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Bambino in scatola, Gasparri: «Campagna sin troppo cruda»

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di Rita Martini

GROSSETO – Ancora interventi sulla pubblicità dei vegan che espone il bambino in scatola fatto a pezzi. A intervenire è Marco Gasparri, direttore studio Kalimero di Grosseto, esperto di marketing e comunicazione. «Non è la prima volta che mi viene chiesto un commento su campagne pubblicitarie che osano. L’ultima volta, di recente, ha fatto molto parlare la campagna “io credo nel fotovoltaico”, accusata di essere irrispettosa del credo religioso, promossa da una azienda al centro di recenti polemiche per ben altri motivi. L’attuale campagna affissionale delle associazioni vegane ha lo scopo di scuotere le coscienze attraverso un’immagine forte che cerca di comunicare che la morte, il dolore e la sofferenza sono uguali per tutte le specie. Questo concetto, di per sé sicuramente corretto, viene reso con una foto sin troppo cruda cioè quella del bambolotto troppo somigliante ad un bambino fatto a pezzi e confezionato.»

«Chi l’ha elaborata e pensata si è scordato delle più banali regole del marketing comunicativo – prosegue Gasparri -. La storia della pubblicità è costellata di campagne ad “effetto” come per esempio quelle di Oliviero Toscani per Benetton. L’efficacia di una pubblicità però si misura non per quanto fa parlare, ma per quanto raggiunge il proprio obiettivo di mercato. Insomma il concetto è che, come a mio parere in questo caso, esagerare usando immagini cruente, possa scatenare il cosiddetto effetto boomerang ingenerando nel pubblico una leva mediatica inversa per cui il messaggio viene addirittura rifiutato. L’ironia e l’irriverenza possono essere delle leve importantissime dal punto di vista mediatico. Essere cruenti o blasfemi invece può “offendere” le sensibilità del pubblico e può minare anche l’efficacia di fondo del messaggio che per quanto positivo non sarà mai recepito.»

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