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#quarantena – ‘a livella….quel che ci accomuna tutti, non è solo la morte

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GROSSETO – La buona notizia è che la pandemia ci ha messo tutti sullo stesso piano. E forse questo potrebbe insegnarci qualcosa.

Non è solo la morte – ‘a livella, immortalata dalla poesia di Totò, al secolo Antonio De Curtis – che ci accomuna tragicamente tutti quanti sotto l’ombrello cupo del Coronavirus. Questa brutta vicenda del Covid-19, infatti, ha fatto strame di ogni stereotipo sugli Italiani “brava gente”.

I popoli europei pensavano che gl’Italiani stessero esagerando gli effetti del Coronavirus. Che facessero come al solito teatro. E oggi si ritrovano sulla stessa linea Maginot, a combatter il virus a mani nude.
Gl’Italiani pensavano di avere la peggiore classe politica del mondo, con qualche ragione. Poi hanno visto all’opera i vari Trump, Jhonson, Merkel, Macron, Sànchez…ultimo, lo svedese Löfven. Tutti inadempienti e impauriti di fronte al virus. E con all’anima troppi morti per sottovalutazione di quel che stava avvenendo in Italia con un bel po’ di anticipo.
Gl’Italiani, inoltre, hanno ceduto all’illusione romantica di avere il monopolio dei buoni sentimenti di fronte alla tragedia. Celebrando con grande trasporto i propri eroi: infermieri, dottori, forze dell’ordine, cassiere dei supermercati, protezione civile… . Cantando e socializzando, reclusi, dai balconi. Facendo donazioni agli ospedali e raccogliendo cibo per i poveri……Esattamente come hanno fatto tutti gli altri Europei quando è stato il loro momento di pagare dazio al Coronavirus.
Oppure hanno fatto i furbi, violando le regole sulla reclusione in quarantena e le normative sul distanziamento sociale. Provato a fuggire in treno o in macchina dalle zone rosse. Scoprendo a posteriori di essere in buona compagnia, quanto a egoismo e comportamenti irrazionali.
Insomma, ben al di là dei confini e dei diversi genius loci nazionali o regionali, di fronte al grande Satana della pandemia Covid-19, il genere umano ha ritrovato la propria unità di fondo. Nelle cose di cui andare orgogliosi, e in quelle di cui avere vergona. Che nulla hanno a che fare coll’appartenenza alla “nazione”.
Speriamo per tutti sia la volta buona che faccia capire come finito l’incubo, bisognerà cambiare direzione e passo di marcia. Evitando come la peste il ritorno agli errori del passato.
In fondo non è difficile da capire. Come mi ha raccontato un amico, riferendosi a quanto gli diceva sua nonna. Classe 1906, due guerre mondiali e l’epidemia di febbre spagnola alle spalle. «Dopo una tragedia simile che vuoi che succeda? Due o tre anni di carestia. Poi la vita piano piano riprende il sopravvento».
Noi oggi abbiamo solo perso l’abitudine mentale ai periodi di carestia. Che tutto livellano.

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