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Come si salvano le parole a Caldana

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di Giulio Gasperini

Caldana – Parole come “babbo”, “uscio”, “sicché” sono certamente destinate a sopravvivere, in virtù della loro tradizione letteraria e, magari, persino poetica. Parole, invece, come “gangheri” e “palletico” son, all’opposto, condannate a esser dimenticate. Se non usate, lentamente, si deteriorano e diventano delle parole polverose da museo, escluse dal vocabolario di base che, ciascuno di noi, ogni giorno utilizza per comunicare con gli altri. Al di fuori del vocabolario di base, per queste, non può esistere sopravvivenza.

Dall’esigenza di non dimenticare parole maremmane o, ancor di più, parole tipicamente caldanesi, già alcuni anni fa nacque il progetto di un vocabolario che le raccogliesse e potesse servire come “banca dati” della memoria linguistica. L’idea fu di un giovanissimo ragazzo, adesso vice rettore del seminario di Siena, don Gian Paolo Marchetti, il quale, nel 1990, redasse con pochi fogli battuti a macchina il “Vocabolario caldanese 1° edizione (guasi introvabile in Italia) – Come scrivamo, così parlamo e viceversa che è lo stesso”. Seduto in disparte nel negozio di alimentari di nonna Carlina appuntò tutte le parole strane, particolari, esclusive: li sentiva pronunciare dai clienti che affollavano il negozio, non soltanto per comprare ma soltanto per scambiare due chiacchiere e per un contatto sociale e umano che, in tempi antichi, veniva perseguito e ricercato costantemente e preziosamente.

Tredici anni dopo, i ragazzi della comunità di Caldana, aiutati e guidati da don Enzo Mantiloni, vollero aggiornare e ripubblicare il vocabolario, arricchendolo non soltanto di parole scovate con grande interesse e passione, sottratte dalle discussioni degli anziani o usate quasi a sorpresa nel quotidiano, ma anche impreziosendolo con numerosi modi di dire e proverbi, che, al pari delle parole, hanno in sé il germe del sapere umano e caratterizzano una società fin nelle sue fibre più profonde, più salde, più sicure e tenaci. Nacque così il “Vocabolario caldanese 2° edizione rivista e ricorreggiuta”, che esiste ancora in qualche copia.

Dopo l’avventura su carta, inevitabilmente, la sorte del vocabolario è proseguita su internet: la pagina dedicata alle parole e ai modi di dire tipicamente caldanesi (e più maremmani) è quella più visitata di tutto il sito caldana-maremma.org, ed è anche quella più aggiornata, impreziosita sempre più con parole e con esempi, per far comprende meglio il vero senso dell’esser “caldanesi”: perché esser caldanesi significa anche parlare caldanese. Significa usare parole che impastano la lingua, che hanno una forma e una sostanza, che riempiono l’aria di un’identità precisa, definita, contornata stabilmente. Significa utilizzare parole che significano ben oltre sé stesse, ben oltre l’immagine che hanno il potere di evocare. La parola, infatti, nella sua declinazione orale, è la prima forma di comunicazione che l’uomo ha scoperto e praticato, e grazie alla quale si è evoluto. Parimenti, è anche la forma che meglio lo definisce e rende stabile e sicura la sua identità.

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