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Calcio, tanto business e niente passione? I campionati dilettanti sembrano quasi abitare in un altro mondo

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Un miliardo di euro. E’ questa la cifra stimata da Bwin, che possiamo tranquillamente definire astronomica e monumentale, che, tra sponsorizzazioni, premi vari e spettatori, è valsa Juventus-Barcellona, ultima finale di Champions League, giocata lo scorso 6 giugno a Berlino. Da capogiro. Ma questo è solo la punta di un iceberg. Vi è un sistema che sta radicalmente cambiando faccia ed è in un processo di mutamento costante e continuo. Da un lato vediamo stadi sempre più vuoti, ma dall’altro vediamo brand importanti, come quelli del gambling e dell’abbigliamento sportivo, investire nel mondo del pallone. E allora la domanda sorge spontanea: il calcio sta diventando un giocattolo tutto business e niente passione?

Certo, vedendo i 7 miliardi che la Premier League incassa tramite i diritti tv, come potete constatare su Tifoso Bilanciato, la risposta al quesito appare pressoché scontata. Questo primato delle televisioni si ricollega al poco pubblico negli stadi. Infatti, senza alcun dubbio, se aumentano le dirette vi è un concreto rischio che diminuisca il numero dei biglietti e degli abbonamenti venduti. Insomma, per dirla semplice, più divani e meno seggiolini. Proprio sul tema dei diritti tv, ha cercato di fare dei passi avanti la Spagna, con un decreto legge emanato dal governo iberico nel maggio scorso. Il tentativo, come riporta uno speciale di Wired, è quello di ridurre il gap tra le big del campionato e le altre squadre. Risultati sportivi, numero di biglietti e abbonamenti e bacino d’utenza: sono questi i nuovi criteri di suddivisione. Ed ecco che quindi è la nostra Serie A a vincere il premio per la minor equità, visto che il rapporto prima-ultima è di 5:1.

Un tweet di Cristiano Ronaldo è stimato intorno a 230mila uero

Ma il tubo catodico è solo dei tanti aspetti del calcio vissuto come business. Pensiamo agli sponsor come la Qatar Airways o la Fly Emirates, che investono fior di quattrini semplicemente per farsi pubblicità e per promuovere il loro marchio. D’altronde, come si dice, è l’anima del commercio. Perché il calcio attrae, affascina e rappresenta un giro d’affari non indifferente. E quando c’è tutto questo i petrodollari, si sa, non mancano mai. E chissà che, dopo Paris Saint Germain e Manchester City, qualche altra squadra non finisca in mano a qualche altro sceicco. Giusto per soddisfare la sua voglia di primeggiare e di vincere.

Quindi, è davvero tutto business e niente passione? Non proprio. I tifosi, quelli veri, quelli che si appassionano, gioiscono e soffrono ci sono ancora e ci saranno sempre e comunque. Ma poi ci sono tanti tipi di calcio. A volte si sente parlare di calcio ignorante, quello delle serie minori e di provincia, per intenderci. E’ quello dei campetti in terra battuta e polverosa. Lì di soldi ne girano davvero pochi e gli ingaggi non sono di certo quelli faraonici che siamo abituati a sentire e leggere. I campionati dilettanti sembrano quasi abitare in un altro mondo e dare vita ad un altro sport. Gli aiuti e i sussidi sono davvero pochi. Ma c’è quella purezza, quella spontaneità, quella passione che fanno del calcio lo sport più bello del mondo. Al di là delle tv e degli sponsor. Al di là dei soldi e del giro d’affari. Al di là del business.

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