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#tiromancino – Pochi e poveri: i maremmani e il “de profundis” che arriva dall’economia

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03Più che di «inverno demografico», come l’ha definito Mauro Schiano – presentando il “Bilancio demografico 2018 e popolazione residente per età” – per la provincia di Grosseto bisognerebbe parlare di «de profundis». Nessuna forzatura, solo constatazione dei fatti. O meglio dei numeri. Perché in tutti i 28 Comuni maremmani i morti superano i nuovi venuti al mondo. E in 21 di quegli stessi Comuni, i defunti sono almeno il doppio dei neonati.

Niente di nuovo sul fronte occidentale: sono anni che questo è l’andazzo. Verrebbe da dire. Niente di nuovo nemmeno rispetto al fatto che bisognerebbe accendere un cero alla madonna, per ringraziarla del fatto che gli stranieri continuano a scegliere di insediarsi nel nostro territorio. Nonostante il clima latente di ostilità e razzismo. Nonostante il fatto che la nostra economia sia perennemente sull’orlo di una crisi di nervi, con un valore aggiunto (a prezzi costanti) ancora 400 milioni sotto quello del 2008.

Se non ci fossero 23.600 stranieri (10,64% del totale dei residenti), che l’anno scorso sono cresciuti di 906 persone sul 2017 (+3%), infatti, la provincia di Grosseto sarebbe un deserto popolato di pimpanti vecchietti, con un numero irrisorio di bambini. Già oggi, tanto per estrapolare un numero, in Maremma e sull’Amiata grossetano ci sono 243 ultrasessantacinquenni ogni 100 under quindici. E di quegli ipotetici cento, non ci fossero gli stranieri, bambini e adolescenti sarebbero più o meno 88. Ma anche gli ultrasessantacinquenni sarebbero molti di più di quanti non siano oggi, grazie a una popolazione immigrata mediamente molto più giovane di quella italiana.

Come recita l’introduzione al rapporto elaborato dalla Camera di commercio, peraltro, «in tale contesto, il saldo naturale della popolazione non può che essere negativo, con tendenza a peggiorare ulteriormente negli anni a venire, anche se i bassissimi tassi di natalità o i non sufficienti tassi migratori attuali dovessero inaspettatamente cominciare a risalire». Questo perché oltre ad essere crollato il tasso di fertilità (numero di figli/donne fertili), nei prossimi anni diminuirà drasticamente anche il numero assoluto delle donne in età fertile. Insomma, il classico “serpente che si morde la coda”. Già oggi la famiglia media maremmana è la più striminzita della Toscana, con 2,11 membri a fronte della media regionale di 2,24 (in Italia 2,30). Dato coerente con il numero medio di figli per donna in età fertile: 1,20 a fronte della media regionale di 1,29 (in Italia 1,31). Quando per garantire la sostituzione fra generazioni, servirebbero in media 2,3 figli per donna in età riproduttiva.

Situazione dalla quale consegue che, almeno nell’immediato, ovverosia per qualche anno a venire, l’unica soluzione praticabile sarà quella d’incentivare l’arrivo di migranti, lavorando seriamente per la loro integrazione e possibilmente per attrarre persone un po’ più qualificate.

Con buona pace della stucchevole e patetica narrazione sovranista, inoltre, l’insidioso problema del cosiddetto “inverno demografico”, non si risolverà affatto né bloccando l’immigrazione e nemmeno aumentando la spesa pubblica a sostegno delle famiglie. Investire più soldi nei servizi all’infanzia per fare da sponda alla genitorialità, infatti, è senza dubbio la prima cosa da fare. Ma oramai tutti gli studiosi di demografia e sociologia sono concordi nel dire che il crollo del tasso di fertilità è inscindibilmente legato a un profondo mutamento culturale, al quale peraltro sempre più spesso si adeguano anche le seconde generazioni d’immigrati. L’innalzamento del livello d’istruzione e la quota crescente delle donne che lavorano, è infatti oggettivamente la causa principale della diminuzione del tasso di fertilità. E della perdita di “reputazione sociale” della famiglia con prole, per cui non avere figli viene vissuta con serenità come una delle opzioni possibili. Non sindacabili.

