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Dalla Rocca alla Rocca: due fotografi tornano nel loro paese con gli scatti più belli

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ROCCATEDERIGHI – Sessanta scatti di due fotografi nati e cresciuti a Roccatederighi, anzi in Rocca Alta, ma da sempre cittadini del mondo. Carlo Bencini e Giacomo Sillari, fino al 15 agosto, mettono insieme le rispettive esperienze in una mostra che nella piazza principale del paese fa incontrare (costringendo lo spettatore al confronto) immagini di campagne e di città.Carlo Bencini, 42 anni, coltiva la passione per la fotografia da quando aveva 15 anni. Una predisposizione familiare, un hobby che nel tempo è diventato qualcosa di diverso. Paesaggista, Nikonista, buona tecnica, ha messo via migliaia di scatti sul paese di Roccatederighi. Cofondatore della Plz Production, espone per la prima volta le sue immagini più preziose. Giacomo Sillari, 35 anni, torna alla Rocca saltuariamente. Ha vissuto a Grosseto, Siena, Firenze, Valencia, Barcellona, Londra e Berlino. Prime esperienze fotografiche con Polaroid e Olimpus, poi Canonista. Ha già esposto in  altre rassegne e pubblicato su Repubblica XL e la webzine Keepon. Protagonista di workshop fotografici, predilige architetture, ritratti e il genere Street.

Ecco la presentazione del giornalista Gabriele Baldanzi, rocchigiano ma soprattutto amico dei due fotografi,: “La Berlino ex Ddr accanto a Roccatederighi e Montemassi, alla campagna toscana. Da un lato la struttura urbana e architettonica della capitale tedesca, i condizionamenti ancora ben visibili del regime comunista, le paranoiche e devastanti forme di controllo in una città che oggi è il simbolo della potenza economica della Germania. Dall’altro la sky-line cara a tutti noi: la torre, i massi, il campanile della chiesa di San Martino. Abitazioni semplici, calde, dolci paesaggi e dettagli dove domina il verde, la terra e la pietra, la periferia più distante dai palazzi squadrati e tutti uguali conosciuti in tv e nei libri di scuola.

Lo scopo dei due fotografi è evidente: fissare e conservare i tratti identificanti di luoghi simbolo, di chi c’ha vissuto e ci vive. Per farlo è stato necessario attardarsi in un compito di osservazione, impigliarsi in testimonianze storiche, a volte contraddittorie. Un’operazione così – fatta oggi, nell’epoca della globalizzazione, con l’imperante tendenza a rendere somiglianti persone e luoghi del mondo – non ha prezzo. Per quanto riguarda i nostri paesi permette a luoghi che tra 30 anni potrebbero non avere più profondità né sostanzialità storica, di tornare comunità, di assumere – con la leggerezza di uno scatto di cui Carlo è capace – specificità, simbolicità, località, qualità. Le foto della campagna e del paese – un paese materno, che contrassegna in modo specifico e singolare le persone, le feste, le imprese, la cultura – emozionano e invitano a scegliere. Il sentimento del ‘far parte’ è ciò che suscitano le fotografie del paese, a dimostrazione di un tentativo, ben riuscito, di riconoscersi in archetipi, tradizioni, continuità che formino un orizzonte di senso.  C’è il sole sull’Alta Maremma.

Senso di vuoto, di tensioni irrisolte, l’impressione di una città che chiede di essere lasciata finalmente in pace. Questo comunicano invece le splendide fotografie che Giacomo ha scattato a Berlino, luogo che sembra non avere avuto il tempo necessario a lavare via le ferite e a riflettere sul proprio passato in un secolo brevissimo in cui è stato troppo volte protagonista. Le segnature del passato ben visibili, proprio come alla Rocca e a Montemassi, ma con un effetto opposto.

Guardando le stampe si prova il desiderio di appartenenza a una piazza o a una contrada, si avverte il radicamento in una terra elettiva, la ricerca di un qualcosa/qualcuno su cui appaesarsi. Un contagio opposto – altrettanto forte – arriva dai luoghi-simbolo di Berlino: memoria labile, sradicamento, uniformismo, voglia di fuga.

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