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Nasce “Bye Byte”: su IlGiunco.net la tecnologia diventa per tutti

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a cura di Ludwig Bargagli, presidente dell’associazione Guru@Work

Inizia oggi una nuova rubrica sulle pagine de IlGiunco.net. Si chaima “Bye Byte” ed è dedicata alle nuove tecnologie, ai software e a tutto il mondo digitale, visto con gli occhi degli esperti di informatica dell’associazione Guru@Work che da anni sono impegnati a Grosseto e in Maremma per la diffusione della cultura dell’open source.

Questa prima puntata è dedicata proprio al software libero e ad uno di quelli più utili e più diffusi.

I software di produttività sono tra le applicazioni più utilizzate sia a livello personale sia nel mondo del lavoro.

Molti sono i comuni e le aziende presenti nella provincia di Grosseto che hanno iniziato ad utilizzare, con ottimi risultati, software con licenza libera per la produttività personale.

Uno dei più diffusi di questi software è LibreOffice.

Per capire quali sono i trend a livello nazionale, quali i vantaggi e gli svantaggi e per farci dare preziosi consigli, abbiamo chiesto informazioni a due esperti del settore: Italo Vignoli, presidente onorario di LibreItalia nonché tra i padri fondatori di “The Document Foundation” e Sonia Montegiove presidente di LibreItalia.

1. Potete dirci, per chi ancora non lo conosce, cosa è LibreOffice?

LibreOffice è l’erede diretto di OpenOffice.org (“OOo”). Nel 2010, dieci anni dopo la nascita del progetto OpenOffice.org, la comunità ha deciso che era il momento di conquistare quell’indipendenza di cui si parlava sin dal primo giorno, e quindi ha “preso” il codice di OOo per rinnovarlo e rafforzarlo in modo tale da dargli un futuro migliore.

Purtroppo, OpenOffice è stato abbandonato da Oracle nelle mani di IBM, che lo ha “piazzato” in Apache Foundation per poter avere il codice con una licenza tale da avere la possibilità di farlo diventare – in qualsiasi momento – un software proprietario. Quindi, nonostante le apparenze dettate dal nome, oggi il vero OOo è LibreOffice.

LibreOffice è una suite per la produttività indirizzata agli stessi utenti di Microsoft Office, sia individuali sia aziendali. Per questo motivo, viene utilizzata da alcune organizzazioni per sostituire il software proprietario.

LibreOffice è composto da cinque moduli principali: Writer, per scrivere testi; Calc, per fare calcoli e gestire dati in forma tabellare; Impress, per creare slide di presentazione; Draw, per disegnare e impaginare; e Base, per gestire basi di dati in modo semplice e intuitivo. A questi si aggiungono un modulo per creare grafici e uno per scrivere formule matematiche.

LibreOffice viene usato da organizzazioni pubbliche di grandi dimensioni come il Governo Francese con 500.000 utenti, la Comunità Valenciana con 120.000 utenti, il Ministero della Difesa del Governo Olandese con 45.000 utenti, gli Ospedali di Copenhagen con 25.000 utenti.

In Italia, viene utilizzato da diversi enti pubblici nella regione Umbria, dalle Province di Bolzano, Cremona e Milano, e da moltissimi comuni grandi, medi e piccoli. Inoltre, viene usato da gruppi e aziende nel settore bancario.

2. Come mai, secondo voi, le aziende e le pubbliche amministrazioni dovrebbero iniziare ad usare LibreOffice?

Prima di tutto, per adottare un formato standard dei documenti che consente di ottenere la vera interoperabilità. Purtroppo, per una serie di motivi che sarebbe un po’ troppo lungo spiegare, ci siamo trovati a utilizzare per oltre 20 anni un formato proprietario che è stato studiato per “bloccare” gli utenti in una situazione di falsa interoperabilità, dandogli l’illusione della vera interoperabilità per “costringerli” all’uso del software proprietario.

Poi, per evitare una spesa inutile – l’acquisto della licenza d’uso del software proprietario – sostituendola con un investimento in servizi a valore aggiunto che permettono di personalizzare un software libero come LibreOffice sulla base delle specifiche esigenze dell’organizzazione. Per esempio, acquistando formazione che permette agli utenti di aumentare l’efficienza – e quindi la produttività – nell’uso dell’applicazione (riducendo ulteriormente il Total Cost of Ownership).

Infine, e questo vale soprattutto per la pubblica amministrazione, per dare impulso all’industria italiana dell’information technology, in quanto tutti gli investimenti in valore aggiunto relativi a LibreOffice rimangono in Italia, mentre tutti i soldi per l’acquisto di licenze di Microsoft Office vanno in Irlanda.

3. Il passaggio a LibreOffice è complesso?

La migrazione a LibreOffice è un progetto complesso perché si scontra con la naturale resistenza al cambiamento che deriva dal passaggio dal noto all’ignoto, e quindi con un problema esclusivamente psicologico che va affrontato come tale, e non deve essere confuso con un problema tecnico.

LibreOffice condivide con Microsoft Office più del 90% delle funzionalità, a fronte di una media degli utenti che non utilizza più del 20% delle funzionalità di ciascuna suite. Le probabilità che la migrazione si scontri con una funzionalità che non è presente all’interno di LibreOffice sono inferiori al 2%, per cui il problema tecnico – quando viene sollevato – è una semplice scusa.

Ovviamente, dopo vent’anni di “abitudine” – e di cattiva educazione degli utenti all’interoperabilità, da parte delle aziende del software proprietario e in particolare da parte di Microsoft, che ha fatto della lotta all’interoperabilità la propria mission – gli utenti si trovano di fronte a un cambiamento, che va gestito come qualsiasi altro cambiamento, e quindi con la formazione e la motivazione.

