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Riciclaggio di plastica: presentato il primo studio sulle emissioni di CO2 foto

di Barbara Farnetani

RISPESCIA – Conviene riciclare le plastiche eterogenee? Non tanto da un punto di vista meramente economico, ma per quanto riguarda le emissioni di gas a effetto serra connesse al recupero di materia e energia? La risposta a questa domanda, fondamentale per completare il ciclo della raccolta differenziata, è giunta oggi in anteprima a Festambiente, da uno studio commissionato dalla Revet alla società di consulenza E-Cube.

La E-Cube ha confrontato il percorso che porta alla combustione di tali plastiche (quelle meno pregiate) rispetto a quello del riciclo: ebbene, nel primo caso le emissioni sono pari a oltre 37 mila tonnellete di CO2 l’anno, nel secondo caso, ossia con il riciclo e la trasformazione di tali plastiche, le emissioni superano di poco le 4.500.

«Abbiamo avuto riscontri importanti – ha detto Valerio Caramassi, Presidente Revet Spa (nella foto al centro con Annarita Bramerini e Aldo Iacomelli) – con la Piaggio ad esempio, che ha deciso di usare le nostre plastiche per alcune parti del suo scooter Mp3, ma si possono usare anche per fare persiane, o ancora secchi e sottovasi. La raccolta – sottolinea – è solo l’inizio del ciclo, il riciclaggio vero e proprio poi è ricerca tecnologia e impianti industriali»

«L’obiettivo – ribadisce Aldo Iacomelli, amministratore E-Cube – è meno spreco, in ogni settore: dobbiamo parlare di ecoefficienza ossia scegliere le cose giuste da fare. Con Revet si prolunga la vita dei materiali risparmiando energia ed evitando di produrre nuova plastica»

«Noi – spiega Marco Ricci di E-Cube – vogliamo misurare l’impatto di tutte le emissioni per produrre qualcosa, la Carbon Footprint di processo. È importante valutare le emissioni evitate dalla sostituzione della materia prima vergine con quella derivante dal processo del riciclo»

«Fare la raccolta differenziata non è la risposta definitiva – prosegue Caramassi – ma il primo passo, poi bisogna stabilire cosa si fa con questi materiali. Anche un riciclo del 100% produce scarti, in ogni tipo di processo industriale, la Tioxide per 70 mila tonnellate di prodotto ne ha 400 mila di scarti, alle acciaierie per un chilo di acciaio se ne hanno 4 di scarti. Quello che ci vorrebbe – lamenta il presidente Revet – è che a fianco del ministro all’ambiente se ne occupasse anche quello allo sviluppo economico.»

Valerio Caramassi ammette che il limite di questo tipo di plastica del plasmix, è il costo «Ancora superiore rispetto alla materia vergine, ma – sottolinea Caramassi – possono essere programmati nei costi a differenza del materiale vergine che a causa del prezzo del petrolio ha un costo non stabile ma che oscilla. È stato questo che ha convinto Colaninno e portato la Piaggio a credere in questo progetto. Quello che serve – prosegue il presidente Revet – non sono più incentivi, ma una redistribuzione degli stessi non più concentrati solo nella fase della raccolta ma che vengano spalmate e reindirizzate nel sostegno alla produzione dei materiali che vengono da questo riciclaggio»

«Questi oggetti – afferma Annarita Bramerini, assessore regionale all’Ambiente – sono il simbolo di come si possa passare dalle parole ai fatti. Dalla domanda dei cittadini, che ci chiedevano dove finisce la plastica raccolta in Toscana siamo arrivati a questo risultato (il progetto è frutto di un protocollo tra Regione, Conai, Corepla, Revet, Pontech). Il problema non è solo il recupero, la competitività è anche produrre meglio senza sprecare materie prime. Abbiamo chiesto al ministro un sostegno alle imprese che nascono o si convertono “green”. La raccolta differenziata è un primo passo – ribadisce Bramerini – da lì iniziano i problemi o meglio le opportunità. Il mercato del riciclo va sostenuto anche dalla politica nazionale.»

«Sempre con Conai – svela Bramerini – abbiamo in corso un progetto per la tracciabilità di quanto ancora va in discarica e che può essere ancora sottratto e recuperato. In soli due anni siamo giunti ai risultati concreti che abbiamo sotto gli occhi. Sono prodotti che ancora si pagano un po’ di più ma che hanno un valore aggiunto. Gli incentivi potrebbero servire proprio ad abbattere questi costi superiori e – conclude Annarita Bramerini – rendere questi prodotti competitivi sul mercato»


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