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“Mari discordi”: a Orbetello è in programma la mostra iconografica

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ORBETELLO – La vicenda dell’affondamento e del laboriosissimo recupero della Concordia non è che uno dei molteplici eventi infausti che ci ricordano della necessità di instaurare con il mare una relazione impostata sulla prudenza e non sull’impudenza, sulla conoscenza e non sull’incoscienza. A scale diverse, appunto dall’imponente nave passeggeri che affonda su uno scoglio, al traghetto che sperona una petroliera, al motoscafista che falcia un sub, ad un sub preda di embolia o sincope, all’inesperto praticante di kitesurf o di flyboard che impatta contro la riva od addirittura contro i muri di una villetta prospiciente il mare, il bollettino di incidenti e sciagure causate da marinai della domenica ma ahimè pure da professionisti preda di una supervalutazione delle proprie doti marinaresche e perciò inclini a sottovalutare i rischi della navigazione e delle balneazione, si impingua di anno in anno.

La mostra “Mari discordi”, finanziata dal Comune di Orbetello, prodotta dal Centro Interdipartimentale di ricerca audiovisiva dell’Università di Napoli Federico II, ideata dal direttore di questa struttura, Prof. Alberto Baldi, con la grafica di Rosaria Iazzetta, aperta dal 13 al 29 agosto sempre ad Orbetello, indaga in una prospettiva antropologica le origini di questo complesso articolato concettuale, di questo modello di pensiero potenzialmente discrasico, “discordante” rispetto al mare, eminentemente frutto dell’industrializzazione che determina l’articolarsi e lo strutturarsi di un andar per mare sempre più “prestazionale” ed arrogante, tecnologico e velocistico, nei fatti terrestre e terragnolo.

Tre le sezioni. La prima è dedicata all’analisi del fenomeno della navigazione passeggeri e dei transatlantici, quale riverbero emblematico di un trasferimento sul mare di logiche, comportamenti, relazioni, finanche estetiche squisitamente della terra ferma. Il transatlantico, il paquebot, il liner segnano l’affermarsi di una marineria e di un naviglio che, nella seconda metà dell’Ottocento, abbandonando progressivamente la propulsione velica, si affidano al vapore e con esso ad unità via via sempre più mastodontiche. Il gigantismo di questi natanti, necessario per ospitare le caldaie e le stive del carbone, segna altresì il trapasso dal legno al ferro. Ferro e vapore si fanno emblema di uno strapotere tecnico, meccanico e dimensionale tale da far supporre di poter soggiogare definitivamente l’onda. Al mare come stato di natura si sovrappone una sua costruzione eminentemente culturale e profondamente artificiosa, arrembante ed insolente, che non tarderà ad avere pesanti e gravi ripercussioni su tali nuove, smisurate, ”titaniche” unità, dal Great Eastern al Titanic.

Medesimo approccio si riscontra nella nascita del turismo e delle stazioni balneari a cui è dedicata la seconda sezione della mostra: antichi e riservati paesi rivieraschi di pescatori, tratti di costa eminentemente deserti subiscono l’assalto di un villeggiante che esige di reiterare sulle spiagge i riti sociali e mondani dei contesti urbani di provenienza. Giganteggianti hotel di lusso, caffè, lungomari, rotonde, pontili che si protendono per centinaia di metri in acqua cambiano per sempre i connotati alle rive mentre il mare resta sostanzialmente ignorato, mero sfondo ad una serie di pratiche che gli voltano le spalle: impera lo struscio, si pattina, si balla, si va in bicicletta, si organizzano défilé di moda e manifestazioni cinofile, ci si cura in stabilimenti termali inalando il salmastro, facendosi aspergere di alghe o seppellire nella sabbia, si assiste a concerti, a riviste militari e carnevalesche, a sfilate di auto di lusso.

Ad esibirsi in autentiche parate, questa volta in mare, e ben vicino alla riva, sono i primi regatanti: regatare significa innanzitutto sfilare in parata per farsi ammirare sui propri costosi “legni” tirati a lucido da chi “non può”, o meglio, da chi può solo affollarsi ai parapetti delle promenade. La terza sezione si sofferma specificamente sul mondo dello yachting che prende le mosse, appunto, da un uso assolutamente fatuo del mare, accondiscendente passerella per l’ostentazione di un lusso snobistico ed esclusivo. Alla parata velica seguirà la competizione, “elettrizzante” antidoto alle lente e noiose sfilate di un tempo: somme incredibili si spenderanno per contendersi la vittoria girando intorno ad un campo di regata, autorizzando chi fosse risultato vincente all’interno di tale fazzoletto di mare delimitato da boe, fari isolette, a reputarsi skipper ed indiscusso dominus della dimensione equorea.

La mostra in grafica digitale attinge ad una vasta documentazione iconografica e fotografica, ottocentesca e novecentesca, proveniente dalla teca del Centro interdipartimentale di ricerca audiovisiva dell’Università di Napoli Federico II espressamente dedicata al mare; costituisce altresì l’indispensabile interfaccia iconica di un volume, dal medesimo titolo, destinato ad approfondire ulteriormente il tema che uscirà in autunno per i tipi della Franco Angeli.

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