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L’acquedotto di Grosseto compie 120 anni: la città passò da 5 mila a 30 mila abitanti

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GROSSETO – Acquedotto del Fiora ricorda i centoventi anni dell’acquedotto delle Arbure. Era l’11 giugno del 1896 quando venne inaugurata l’importante infrastruttura, uno dei primi grandi acquedotti dell’era moderna costruiti in Italia, che attingendo alle salubri e copiose acque del Monte Amiata pose fine alla “grande sete” della città di Grosseto.

Per ricordare questa fondamentale pagina della storia della Maremma, il gestore del servizio idrico integrato con il patrocinio del Comune di Grosseto e la partecipazione del Comune di Castel del Piano ha organizzato una celebrazione che si è tenuta presso le Casette Cinquecentesche del Cassero Senese, vicino all’antico serbatoio del Maiano, dove confluivano le acque potabili che la conduttura metteva per la prima volta a disposizione della cittadinanza e dove esattamente 120 anni fa si tenne la cerimonia di inaugurazione.

“Si trattò di un’opera davvero imponente, sia per lunghezza del tracciato che per la complessità del progetto, sicuramente una delle più innovative condutture per l’approvvigionamento idrico fino ad allora mai realizzate in Italia – afferma il presidente di Acquedotto del Fiora Tiberio Tiberi – Fu anche un’opera molto attesa dalla città di Grosseto, allora al centro di una terra malsana ed insalubre, dove la popolazione di circa 6000 abitanti si approvvigionava di acqua non certo di qualità dai pochi pozzi esistenti. Proprio per la sua importanza – prosegue Tiberi – come gestore del servizio idrico integrato abbiamo ritenuto doveroso ricordare i 120 anni dall’inaugurazione dell’acquedotto delle Arbure non solo con questo momento commemorativo, ma anche con un libro, che sarà presto dato alle stampe”.

“Ricordare oggi quell’evento, una sfida vinta dalla Maremma, richiama alla mente le sfide oggi in agenda – conclude Tiberi – come quelle nella depurazione, dove in un territorio ampio e scarsamente popolato è stato raggiunto il 94% di copertura dell’utenza, 24 punti al di sopra della media nazionale, e dove Acquedotto del Fiora sta facendo investimenti per raggiungere il 98% di copertura entro il 2021. Ma anche nell’innovazione tecnologica che oltre a migliorare ed efficientare la qualità del servizio erogato consente oggi di gestire ogni anno da 15 a 20 rotture sulle dorsali, causate dai 150 fronti franosi censiti, senza arrecare disagi generalizzati agli utenti. Oppure nella ricerca delle perdite dove nel corso del 2016 sono stati compiuti importanti interventi all’Argentario e a Grosseto, con un recupero delle perdite di circa 4.500 metri cubi al giorno, oltre il 3% dei volumi totali fatturati. Il ricordo di quell’evento di 120 anni fa evidenzia il lavoro e la lungimiranza di quanti si prodigarono per il bene e lo sviluppo della comunità, un esempio sia per le nuove generazioni ma anche per coloro che vivono il presente e costruiscono il futuro “.

Al volume commemorativo annunciato dal presidente di Acquedotto del Fiora stanno lavorando tra gli altri Enzo Fazzi, gli storici dell’Isgrec (Istituto Storico grossetano per la Resistenza e l’età contemporanea) e i giornalisti Elena Del Santi e Carlo Vellutini. Il volume raccoglierà documenti anche inediti, tratti dall’Archivio di Stato di Grosseto e dalla biblioteca comunale Chelliana, e alcune interessanti testimonianze. Tra queste ci sarà quella di Andrea Ponticelli, che egli stesso ha anticipato nel corso della commemorazione: nel suo scritto ripercorrerà la vicenda della sua famiglia, in particolare dei sindaci della città Benedetto Ponticelli, al quale si deve l’intuizione delle sorgenti dell’Amiata per “dissetare” i grossetani, e Carlo Ponticelli, che inaugurò la grande infrastruttura con una festa popolare che andò avanti per oltre 10 giorni, tra iniziative sportive e culturali. Un’altra parte molto interessante sarà quella scritta da Alvaro Giannelli, vera e propria memoria storica amiatina, “guardiano” dello stesso acquedotto sin dal 1956.

Proprio Giannelli è la “guida” di eccezione scelta per accompagnare i presenti, al termine della commemorazione, in visita alla sorgente delle Arbure, a Castel del Piano, dove tutto è iniziato.

L’acquedotto delle Arbure

L’acquedotto delle Arbure venne inaugurato l’11 giugno del 1896 presso il serbatoio del Maiano, dove confluivano le acque potabili che la conduttura metteva per la prima volta a disposizione della cittadinanza. La lunghezza del tracciato e la complessità del progetto lo rendevano una delle più maestose condutture per l’approvvigionamento idropotabile fino ad allora mai realizzate in Toscana e non solo.

Concluso per opera dalla Società per le Condotte d’acqua di Roma, l’acquedotto captava le acque dal Monte Amiata, nei pressi di Castel del Piano, dalle sorgenti Arbure e Bugnano. Si dovettero posare tubature per oltre 58.000 metri, per un totale di due milioni e quattrocentomila chilogrammi di ghisa, lungo un tracciato che percorreva ben sette territori comunali, per servire l’abitato del capoluogo di provincia e le frazioni di Istia e di Batignano. Inoltre vennero completate varie opere di alto valore ingegneristico e artistico, come il ponte sul torrente delle Trasubbie, uno dei primi di 41 metri ad un’unica campata parabolica in ferro. Per riuscire in questa ambiziosa impresa il Comune di Grosseto dovette aprire un mutuo di ben 1.500.000 lire, concesso dalla Cassa Depositi e Prestiti, da estinguere in 50 anni, in seguito ad un tanto agognato disegno di legge datato 1888. Vennero risolte così le problematiche più urgenti per il capoluogo che sicuramente non avrebbe avuto uno sviluppo sociale ed economico senza essere dotato di acqua potabile. Si ottenne inoltre, nel 1897, proprio a seguito della realizzazione dell’acquedotto, l’abolizione della vergognosa “condanna” dell’estatatura, l’esodo estivo degli uffici pubblici indetto per scansare il rischio malaria, che allora si pensava collegato ad una questione igienico sanitaria dovuta all’acqua stagnante. La città, che allora contava circa 5 mila abitanti, passò in pochi anni a 30 mila.

Come scrisse Alfonso Ademollo, personaggio di sicuro rilievo del panorama culturale grossetano di fine Ottocento, nelle sue “Considerazioni storico-mediche sulla Maremma Toscana”: “Sì, spunterà un giorno in cui da questi piani, da queste valli, da questi poggi sarà fugato il silenzio, la tristezza, la febbre (…) risarà dischiuso l’ampio tesoro di cui è capace, e potrà centuplicati ridonare i valori, che la Patria comune versò pel suo benessere. Allora tornerà stagione di vita e non di abbandono”. Si può affermare, a ragione, che l’11 giugno del 1896 favorì il “ritorno di stagioni di vita e non di abbandono”.

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