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Mino da Colle Val D’Elsa, maestro del ‘200, dedicò un sonetto a Gavorrano dove insegnò

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a cura di Piero Simonetti

GAVORRANO – La personalità e le opere di Mino da Colle di Val d’Elsa, contemporaneo di Dante Alighieri, del Cavalcanti e di Brunetto Latini, possono essere lette ed approfondite come elementi rivelatori del mondo e della cultura cui lo stesso Dante appartenne.

E’ altresì verosimile che lo stesso Dante abbia frequentato le lezioni di qualche maestro di grammatica e retorica in Firenze, dove lo stesso Mino ebbe quella cattedra d’insegnamento. Non ci sono molti studi pubblicati su questo personaggio, ad esclusione di alcune rare analisi critiche, difficilmente rintracciabili, di alcuni esperti studiosi e che si possono trovare nella Biblioteca Vaticana, alla Nazionale di Firenze e nell’Archivio di Stato a Bologna.

Mino da Colle non ebbe stabile dimora ma si spostò come maestro itinerante da un Comune all’altro, secondo gli usi del suo tempo. In un memoriale del 1287 è contenuto il testamento di Mino, dettato in Bologna il 10 luglio 1287, quando l’Alighieri aveva già 22 anni. Tale documento fa ritenere che Mino si trovasse a Bologna per esercitarvi l’insegnamento. Si sa, con certezza documentaria, che fu attivo a San Gimignano, Bologna, Volterra, Pisa ed altri centri toscani, tra cui quasi certamente anche Gavorrano, a cui dedicò il seguente sonetto dugentesco, opera letteraria che merita di essere studiata con rigore letterario e storico, al fine di poterla includere con doveroso apprezzamento nel patrimonio culturale gavorranese.

Qualunque è quegli ch’ama presgio e aonore
non dubi di salire in Gaburano,
in quel castello là dov’è la fiore
di tutto questo imperio romano;

c’a in sè largheze e fin presgio e aonore
l’aspra montagna fa altrui parer piano;
a tale donna ogn’om sia servidore,
che ‘l ben malato fa divenir sano.

Di quella malatia chi n’è malato,
ciò (è) avareza e poca canoscienza,
co’ lei no po’ aver presgio ned aonore;
e dà madonna il suo piagente stato,
c’a in sè largheza e fin presgio e valenza:
a lei m’inchino per suo servidore.

 

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