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Capo Nord: la mia Danimarca, alla scoperta di Karen Blixen – Seconda parte foto

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Prosegue il viaggio in Danimarca di Giulio Gasperini tra i ricordi della scrittrice Karen Blixen autrice, tra gli altri, del libro La mia Africa da cui fu tratto un film dedicato alla vita dell’autrice.

Le finestre di Karen 

Ma Rungstedlund ha ancora tante stanze da esplorare, quelle dove Karen è cresciuta, dove ha lavorato, dove probabilmente nei primi anni della sua giovinezza aveva impastato i colori e li aveva stesi sulla tela, imparando le tecniche di un’arte che avrebbe nutrito anche in Africa: quella della pittura. Profili di africani, la bellissima ragazza che sta per andare in sposa, il vecchio kikuyu, il piccolo maggiordomo. Colori della terra, marroni, terre, colori impastati di zolle.

La zona padronale, che si visita indossando le pattine e dopo aver ascoltato le spiegazioni in inglese perfetto di una distinta signora danese, con gonnella di tweed e capello bianco perfettamente pettinato, si può percorrere in ogni senso e per tutto il tempo che si desidera, soffermandosi sui dettagli così minutamente curati, sulle suggestioni che la vita di questa donna stra-ordinaria esercita sulle nostre sensibilità.

C’è il salottino verde, quello dove Karen viveva durante la stagione più fredda, dove ancora oggi campeggia altero e nobile il grammofono che Denys le regalò in un lontano giorno d’Africa: “Fu lui a regalarmi il grammofono che arricchì di nuova vita la mia casa e divenne per me una vera gioia, quasi la voce della fattoria”. E poi c’è il busto di Karen: l’unico realizzato da uno scultore durante la vita della scrittrice. E poi vetrinette raffinate, piene di ricordi, di tracce materiali; tavoli di legni lontani, esotici. Tutto è in ordine, tutto composto, come se la casa fosse abitata. Par quasi di vedere la cura con cui qui Karen viveva, il suo desiderio di compostezza e di ordine.

Dovunque, vasi: ancora ben collocati e curati. Karen amava disporre i fiori, in ogni stanza, da sé. Come una concreta Mrs. Dalloway. Ogni giorno sceglieva fiori, creava composizioni, abbinava colori. Quei fiori che lei stessa coltivava e di cui si prendeva cura. Era un gesto d’amore per la casa, per gli ambienti, per la natura stessa così prodiga di bellezze, così generosa nella sua perfezione d’arte.

C’è poi il salotto, con il cassettone intagliato, regalo dell’amato servitore Farah. Ci sono le poltrone, tra cui quella preferita dal suo grande amore, l’inglese Denys Finch Hatton. C’è quel parafuoco che era in Africa, e che descrive così intensamente tra i suoi ricordi: “Possedevo un parafuoco di legno con dipinte figure di cinesi, sultani e negri recanti cani al guinzaglio; era stato sempre vicino al caminetto. La sera, quando il fuoco scoppiettava allegramente, quei personaggi prendevano corpo, pareva quasi illustrassero le storie che narravo a Denys”; fu uno dei pochi oggetti che dall’Africa riportò in Danimarca: “Lo guardai ben bene, poi lo piegai e lo misi in una cassa; quei signori, per il momento, potevano stare in riposo”. Le storie: in ogni angolo di questa casa si ritrovano. Su ogni mobile, vicino a ognuna delle tante stufe in ghisa, imponenti, che lei aveva raccolto dalle altre residenze familiari, mano a mano che il progresso arrivava e che i padroni se ne sbarazzavano per far posto a sistemi più moderni di riscaldamento.

E poi c’è lo studio, la stanza più magica, quella dove amò scrivere. Nell’antica locanda, era la stanza del poeta Ewald: si racconta che proprio lì, intorno al 1774, il poeta danese vivesse alcune settimane e componesse alcune delle sue poesie più intense. Quella stessa stanza, trasformata dal padre Wilhelm nel suo studio, è il luogo più intimo della casa, quello dove meglio si coglie la magia di una vita concessa alla scrittura, alla creazione artistica. Qui Karen Blixen dà vita ai suoi ricordi, alle sconfinate pianure africane, i rumori della pioggia monsonica. Decise di affidarsi ai suoi ricordi come acqua corrente di fiume, un processo di purificazione e scarnificazione in cui portare alla luce la vera sé stessa: in realtà omise, tacque, glissò. Le finestre sono aperte sul mare. Le tende, come in ogni stanza, sono lunghe, calano dall’alto si aprono a ventaglio sul pavimento: usanza danese antica, nobile. Alle pareti, le lunghe lance masai, gli scudi, le armi africane: quasi una parete di devozione, di rispetto profondo, un santuario del ricordo e della celebrazione.

In Danimarca Karen avrebbe voluto tornare nell’anonimato: i suoi primi racconti che tanto successo ebbero negli USA, furono firmati Isak Dinesen. Come a sperare che nessuno sapesse chi lei fosse, e dove si nascondesse. La fattoria, l’Africa, erano state delusioni cocenti, insieme al suo matrimonio fallito e al suo amante scomparso troppo presto. Ma come lei scrisse: “Tutto ciò non può essere, pensavo, solo quell’insieme di circostanze che la gente chiama un periodo di sfortuna; deve celare un principio, un centro: se lo scopro sono salva”. E si salvò, con la sua magia narrativa. La consapevolezza della sua unicità, della sua specificità prese il sopravvento. E lei si mostrò per chi era, dispensando fascino e invidia, capriccio e talento.

Non è difficile immaginarsi Karen nel candore di queste stanze, nella pulizia e nell’eleganza d’una luce morbida, d’un tranquillo orizzonte. Si può vedere, in questo studio, nell’eleganza della sua persona, chinarsi sulla macchina da scrivere poggiata sulla scrivania, soffermarsi a lanciare uno sguardo al di là dai vetri, per cogliere con un’occhiata il mare frammentato, spingendo la mente lontano, oltre altri mari, fino a una terra oramai remota, un altrove che sempre le fecondava il respiro e la mente, la carne e il fiato: “Vibra nell’aria della pianura il barlume di un colore che io ho portato, c’è fra i giochi dei bambini un gioco che abbia il mio nome, proietta la luna piena, sulla ghiaia del viale, un’ombra che mi somiglia, vanno in cerca di me le aquile del Ngong?” Mentre il pensiero torna a quelle terre, quei prati verdi, quei cieli immensi, quei profili sinuosi, a quella gioia d’esistenza, si nota con la coda dell’occhio un’umana debolezza: sulla finestra, in una cornice, attraverso tutti questi anni, riposa il profilo del suo unico sfortunato amore.

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