una battaglia storica della Coldiretti che con la raccolta di un milione di firme alla legge di iniziativa popolare ha portato all’approvazione della legge n.204 del 3 agosto 2004. Da allora molti risultati sono stati ottenuti anche in Europa ma l’etichetta resta anonima per circa la metà della spesa dai salumi ai succhi di frutta, dalla pasta al concentrato di pomodoro, dai sughi pronti fino alla carne di coniglio. Il risultato è che due prosciutti su tre venduti come italiani, ma provenienti da maiali allevati all’estero, ma anche un pacco di pasta su tre è fatto con grano straniero senza indicazione in etichetta, come pure i succhi di frutta, mentre il 10 per cento del pomodoro trasformato in Italia usa come materia prima concentrato proveniente dalla Cina, anche qui all’insaputa dei cittadini. In questi anni, grazie al pressing di Coldiretti, sono stati fatti alcuni importanti passi avanti, sia in Italia che in Europa, a cominciare dal recente decreto per l’etichettatura di origine obbligatoria per il latte e dei suoi derivati presentato dal Governo nel sottolineare che “serve ora completare il percorso e assicurare una completa trasparenza dell’informazione ai consumatori estendendo l’obbligo dell’etichetta d’origine a tutti gli alimenti in commercio”.

“L’Italia è il principale produttore europeo di grano duro, destinato alla pasta con 4,8 milioni di tonnellate su una superficie coltivata, pari a circa 1,3 milioni di ettari ma sono ben 2,3 milioni di tonnellate di grano duro che arrivano dall’estero e di queste oltre la metà per un totale di 1,2 milioni di tonnellate arrivano dal Canada, con note marche che lo usano in maniera esclusiva facendone addirittura un elemento di distintività. Un paradosso se si pensa che il prodotto canadese non solo è trattato con il glifosate, il prodotto fitosanitario sospettato di essere cancerogeno oggi vietato in Italia, ma arriva nel nostro Paese giù vecchio di un anno, visto che nel paese nordamericano la raccolta avviene in settembre. Ma le speculazioni colpiscono ormai tutte le filiere – rileva la Coldiretti -, con il crollo dei prezzi pagati agli agricoltori, a partire da quella del latte. Un allevatore deve venderne quattro litri per acquistare un quotidiano in edicola”.

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