Quando la migrazione, come nel caso di LibreUmbria, viene gestita nel modo corretto, l’impatto negativo rientra all’interno di un processo fisiologico che viene affrontato con entusiasmo dal 3% degli utenti, viene digerito senza grossi traumi dalla massa del 94% e viene rifiutato a priori dal restante 3% (a cui non va mai bene nulla).

Inoltre, per semplificare il processo, The Document Foundation ha pubblicato un Protocollo di Migrazione che ha l’obiettivo di delineare le grandi fasi del progetto, e soprattutto di far comprendere come questo deve essere coordinato da qualcuno che ha competenze specifiche in materia, ovvero da un professionista certificato dalla stessa fondazione.

4. Come mai alcune aziende e pubbliche amministrazioni sono restie ad una migrazione a software liberi come LibreOffice?

Le “scuse” sono numerose, ma non sono quasi mai legate al problema specifico della migrazione stessa (che spesso è l’ultimo degli ostacoli, e in realtà non è mai un ostacolo, com’è dimostrato – per esempio – da quello che è successo in Umbria dove sono stati utilizzati i suggerimenti presenti all’interno del protocollo redatto da The Document Foundation).

Negli ultimi quattro anni, abbiamo sentito una o più delle seguenti motivazioni contro la migrazione a LibreOffice:

– le modalità di sviluppo di un prodotto come LibreOffice non sono adeguate per un utilizzo di tipo “enterprise” (e infatti, il governo francese lo usa su 500.000 PC con gli stessi problemi che avrebbe usando un software proprietario);

– il software libero non offre servizi di supporto paragonabili a quelli del software proprietario, e indispensabili per un utilizzo di tipo “enterprise” (e infatti, ci sono sviluppatori e consulenti certificati in grado di offrire servizi migliori, che il software proprietario non può offrire, come la soluzione di problemi “verticali” di interoperabilità su particolari documenti aziendali, o lo sviluppo di funzioni dedicate);

– i nostri utenti sono “diversi” dalla norma, e non hanno competenze specifiche tali da consentire l’uso di software come LibreOffice (e infatti, LibreOffice viene usato da oltre 100 milioni di utenti, che rappresentano – com’è ovvio – più o meno tutti i livelli di competenza, dallo smanettone all’utente di base);

– se migro a LibreOffice, i miei concorrenti penseranno che non ho soldi per pagare le licenze del software proprietario, e quindi che l’azienda ha problemi di fatturato (qui c’è poco da commentare, se non che è necessario uno psicologo, che forse potrebbe essere pagato proprio con i soldi che l’azienda risparmia grazie alla migrazione a LibreOffice);

– se migro a LibreOffice, ho paura che arrivi un controllo sulle altre licenze da parte della Business Software Alliance (anche qui c’è poco da commentare, perché il controllo potrebbe arrivare comunque, e se ci sono utilizzi non consentiti dalla legge forse è il caso di prendere in esame una migrazione più ampia a Linux piuttosto che solo a LibreOffice).

Per tutte le motivazioni reali c’è il Protocollo di Migrazione, che ovviamente non pretende di risolvere tutti i problemi ma solo di gestire un processo che porta dalla situazione attuale di dipendenza da un unico fornitore a una situazione perlomeno equilibrata in cui la maggior parte degli utenti utilizza un software libero e tutti utilizzano dei formati standard e aperti.

5. Ci potete raccontare qualche esperienza che conoscete di passaggio a LibreOffice?

Posso raccontare l’esperienza di migrazione a software libero LibreOffice delle PA umbre, LibreUmbria, progetto che conosco bene visto che faccio parte del gruppo di coordinamento [n.d.a.: è Sonia Montegiove a parlare]. In questo caso gli Enti che si sono uniti con l’obiettivo di adottare LibreOffice sono di diversa tipologia e dimensione: c’è la Regione, le due province Perugia e Terni, la USL Umbria 1, il consorzio degli enti locali, il centro di competenza sull’open source regionale e la scuola di amministrazione pubblica Villa Umbra.

Insieme è stata definita una metodologia da adottare, diventata best practice internazionale, che punta l’attenzione su comunicazione del progetto a tutte le persone coinvolte e formazione sul prodotto prima dell’installazione. Questo è stato fatto con LibreUmbria riuscendo a migrare ad oggi in totale oltre 2mila postazioni. L’obiettivo è ovviamente arrivare all’adozione di LibreOffice e del formato aperto da parte di tutte le PA umbre, favorendo così l’interoperabilità tra gli Enti.

I risultati più importanti raggiunti possiamo dire che sono quelli riferiti al risparmio conseguito (calcolato in 280mila euro per 1.000 postazioni) e soprattutto aver contribuito a migliorare il livello di cultura digitale di dipendenti e quindi cittadini.

6. La pubblica amministrazione potrebbe (o dovrebbe) fare di più per far conoscere LibreOffice e altri software liberi?

La PA potrebbe e soprattutto dovrebbe fare di più innanzitutto per cercare e adottare soluzioni open source, anche se l’ostacolo più grande rimane la scarsa conoscenza del software libero e dei valori che incarna. Semplicisticamente le persone lo associano a programma gratis, pensando in questo modo ad una qualità inferiore. Azioni di informazione e formazione possono aiutare le PA a comprendere i reali benefici dell’adozione di software libero. Una volta poi che si è scelta questa strada, la cosa ideale sarebbe che la stessa PA possa contribuire a far conoscere open source ai cittadini: per esempio scegliendo formati aperti (come ODF) per i documenti che produce. O, come è stato fatto nel progetto LibreUmbria, portando a scuola il software libero organizzando per esempio momenti di informazione e formazione su open source. Se non lo fanno le PA chi altri potrebbe farlo?

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