Con ogni evidenza un tema enorme e non semplificabile, che prima o poi troverà un nuovo punto di equilibrio ad oggi imprevedibile. Sperando che non sia quello auspicato dal sodale russo di Matteo Salvini, Konstantin Malofeev – l’oligarca di Dio presidente della Fondazione San Basilio il Grande – conservatore radicale e cristiano ultra ortodosso, teorico della società tradizionale: «donne in casa a fare e allevare i figli, ed estirpazione dall’Europa della lobby dei sodomiti o pederasti». Ché la parola gay, gli pare impronunciabile.

Al di là dell’evoluzione dei comportamenti sociali, sebbene non siano secondari quanto a impatto, va considerato che la crisi demografica della provincia di Grosseto è anche la conseguenza della sua strutturale debolezza economica. Per cui un obiettivo da porsi nel breve/medio periodo – del quale sembrano occuparsi in pochi – è quello di individuare una strategia per alimentare la crescita economica, e mettere a fuoco un nuovo modello di sviluppo che vada oltre le solite minestre riscaldate su agricoltura e turismo. Senza riattivazione di un circuito economico virtuoso, infatti, è evidente che il declino demografico si acuirà in modo irreversibile, al di là delle scelte riproduttive dei maremmani.

Un unico dato, esemplificativo dello stato economico comatoso della provincia. Secondo la rilevazione dell’Osservatorio sul lavoro dipendente dell’Inps, nel 2017 in provincia di Grosseto il gruppo più corposo di addetti è stato quello di chi lavorava nel comparto “alberghi e ristoranti”, a sua volta ricompreso nel macro settore dei “servizi”, sotto settore “servizi turistici”. Ovverosia 11.420 addetti, corrispondenti al 24,6% dei lavoratori dipendenti totali (al netto dell’agricoltura). Ebbene, la retribuzione media pro-capite di questi lavoratori è stata di 8.718 Euro, per 1 milione 700mila giornate lavorative. Con un monte salari di 99,5 milioni, corrispondente al 13,7% del totale.

Da tenere presente: il 24,6% dei lavoratori dipendenti porta a casa il 13,7% degli stipendi totali da lavoro dipendente. È chiaro che si tratta di “lavoro povero” integrato da indennità di disoccupazione e retribuzioni in nero. I dipendenti del manifatturiero, per dire, con meno della metà degli addetti hanno un monte salario superiore: 105 milioni di Euro.

Per combattere l’inverno demografico, quindi, bisogna partire dall’economia. Inutile raccontarsi storielle consolatorie e autoassolutorie. Perché se non sei attrattivo il declino è assicurato.

Visto che la politica, trasversalmente e con pochissime eccezioni, dorme in cavezza, a provare a smuovere le cose ci sta provando il comitato “Grosseto Sì, Avanti!” – composto da sindacati e associazioni di categoria – con la regia della Camera di commercio. Fra le altre cose, un gruppo tecnico sta selezionando le 50 imprese più dinamiche della provincia, per intervistarne titolari e amministratori e capire meglio come costruire politiche che ne incentivino la crescita, favorendo l’organizzazione di filiere. Non tutto il mondo dell’impresa locale, infatti, è in apnea. Esistono comparti e singole aziende molto vivaci e in crescita. Come dimostra il fatto che il 70% degli investimenti produttivi in provincia di Grosseto è garantito da aziende locali, con sede legale in Maremma.

Concludendo. Demografia e sviluppo economico sono due facce della stessa medaglia. E sono interdipendenti rispetto a un disegno di contrasto alla crisi. A questo punto bisogna solo capire se il tempo per vedere risultati apprezzabili sia già scaduto o meno.

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