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Gessi rossi, alla Vallina o alla Bartolina: Borghi chiede un’inchiesta pubblica

di Barbara Farnetani —

GROSSETO – «Per decidere sulla vicenda dei gessi rossi la via è l’inchiesta pubblica» ne è convinto Massomo Borghi, ex sindaco di Gavorrano e rappresentante provinciale di Sel che indica la sua soluzione ad un problema che sta facendo discutere nelle Colline Metallifere. «La vicenda – ricorda Borghi – ha avuto inizio nel 2000 quando fu firmato un accordo tra la Provincia del presidente Lio Scheggi e la Tioxide dell’amministratore delegato Luigi Cutrone per dare risposte allo smaltimento del materiale di risulta della lavorazione del titanio».

«Nel 2004 l’azienda attraversò un momento di crisi – ricorda Borghi – tanto che fu io (all’epoca Borghi era presidente del Consiglio provinciale ndr)  a seguire la convocazione di un consiglio straordinario all’interno dell’azienda a cui parteciparono tutti i consigli comunali delle Colline Metallifere. Da lì nacque un accordo volontario per il riutilizzo dei gessi rossi. Nessuno quindi ora può far finta di non sapere, chi ha fatto politica conosce questo accordo». L’accordo, ricorda Borghi, stabiliva che, in maniera volontaria gli enti locali stabilivano un percorso per i gessi rossi prodotti. Montioni era già aperta e si parlava di un esaurimento nel 2015 per cui dal 2004 si sarebbero dovute trovare soluzioni «altrimenti la Tioxide avrebbe licenziato. Era un accordo volontario non di programma. Gavorrano entrò allora nella discussione e mi stupisco che ora qualcuno dica che non sapeva nulla. Il sindaco era Alessandro Fabbrizzi che credo avesse fatto una discussione di giunta su questo argomento, giunta di cui faceva parte, proprio come assessore all’ambiente, l’attuale sindaco Elisabetta Iacomelli».

«Furono individuati due siti, la cava della Vallina e quella della Bartolina come furono individuati altri siti in altri comuni, a Roccastrada era una vecchia cava di gesso e Marras, che era sindaco, fece un’inchiesta pubblica che andò a buon fine su quella cava stabilendo che poteva essere utilizzata – prosegue Borghi -. Ho letto dei documenti sindacali in cui si affermava che tutti i comuni devono fare la loro parte non solo Scarlino che ospita l’impianto, perché sono centinaia le persone che, da Gavorrano ad esempio, vanno a lavorare nella zona del Casone. Adesso i tempi sono cambiati, ci sono nuove sensibilità, anche ambientali. Serve un approccio serio in queste cose. Ma proprio se noi abbiamo a cuore il rispetto e la tutela dell’ambiente e dall’altra il lavoro, dobbiamo partire da una richiesta seria: noi proponiamo l’inchiesta pubblica per garantire tutte le parti, a partire dai cittadini».

«Io ho paura quando i politici diventano scienziati» precisa Borghi che afferma che Sel si doterà di consulenti tecnici proprio per partecipare all’inchiesta pubblica «servono percorsi partecipati a livello di zona non di singolo comune» Borghi afferma poi di non avere preferenze, ma che si atterrà a quanto sarà deciso durante questo percorso partecipato. «Qualcuno parla del Casone come se non servisse più, si parla di turismo, agricoltura di qualità, terziario: tutto bene ma la ricchezza del territorio ancora oggi in gran parte viene dalla produzione industrialie che ormai è ridotta all’area del Casone di Scarlino. Chi pensa di chiudere l’industria e di puntare sul turismo – precisa Borghi – non ha capito che se l’industria chiude la zona diventerà un sarcofago perché le bonifiche di quell’area sono legate alla sopravvivenza dell’industria».

 

 

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