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A tu per tu con Francesco Falaschi, il David di Donatello tutto maremmano

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FOLLONICA – Ciò che mi colpisce è la squisita disponibilità con cui accetta d rispondere alle mie domande e parlarci un po’ di sé. Grossetano doc, Francesco Falaschi si laurea in storia del cinema a Firenze e inizia subito a collezionare successi. Il suo ultimo cortometraggio, dal titolo “Non lo faccio più”, tratta il delicatissimo argomento della violenza contro le donne ed è stato presentato proprio in questi giorni.
Ma andiamo per ordine.

Un David di Donatello vinto 1999 con il cortometraggio “Quasi fratelli”: che cosa ricorda di quel momento?

Più che altro che fu un modo per prendere più sul serio me stesso come cineasta. Carlo Conti e Giorgio Panariello, che presentavano in diretta su Rai uno, erano basiti per come emozionatissimo elencassi tutte le persone da ringraziare: il film, a maggior ragione quando è un cortometraggio, è un’opera di tante persone. “Quasi fratelli” fu realizzato a Follonica e con molti collaboratori grossetani, fu un vero e proprio allenamento collettivo di scrittura e regia.

Partendo da “Dalla finestra aperta”, girato a Grosseto, per arrivare a “Questo mondo è per te”, girato anche a Follonica e a Scansano, si capisce quanto lei sia attaccato alla sua terra di Maremma…

Siccome il paesaggio è uno dei mezzi con cui raccontare le storie e, non ultimo, aiuta a mettere a fuoco anche l’anima dei personaggi, uno scenario che si conosce bene dà molte più possibilità espressive. Inoltre la Maremma è la parte di Toscana più varia: dolce, aspra mediterranea e montana nello stesso tempo a seconda delle zone, anche se vicine tra loro. Ma poi girando qua c’è sempre il piacere di coinvolgere allievi della scuola di cinema, e i collaboratori storici. Non escludiamo la lingua, il toscano di costa, che è un tipo di italiano molto creativo. E poi c’è la collaborazione di persone, enti. A Follonica, per esempio, ho girato “Quasi fratelli” ma anche “Questo mondo è per te”.

E non si è certo fermato. Nel 2012 il corto “My Tuscany _art storm” è sbarcato in America, e lo scorso anno il film “ Quanto basta” ha ricevuto un premio a Denver: ci parli della sua esperienza americana.

Sin dal mio primo corto “Furto con destrezza”, partecipare a festival negli Stati uniti ha significato una riprova del valore di quello che avevo realizzato, ma non tanto per una visione provinciale per cui è importante tutto quello che è americano, ma perché i molti premi ricevuti nei festival che prevedevano proiezioni a San Francisco, New York, Denver, Chicago, Detroit, venivano spesso dal pubblico. Un pubblico che, paradossalmente, è simile per gesti e domande, e persino per i momenti del film in cui ride o si commuove, a quello dei cinefili italiani europei, francesi, norvegesi praghesi. E’ come se ci fosse una comunità internazionale che resiste: vuole vedere film in sala e ama la commedia di qualità, i film realizzati, almeno nelle intenzioni, per fare un bel prodotto, non solo per incassare o distrarre per due ore gli spettatori. Questo non sposterà forse molto in termini di industria cinematografica, ma è molto confortante, non ti fa sentire solo.

“Quanto basta” ha come tema centrale il rapporto di amicizia tra uno chef stellato ed un ragazzo autistico che frequenta un corso di cucina: lei e sempre molto attento alla tematiche sui rapporti umani…

Non solo sui rapporti umani, in particolare mi è sempre piaciuto raccontare il sottile confine che passa tra i “normali” e quelli certificati non neurotipici, a volte rovesciando i ruoli: non sempre è chiaro chi aiuta e chi è aiutato, chi è più saggio o più folle. Anche perché, come ha detto una scienziata autistica, Temple Grandin, il mondo ha bisogno di tutti i tipi di mente.

Ma si parla anche di cucina: come è Francesco Falaschi tra i fornelli?

Non bravissimo, ma pignolo e piuttosto tradizionalista, molto contento di cucinare perché è un’attività manuale in cui dedichi tempo alla famiglia o agli amici. Purtroppo oggi quasi tutti sanno cucinare bene e molti meglio di me, non riesco ad eccellere.

Produttore, sceneggiatore, regista, e da qualche anno si dedica anche al progetto con cui ha realizzato una scuola di cinema….

Con l’amico e sceneggiatore Alessio Brizzi teniamo su con grande passione (e divertimento) la Scuola di cinema – Laboratorio per filmakers ormai da quasi quindici anni. E collaboriamo da anni con le stesse persone: Giancarlo Alessandrini per fotografia e montaggio, Francesca Papini per aiuto regia e organizzazione, Arianna Ninchi come docente di recitazione, Stefano Ruzzante e Vincenzo Levante come attori senior e molti altri. In passato abbiamo fatto corsi anche a Follonica in collaborazione con il Comune, a costo zero per la cittadinanza con allievi che venivano da tutta la Toscana. Penso che sia un modo per studiare meglio regia e sceneggiatura anche per noi, e dare l’opportunità a ragazzi e appassionati di toccare con mano le fasi della scrittura e del set, fino al montaggio. Ci sono molti ex allievi che oggi lavorano in vari settori di cinema e televisione, e anche ad alti livelli, altri che fanno altro ma comunque hanno preso qualcosa di importante dai laboratori, non fosse altro lo sviluppo delle cosiddette soft skills, il lavorare in gruppo, saper perseguire un obbiettivo complesso… e saper guardare un film in un modo diverso.

Ma che cose è il cinema per lei?

E’ una passione sin da quando avevo 10 anni. Penso che abbia influenzato positivamente la mia vita, anche perché il cinema, sia per uno spettatore che per un filmaker, può davvero aiutarti a trovare il tuo personale sguardo sul mondo.

Parole queste che fanno sicuramente riflettere.

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