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Convegno sul futuro della Val di Farma, il Comitato: «Delusi, nessun risultato raggiunto»

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VAL DI FARMA – Al Belagaio (Roccastrada), nella riserva naturale della Val di Farma, si è tenuto un convegno “La riserva naturale della Val di Farma: quali prospettive?” sul futuro e le prospettive della riserva naturale, con interventi dei sindaci del territorio e presidenti dei principali parchi maremmani.

«Dopo un attento ascolto degli interventi proposti – commenta il Comitato Val di Farma -, abbiamo dovuto constatare, con dispiacere, che tutto il convegno era incentrato sul binomio “sviluppo sostenibile” e “programmazione economica del parco”, termini a nostro parere in contrasto tra loro. L’espressione “sviluppo sostenibile”, è un ossimoro: se vi è uno sviluppo, esso non può essere sostenibile. “Sostenibile” significa che l’attività umana non deve creare un consumo di risorse e un livello di inquinamento del territorio superiore alla capacità di rigenerazione dell’ambiente, ma la parola “sviluppo” è completamente differente e contraria alla sostenibilità. Si tratta di sfruttare e di trarre profitto dalle risorse naturali depauperandole».

«Ed è quello che è successo cinque mesi fa, ad aprile, nella riserva naturale del Belagaio, quando è stato effettuato un taglio indiscriminato, destinato alla produzione di legname per alimentare impianti a biomasse – prosegue il comitato -.
Niente di quello che è successo durante questa azione di “sfruttamento e sviluppo”, ha rispettato le linee guida e i motivi fondanti dell’esistenza stessa di una Riserva Naturale ovvero il rispetto della natura in tutte le sue parti. Ma nessun intervento tra quelli previsti durante il convegno ha affrontato questo argomento per mettere a parte la comunità e capire come riparare al danno fatto. Il disboscamento si è verificato nel periodo di riproduzione di tutte le specie animali che nella riserva trovano il loro habitat, periodo in cui i tagli non si possono fare in qualsiasi bosco, figuriamoci in un’area protetta. Inoltre sono stati utilizzati mezzi non idonei, altamente impattanti e invasivi che hanno devastato il sopprassuolo e il sottobosco, il legname tagliato è stato cippato in loco, disturbando la fauna scampata all’aggressione».

«Quando l’abbiamo fatto presente al convegno – prosegue il Comitato Val di Farma -, ci ha fatto piacere sentire Paolo Stefanini, responsabile delle aree protette per la provincia di Grosseto della Regione Toscana, riconoscere gli errori commessi, ammettere che il taglio del bosco del Belagaio è stato fatto in un periodo in cui non andava fatto, e che non era stato assolutamente valutato l’impatto dei mezzi utilizzati, nonché comunicare che non saranno più concesse autorizzazioni al taglio con mezzi altamente impattanti. Tuttavia non possiamo fare a meno di rimanere allibiti nel sentirgli dire che il bosco continuerà comunque ad essere tagliato per alimentare centrali a biomasse, in nome di una “economia mondiale” che secondo lui evidentemente è una economia superiore alla quale piegarsi con rassegnazione.
Questa affermazione non può essere accettata prima di tutto perché il bosco non può essere considerato fonte di energia “rinnovabile”, visto che non è risorsa in grado di rinnovarsi rispetto alla velocità di sfruttamento da parte dell’uomo; in secondo luogo perché è criminale tagliare piante al fine di ricavare legname da incenerire e alimentare impianti pericolosi per l’ambiente e per la salute di tutti gli esseri viventi e, se vogliamo davvero invertire la rotta e intervenire positivamente sui cambiamenti climatici, dobbiamo necessariamente abbandonare l’idea di “bruciare” gli alberi che invece sono in grado di assorbire la CO2 che tanto incombe sul nostro futuro. Ogni volta che bruciamo degli alberi attentiamo al futuro dei nostri figli».

«Abbiamo apprezzato la proposta di Giovanni Quilghini – vanno avanti – di rilanciare il bosco vetusto per contrastare il problema climatico, un’azione che però andrebbe estesa a tutte le foreste e i parchi “in pericolo”, giusta anche l’osservazione del consigliere regionale Leonardo Marras, che propone una gestione locale che coinvolga tutta la comunità perché la Regione è fisicamente lontana da alcuni luoghi (però varrebbe la pena sottolineare che esiste la Comunità montana, a cui una volta il comune di Roccastrada apparteneva e che ha abbandonato, che ha deciso in merito al taglio scellerato). Auspichiamo che le parole conclusive di Marras, relative alla necessità di rivedere il Piano di Gestione Forestale, si realizzino presto e che, soprattutto, tale revisione venga fatta dando voce anche ai comitati. Da tutto ciò emerge quanto sia importante avere una visione molto più ampia e considerare le riserve naturali e le aree protette parte integrante di un territorio che va difeso e salvaguardato dallo sfruttamento. Gli enti preposti alla tutela, salvaguardia e difesa dei beni ambientali, beni comuni dovrebbero dovrebbero avere la capacità di prefigurarsi scenari futuri, quando lo sfruttamento economico e lo sviluppo sostenibile avranno depauperato il patrimonio boschivo, flora e fauna e la tanto decantata biodiversità».

«A questo proposito – dichiara il comitato -, proprio perché gli amministratori devono avere una visione di insieme, vogliamo ricordare che se si vuole preservare la Val di Farma, i suoi boschi, i suoi torrenti e i suoi fiumi con biodiversità annessa, bisognerà valutare attentamente tutte quelle attività possono ancora avere effetti negativi e ricadute sulla Riserva naturale. Ci riferiamo in particolare alla miniera a cielo aperto dei Piloni che a partire dal 2003 ha provocato non pochi problemi riversando nel Rigualdo e poi nel Farma, le argille che hanno provocato mutamenti nella flora fluviale e compromesso la qualità delle acque (ricordiamo che il Farma è uno dei bacini acquiferi più importanti della nostra zona). Come certamente sapranno i partecipanti al convegno, la ditta titolare dell’attività ha presentato istanza di proroga della concessione chiedendo di sfruttare la miniera per ulteriori 20 anni nel tentativo di conciliare, ancora una volta, come nel 1999, attività estrattiva e ricezione turistica, scelta che si è rivelata fallimentare 20 anni fa e che rischia di ripetersi».

«La nostra domanda è – conclude il Comitato Val di Farma -: che cosa hanno intenzione di fare e dire non solo gli amministratori ma anche coloro che si occupano di ambiente, riserve naturali, aree protette, paladini della natura? Continueranno a concepire la tutela di un’area come qualcosa di chiuso, a sé stante, e guardare con noncuranza ciò che avviene a pochi metri nella zona vicina? Siamo in attesa che chi amministra il territorio decida anche di prendersene cura prima che sia troppo tardi».

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