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L’INTERVISTA – La Toscana e le fusioni dei comuni. Antichi: «Strategia giusta anche in Maremma» foto

di Daniele Reali

GROSSETO –  In Toscana il 2013 si può considerare come l’anno delle fusioni dei comuni. Sempre più amministrazioni decidono di aggregarsi e far nascere nuovi comuni, più grandi, più efficienti e pronti a raccogliere la sfida della spending review senza rinunciare a governare il territorio e dare risposte ai cittadini. Di questa significativa rivoluzione istituzionale ne abbiamo parlato con il consigliere regionale Alessandro Antichi (nella foto), vicepresidente della commissione Affari Istituzionali del Consiglio Regionale della Toscana.

La scelta della Regione di incoraggiare le fusioni per lei è una scelta giusta?
Decisamente sì. Già con il decreto-legge 78 del 2010, convertito con legge numero 122 del 2010 veniva richiesto ai comuni fino a 5000 abitanti di esercitare le funzioni fondamentali in forma associata mediante convenzione od unione. La riforma regionale (Legge Regionale 68 del 2011 detta anche riforma Nencini) è stata appunto motivata dalla necessità di recepire le norme nazionali, non solo per dare una sforbiciata ai costi della politica, ma soprattutto per rendere più efficiente e più semplice un sistema istituzionale regionale che si è caratterizzato per la superfetazione dei livelli istituzionali e per la moltiplicazione e sovrapposizione dei decisori pubblici.

Mi spiego meglio, la scelta della fusione non può essere prevista a livello nazionale o comunque imposta dall’alto perché implica l’espressa volontà dei cittadini. La Costituzione ci dice che le Regioni devono sentire le popolazioni interessate per istituire nuovi Comuni o modificarne le circoscrizioni. Per questo credo sia urgente e necessario non scoraggiare, ma anzi fortemente incentivare e sostenere nuove progetti di ri-organizzazione delle istituzioni locali.

Personalmente credo poi che la fusione sia la strada migliore da percorrere, ma lo ricordo, è una decisione politica che va lasciata alle istituzioni locali e ai cittadini.

Perché c’è stata questa accelerazione in questi ultimi mesi?
Non è stata un’accelerazione ma il risultato di una serie di norme incentivanti che il Consiglio, anche su mia proposta, ha voluto proprio per disegnare una nuova geografia politica della Toscana. Unione o fusione sono decisioni politiche come già ricordavo, ma possono essere delle scelte strategiche di coloro che, in maniera intelligente aggiungerei, riescono a cogliere anche le opportunità offerte dalla legge regionale. Molti sono poi gli incentivi messi a disposizione dalla Regione Toscana per rendere conveniente la fusione di più Comuni limitrofi: un contributo regionale di 250 mila euro per ogni comune partecipante alla fusione per 5 anni, che si aggiunge all’incentivazione statale per 10 anni corrispondente al 20% dei trasferimenti che nel 2010 lo Stato ha dato a ciascun ente territoriale. Infine è previsto lo scioglimento dagli obblighi dl patto di stabilità per tre anni, vincolo che rischia di strozzare i bilanci dei comuni. E visti i tempi che corrono…

Inoltre le Unioni dei Comuni, di fatto, sono una sommatoria di strutture già esistenti che se da una parte possono risultare più efficaci dell’attuale frammentazione e anche della formula consortile – che ha dimostrato significativi limiti soprattutto sul fronte della competenza all’adozione degli atti regolamentari di svolgimento delle funzioni associate e degli atti di gestione delle risorse finanziarie – dall’altra non rappresentano una svolta vera poiché mantengono intatto l’esistente e si limitano ad aggiungere un livello istituzionale ulteriore.
Unire più Comuni significa creare una cabina di regia di secondo livello senza superare le singole Giunte, i singoli Consigli Comunali e senza procedere ad una vera sburocratizzazione amministrativa. Quindi mi domando a chi gioverebbe?

