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Tre anni per una sentenza. «Basta con la giustizia lumaca». Da Grosseto l’appello a Renzi

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GROSSETO – Gli imprenditori italiani, per avere giustizia in una causa civile, devono aspettare in media 1.185 giorni (3 anni e 1 mese). I loro colleghi nel resto d’Europa impiegano meno della metà: 544 giorni. L’Italia è quasi in vetta alla classifica europea per la lentezza della giustizia civile, ci supera soltanto la Grecia con i suoi 1.300 giorni per chiudere una controversia in tribunale. Le lunghe attese nelle aule giudiziarie costano alle imprese italiane 1.032 milioni di euro l’anno.

“L’efficienza della giustizia civile è un fattore determinante per l’attività delle imprese e per le condizioni di sviluppo del Paese – spiega Mauro Ciani, segretario generale di Confartigianato Imprese Grosseto – La decisione del governo di affrontare il problema dei ritardi del nostro sistema giudiziario è una scelta di civiltà che la nostra associazione sollecita da tempo. Le imprese devono poter contare su certezza e rapidità della giustizia civile. Ne va della loro competitività”.

Oggi, in Italia, se la durata media per un procedimento civile supera i 3 anni, per definire una procedura fallimentare si arriva addirittura a 2.566 giorni (7 anni). I tempi di attesa sono diversi a seconda della zona: al sud si registrano le cause più lunghe, al nord invece quelle più brevi. Per efficienza del sistema giudiziario, l’Italia è al 24esimo posto tra i 27 Paesi dell’Europa. E questo nonostante la spesa pubblica per la giustizia in Italia sia sostanzialmente in linea con quella europea: nel nostro Paese si attesta allo 0,3% del Pil a fronte dello 0,4 del Pil registrato nella media Ue.

Tra il 2011 e il 2013 qualcosa è migliorato: la durata media dei giudizi pendenti dinanzi alle corti d’appello è scesa di 26 giorni (da 1.051 a 1.025), quella dei giudizi pendenti dinanzi ai tribunali è diminuita di 29 giorni (da 466 a 437 giorni) e quella dei giudizi dinanzi ai giudici di pace è calata di 9 giorni (da 367 a 358 giorni). Ma la strada per raggiungere la durata media europea di 544 giorni dei procedimenti civili rimane molto lunga: Confartigianato ha calcolato che occorrerebbero 22 anni e 1 mese se si procedesse ad un ritmo costante di riduzione di 29 giorni per ciascun procedimento.

In Italia, il 10% dei cittadini maggiorenni è stato coinvolto, come attore o convenuto, in una causa civile. E, tra gli imprenditori, a toccare con mano la lentezza della giustizia sono 582.355 titolari di piccole imprese fino a 20 addetti, di cui 191.456 i titolari di impresa artigiana.

I motivi principali di ricorso alla giustizia da parte degli imprenditori riguardano le cause di lavoro (20,5%), seguite da controversie cliente/fornitore (14,4%), rapporti con assicurazione e banca (10,3%) fallimento e diritto societario commerciale (7,4%), eredità e successioni (4,6%), previdenza e assistenza (1,8%). Confartigianato ha stilato anche una classifica delle aspettative degli imprenditori rispetto alla riforma della giustizia civile: al primo posto vi è la riduzione della durata della causa, indicata dal 75,4% delle imprese, seguita dalla richiesta di semplificazione della burocrazia (57,6%), puntualità delle udienze (31,6%), disponibilità dei giudici (30,7%), chiarezza sul costo complessivo (27,7%), correttezza degli avvocati (24,4%), chiarezza sulla durata (23,2%), chiarezza sulla parcella (22,1%) e dalla chiarezza sulla possibilità di successo (20,6%). Il fenomeno dei tempi lunghi della giustizia civile convive con un?offerta decisamente sovrabbondante di avvocati: l’Italia ha un rapporto fra avvocati e popolazione pari a 379 avvocati ogni 100.000 abitanti, il terzo valore più alto in Europa, dietro solo al Lussemburgo e alla Grecia. I 226.202 avvocati italiani superano del 4,2% il numero di avvocati di Germania e Francia messe insieme.

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Commenti

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  1. Scritto da Giovanni Matteucci

    La lunghezza dei processi in Italia è un problema vecchio più di un secolo; lo sottolineava Giovanni Giolitti nel 1899, lo analizzava uno dei principali giuristi italiani del secolo scorso, Piero Calamandrei, nel suo libro “Troppi avvocati” (pure allora!) del 1921.
    Tuttavia negli ultimi anni il legislatore italiano, nonostante la furiosa opposizione di una categoria professionale, ha inserito nell’ordinamento degli istituti che cercano di risolvere le controversie prima che le parti in lite vadano di fronte al magistrato (risparmiando molto denaro). Per quanto riguarda i debiti, inoltre, ha introdotto numerose possibilità di negoziazione tra debitore e creditori e da pochi anni ha emanato la normativa sul sovraindebitamento.
    Aziende commerciali ed industriali medio piccole, artigiani, tutte le aziende agrarie (di qualunque dimensione), consumatori e professionisti, che non ce la fanno più a gestire la propria posizione debitoria, con una procedura semplificata, possono trovare un accordo con i creditori omologabile dal magistrato. Ma, prima di adire quest’ultimo, la legge stessa prevede un’attività negoziale (cioè la ricerca di una soluzione che accontenti il più possibile un po’ tutti) con l’aiuto di figure qualificate.
    In una provincia come Grosseto, i soggetti economici sopra indicati sono la prevalenza. E purtroppo, con la crisi scoppiata nel 2008, molti potrebbero utilizzare quella normativa per cercare di rimettersi in careggiata. Ma di essa se ne parla pochissimo.
    Determinante poi è utilizzare questo strumento per tempo, quando i debiti non sono ancora divenuti una massa ingestibile. E le associazioni di categoria, che molto spesso curano la contabilità dei loro associati, i rapporti di quest’ultimi con le banche, o hanno molteplici occasioni di incontro con loro, possono svolgere un ruolo fondamentale.
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    Dr. Giovanni Matteucci
    ex funzionario di banca, consulente di finanziamenti europei