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Alla Banca della Maremma si parla di cooperazione attraverso l’esperienza di un sacerdote nato ebreo

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di Barbara Farnetani

GROSSETO – La cooperazione come stile di vita. La cooperazione per vivere meglio. La cooperazione come atto di solidarietà necessario e inevitabile che “non vuole creare niente di nuovo, ma dare espressione di un legame vitale che alcuni vedono per grazia, aiutando altri a vederlo per una nuova evidenza.” È stato un incontro particolarmente denso quello dal titolo “Cooperazione: rendere visibile il nostro destino comune” organizzato dalla Banca della Maremma in collaborazione con l’Associazione san Guglielmo di Malavalle per i missionari che ha voluto far conoscere a tutti gli intervenuti la figura e la vita di don Vincent Nagle, sacerdote della Fraternità dei missionari di San Carlo Borromeo, nato ebreo e poi convertito al cattolicesimo attraverso un percorso accidentato che lo ha tormentato e arricchito spiritualmente facendolo diventare l’icona stessa della tolleranza tra differenti religioni e spiritualità.

L’incontro si è aperto con la testimonianza dell’assessore del comune di Grosseto Emanuel Cerciello che ha raccontato la cooperazione in Maremma nei giorni dell’alluvione «I Maremmani sono capaci di grandi slanci nel momento della difficoltà» ha detto mentre il sacerdote ha commentato che fatti come questi ci fanno «riscoprire chi è il nostro prossimo».

Don Nagle (al centro nella foto) ha poi spiegato il suo concetto di cooperazione raccontando la sua vita insolita, la nascita nel 1958 da un padre irlandese cattolico comunista, attivo nel sindacato, e una madre nipote di un rabbino lituano e figlia di una ballerina di night. La sua infanzia, iniziata a san Franisco e continuata, con i suoi sette tra fratelli e sorelle, in una comune hippy nelle foreste al seguito di guru buddisti e induisti di cui la madre e la sorella omosessuale erano seguaci, la madre amata e consapevolmente inadeguata al suo ruolo genitoriale, tra le fondatrici di una rivista e del movimento new age. «Sono cresciuto con un impegno politico di sinistra e con l’idea forte di creare un mondo nuovo in cui tutti potessero trovare uno spazio per reinventarsi»

Dal 73 l’impegno per il matrimonio e i diritti dei gay poi le cose iniziano a cambiare alcuni aspetti della comunità hippy in cui viveva cominciano a non piacergli più il sesso sfrenato, o l’uso delle droghe. «Ho azzerato tutto e ricominciato da capo. Durante l’estate sono stato invitato a lavorare in un campeggio diocesano ed ho notato che tra i ragazzi che in principio erano uno contro l’altro, dopo una settimana c’era un sorta di armoni e cooperazione. Quando ho chiesto perché mi è stato risposto ‘forse è quel che si chiama Gesù Cristo’.»

Don Nagle decide di iscriversi ad un’università cattolica, il suo percorso è uno scontro costante con gli insegnanti, di cui però percepisce il continuo sacrificarsi per gli altri e per ciò in cui credevano. «nonostante mi fossi messo sempre contro di loro – afferma Don Nagle – mi hanno permesso di laurearmi nonostante i miei problemi finanziari. Quando la fidanzata mi ha lasciato sono partito per l’Europa e lì ho iniziato a pregare, non lo avevo mai fatto ma Dio mi aspettava: voleva tanto parlarmi e io non lo avevo mai capito.»

Tutto però è cambiato in un solo momento: «Stavo insegnando ad alcuni ragazzi marocchini, erano anni difficili, ero pieno di rancore, leggevo i compiti dei ragazzi in piena notte e l’unica soddisfazione che avevo era bocciare, mi sono detto ‘meritano tutto questo? Sono venuto qui per questo?’ ho avuto una visone, chiarissima, avevo due anni, ero ammalato, in braccio a mia madre che aveva già 4 cinque figli più grandi e uno più piccolo di me. Lei andava avanti e indietro e io piangevo. Mia madre non è stata una buona madre, ha fatto di tutto per esserlo, si è sempre persa cura di noi, ma era incapace di darci amore, eppure mi teneva in braccio, e camminava e ogni passo la uccideva, ma lo faceva ugualmente. Mi sono chiesto ‘cosa ho mai fatto perché mia madre facesse questo per me?’ eppure lei lo faceva, e lo faceva perché io avevo bisogno. Ho capito che era sbagliata l’ottica con cui vedevo la vita e la mia vita, in un momento, è cambiata»

 

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