• In Toscana nuovi molti comuni hanno avviato la procedura per la fusione a partire dai percorsi partecipativi per arrivare poi al referendum. Questo accade un po’ in tutte le province. Perché invece in Maremma non c’è lo stesso “movimento” che si registra nel resto della regione?
Ad oggi si sono svolti quattro referendum il 21 aprile 2013, uno il 16 giugno: su cinque referendum quattro hanno dato risposta positiva alla fusione. Dal 1° gennaio 2014 e quindi alle prossime elezioni amministrative decorreranno i primi due nuovi Comuni uno in provincia di Firenze, Figline ed Incisa e l’altro in provincia di Arezzo Castelfranco Piandiscò.
Il 6 e 7 ottobre prossimi si svolgeranno invece altri sette referendum comunali in diverse province Firenze, Pisa, Livorno e Massa. Se tutti avessero esito positivo, a fine 2013 sarebbero già 100.000 cittadini a vedere nascere nuovi Comuni unici.

Per quanto riguarda la Maremma al momento sono interessati dalle fusioni Arcidosso e Castel del Piano, grazie ad una iniziativa di legge consiliare che sta avendo il suo iter in Commissione affari istituzionali, che però è fieramente avversata dalle istituzioni locali. La provincia di Grosseto detiene il record in Toscana della maggior estensione territoriale e della più bassa densità abitativa, sostanzialmente la popolazione si concentra in grandi insediamenti urbani; tuttavia penso che le fusioni dei Comuni potrebbero enfatizzare il ruolo e la vocazione dei Comuni sul territorio. Richiamo ad esempio alla mente quello che nel 1975 l’Irpet aveva chiamato Sistemi economici locali, individuati e deliberati poi dal Consiglio Regionale (deliberazione del Consiglio Regionale n. 219 del 26 luglio 1999 “elenco A”), per il grossetano ne erano stati individuati 5: le Colline Metallifere, l’Amiata grossetana, l’Area Grossetana, la Costa d’Argento e le Colline Interne. Penso che si debba ripartire da quella distrettualizzazione che era una profonda analisi socio economica illuminata e ancora valida e attuale per rilanciare, a partire da una nuova architettura istituzionale, l’economia locale e ridare maggiore efficienza ai servizi pubblici.

Qual è il suggerimento che lei, come consigliere regionale, ma anche con la sua esperienza di amministratore e di Sindaco, si sente di dare si primi cittadini maremmani per spronarli e credere in questa nuova fase istituzionale?
Le motivazioni che appoggiano l’idea del Comune unico sono davvero tante ma vale la pena ribadirle ancora una volta: comprendono molti vantaggi di tipo economico, logistico, di razionalizzazione e ottimizzazione delle risorse a vantaggio di maggiori e migliori servizi.
Sicuramente rappresentano un incentivo ad abbattere i costi della politica (con un unico sindaco, una sola giunta un solo consiglio), ma soprattutto rendono possibile la migliore utilizzazione delle risorse umane e strumentali per servizi più puntuali ed efficienti; inoltre le strumentazioni di misurazione e controllo delle performance verranno adeguate ad un nuovo comune moderno e più grande con una maggiore attenzione allo snellimento burocratico tramite l’informatizzazione e una migliore programmazione e allocazione delle risorse.

Il comune unico è un modo per razionalizzare e fare economie di scala, permette un governo del territorio (sviluppo, infrastrutture, urbanistica, servizi ai cittadini, etc.) più ampio e omogeneo perché riferito a un ambito ottimale, permette una governance più efficace perché il peso politico e progettuale nelle relazioni con gli enti esterni è maggiore e permette una più proficua rete di relazioni interne al territorio con nuovi meccanismi di rappresentanza.

Pensiamo all’importanza di un obiettivo come quello di una pianificazione territoriale unitaria che darebbe un maggior raggio di azione in un territorio omogeneo e quindi una uniformità delle scelte e un uguale trattamento dei cittadini in un’area omogenea e soprattutto un modo per superare la frammentazione verso una visione ampia del sistema territorio. Pensiamo al miglior funzionamento della macchina comunale con un unico comune, che promuove l’e-government per semplificare l’accesso ai servizi per i cittadini e dare anche maggiore trasparenza all’attività amministrativa, che organizza diversamente e in maniera migliore le proprie risorse con una politica del personale più razionale ed efficace, coerente con le professionalità, che esalti le specializzazioni, con percorsi di carriera, che risparmi personale in alcuni settori in modo da utilizzare in quelli più carenti e delicati.
Potremmo rappresentarli con l’espressione “maggiore potenza amministrativa”, ma forse anche maggior coesione politica…insomma le fusioni dei comuni rappresentano un assaggio e una anticipazione dei tempi che verranno.

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