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#viafrancigena: il diario del cammino. La 21esima tappa da Campagnano a La storta

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LA STORTA – Ventunesima tappa sulla Via Francigena. Oggi Marco Giovanelli ci racconta il cammino da Campagnano a La storta

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Cinque ore di piacevoli sorprese. Proprio non me l’aspettavo così la tappa da Campagnano a La Storta.
Sarà che siamo alle porte di Roma, sarà che ormai manca davvero poco, sarà anche che inizio a sentir la stanchezza, ma stamattina sono partito con l’idea che oggi sarebbe stato solo il prologo della giornata finale. E invece… Eccola lì la via Francigena che riesce a stupirti.
Un cammino quasi interamente fuori dall’asfalto e con alcuni passaggi, anche lunghi, dentro zone di grande valore naturalistico.

Appena partiti da Campagnano, con Richard e Alberto, ormai terzetto fisso e collaudato che ha trovato anche un passo condiviso, ci siamoimmersi nel parco di Vejo con belle vedute sulla campagna romana. Da lì un passaggio ancora più suggestivo nelle valli del Sorbo dove si trovano cavalli allo stato brado. Noi ci siamo presi anche un bello spavento perché all’improvviso dalla macchia è uscito un cinghiale tagliandoci la strada, e subito dopo ci siamo accorti che doveva essere una femmina, perché il piccolo impaurito dalla nostra presenza è tornato indietro. Così ci siamo ritrovati nel mezzo e dopo diversi minuti di attesa abbiamo ripreso il cammino senza problemi.

In circa due ore siamo arrivati a Formello, di fatto unico centro abitato che abbiamo attraversato. Nel paese c’è una certa abitudine ai pellegrini e siamo stati salutati con calore da diverse persone. Nel borgo c’è anche un bell’ostello dentro Palazzo Chigi, e come nome direi che non è male.
Dopo questa prima sosta un po’ lunga con una seconda colazione (la prima, molto ricca e variegata, l’avevamo fatta a casa prima di partire) abbiamo fatto una piccola spesa per il pranzo.

Ripreso il cammino io e Alberto ci siamo fatti due ore belle forti di una lunga chiacchierata rispetto alla presenza delle associazioni cattoliche e sulla difficoltà di comunicare. «Nel mio paese, nella stessa parrocchia convivono gli scout e l’Azione cattolica. Una volta erano davvero importanti. Oggi nessuno sa che esistono e quando sarebbe importante sentire la loro voce, questo non accade ed è un peccato».
Raccontavo ad Alberto come la realtà del suo paese in Veneto non sia tanto diversa da altre. Spesso ci sono situazioni che vivono di comunicazione e se poi ci vai a guardar dentro ti accorgi che non c’è alcun vero contenuto. In altri casi invece c’è un vero lavoro sociale, ecclesiale, culturale e non passa niente. Questo penalizza non solo gli aderenti a quelle associazioni, ma tutta la società perché ci si priva di voci importanti.

«Sono vecchie – diceva Alberto – e quando non lo sono anagraficamente, lo sono come mentalità. È difficile far capire che bisogna comunicare e diffondere idee a cui si crede».
Gli facevo l’esempio del mio ritrovato contatto con Leonardo Boff, il teologo brasiliano tra i fondatori cinquant’anni fa della teologia della liberazione. Lui non ha rinnegato niente di quelle stagioni, ha pagato pesantemente le sue posizioni, ma oggi vive con serenità rinnovati impegni anche su fronti diversi ed ha ben presente quanto conti comunicare ciò che crede. Un anno fa riuscii ad incontrarlo grazie ai suoi tweet.

Oggi riflettevamo con Richard come sia cambiato il nostro modo di camminare negli ultimi giorni. Ognuno di noi, fino a una settimana fa, si spostava da solo e poi ci si ritrovava la sera. Da quando Alberto ha iniziato a camminare con noi, di fatto ci stiamo quasi sempre muovendo insieme. Questo ha lati positivi evidenti e altri meno. Un cammino condiviso stimola chiacchierate, confronti ed è anche una spinta motivazionale nei momenti difficili. Da soli viceversa si ha tempo per riflettere su tanto di quel che si sta facendo, ma anche su altre cose.

A mezzogiorno abbiamo fatto la classica sosta anche se stavolta, forse per la prima volta, ci siamo resi conto che avevamo poca acqua. La giornata è stata davvero calda e seppur abbiamo camminato poco sotto il sole senza alcuna protezione, quel poco ci ha fiaccato.

La vista di Isola Farnese è stata così provvidenziale primo perchè finalmente abbiamo ritrovato una bella fontana con acqua fresca e soprattutto per il fatto che ormai mancavano meno di due chilometri all’arrivo. Niente ostello stanotte, ma comode stanze nella casa delle sorelle del Sacro cuore a La Storta.

Sigerico passò proprio da questo tratto di strada alle porte di Roma. Qui c’era l’ultima posta per cambiare i cavalli prima dell’ingresso in città, oppure la prima dopo la partenza. Il vescovo in cammino da Canterbury alla sede papale con relativo ritorno, descrive bene il passaggio da questo borgo che deve il nome, con tutta probabilità, al fatto che la posta era su una curva è da qui la parola La storta. Oltre alla presenza copiosa di realtà ecclesiastiche qui avvenne un’apparizione del Cristo a Ignazio de Loyola. Venne così costruita una cappella.

C’è poco altro da raccontare del nostro ultimo tassello di questo straordinario cammino. Ora iniziamo a ragionare su come affrontare la tappa di domani. Quel che è certo è che anche se percorreremo strade diverse, vogliamo arrivare a San Pietro insieme. Poi Richard ha lì la sua famiglia che lo attende. È arrivata oggi dall’Olanda e non lo vedono, a parte Skype, dal 7 aprile, quando uscì da casa sua per iniziare il cammino. Alberto prenderà un treno appena possibile per tornare nella sua Treviso. E anche io sceglierò questo mezzo di trasporto per andare a Viterbo qualche giorno.

Tre settimane fa a quest’ora stavo salendo a piedi, immerso nella nebbia, al Passo della Cisa dall’ostello per vedere cosa mi sarebbe aspettato il giorno dopo. C’erano undici gradi e non i 36 di oggi, ma soprattutto c’era quella strana atmosfera fatta del clima della vigilia. Tra un’ora intorno a un tavolo ci saremmo ritrovati in cinque: io, Simone, Eddie lo scozzese, Alasdair l’australiano e Ulrike la pastore protestante tedesca. Avrei capito subito che sarebbe stata una bella esperienza. Certo non potevo immaginare così tanto bella.

Stanotte speriamo di dormire. E prima dell’ultima tappa che magari sarà più sintetica volevo ringraziarvi tutti. Seppur tanto concentrato su di me, spesso è stato come “giocare in casa”. Mi sono sentito appoggiato, incentivato, sorretto dal l’affetto e dalla presenza di tanti di voi. È una bella sensazione. Grazie. Ci vediamo domani.

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