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#tiromancino – Lentamente muore la fascia collinare e montana della Maremma. Nel disinteresse colpevole della politica

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GROSSETO – C’è una trama ipogea che unisce la chiusura di un ambulatorio pediatrico a Roccalbegna, Castell’Azzara e Semproniano, con la sparizione di uffici postali e sportelli bancari. Lo sciopero della fame contro la sospensione degl’incentivi alla geotermia del sindaco di Montieri, Nicola Verruzzi, con la protesta del sindaco di Monterotondo Marittimo, Giacomo Termine, per il mancato utilizzo da parte dei gestori di telefonia della rete in fibra ottica nuova fiammante. L’opposizione del sindaco di Santa Fiora, Federico Balocchi, al gestore unico regionale del servizio idrico integrato con la fuga dei giovani dai paesi collinari e montani. E via elencando…

È quella del trionfo della logica del mercato disintermediato. Che travolge tutto quanto non sia redditizio, immediatamente monetizzabile in termini economici ma anche sociali/elettorali. Con infinite declinazioni riconducibili ad unum. Una logica cui paradossalmente fa da sponda l’atteggiamento uguale e contrario di chi è refrattario all’impatto dell’economia reale sulla vita delle persone, al riparo di barricate altrettanto ideologiche che spesso legittimano rendite di posizione da ancien regime.

Così è fatale che un ambulatorio sia rimosso con motivazioni anche razionali, ma che in aree marginali costituiva un presidio che risparmiava alle giovani famiglie trasferte faticose su strade improbabili. Che uffici postali e sportelli bancari, certo sostituibili da omologhi servizi web, esalino l’ultimo respiro lasciando orfane piccole comunità ad alta concentrazione di anziani. Che si depennino ex abrupto gl’incentivi alla geotermia in nome di un “ambientalismo” strabico che azzoppa le rare possibilità di sviluppo di vaste aree periferiche, nel momento in cui in un’altra zona marginale come la Val Susa si vuole bloccare la Tav perché sottrarrebbe allo Stato accise sulla benzina e tariffe autostradali. Mentre un gestore di telefonia come Telecom, al pari di altri, può impunemente rifiutarsi di attivare i servizi internet e telefonici sulla rete in fibra appena ultimata, solo perché nei paesini collinari il business sarebbe poco o nulla redditizio. Oppure che la pugnace comunità di Santa Fiora rifiuti l’idea del gestore unico regionale del servizio idrico per non farsi “scippare” le sorgenti del Fiora, residuo di un’identità ancestrale che sopravvive alla modernità ma anche fonte d’introito economico per il Comune. Mentre i giovani, specialmente quelli più qualificati, scappano a gambe levate dalle zone dell’interno, economicamente asfittiche proprio perché marginalizzate, per cercare lavoro, servizi e fortuna in quelle con uno sviluppo più dinamico. Che quasi sempre coincidono con i centri lungo la fascia costiera o con le grandi aree urbane; fuori provincia piuttosto che fuori regione.

In questa lotta senza quartiere – solo apparentemente tra modernità e tradizione – a rimetterci sono le persone in carne e ossa e la loro libertà di scelta di vivere in un territorio invece che in un altro. Ostaggio degli opposti estremismi, per cui o ci s’inchina alla forza implacabile del mercato, e quindi si cambia aria. Oppure si sfoggia la tempra del pioniere in missione per conto di dio (e dotato di adeguate risorse economiche), rimanendo a vivere in luoghi ameni ma sprovvisti di tutto. Depauperati di asili e scuole, sportelli bancari e postali, bancomat e opportunità di crescita, servizi sanitari e sociali. Territori in così profonda crisi demografica, come ad esempio l’Amiata, che in prospettiva sembrano poter rimanere insediati solo nella misura in cui attirino immigrati temprati a più dure condizioni di vita di quelle che gl’Italiani siano disposti a sopportare (già oggi i residenti stranieri superano il 17%).

Bisogna dirselo. Quello dello spopolamento e della marginalizzazione economica delle aree montane e collinari non è solo un problema della Maremma, dove i centri della costa riescono ancora a vivacchiare sottraendo residenti all’interno, ma è oramai chiaramente una questione nazionale; anzi europea. Tanto più che, come dovrebbe essere chiaro anche a chi non vuol vedere, è l’intera provincia di Grosseto che in questi ultimi anni sta subendo essa stessa un processo di impoverimento che la allontana in modo brutale dalle zone forti della Toscana. Le quali, guarda caso, coincidono con le due aree metropolitane Firenze-Prato-Pistoia, e Lucca-Pisa-Livorno, che stanno risucchiando popolazione, investimenti ed economia della conoscenza.

Quello del destino delle aree interne, quindi, è uno dei problemi più urgenti da affrontare. Perché in quelle aree si trovano oltre la metà dei Comuni italiani, vive meno di un quarto della popolazione, e occupano il 60 per cento della superficie nazionale.

Il nocciolo della questione è che il sopravvento dell’economia della conoscenza su quello della produzione industriale tradizionalmente intesa e il dilagare della globalizzazione, hanno avuto come effetto quello di concentrare popolazione e capitale umano nelle grandi città e nelle aree metropolitane. Aumentando clamorosamente le diseguaglianze con tutto il resto del Paese.

Ad accorgersene per primi sono stati due economisti europei – Joan Rosés, della London School of Economics, e Nikolaus Wolf, capo economico alla Humboldt University di Berlino – mettendo a punto un algoritmo che individua dove si sta accumulando la ricchezza. Dimostrando col loro lavoro “The return of regional inequality: Europe from 1900 to today”, come il periodo di diffusione della ricchezza si sia concluso a metà degli anni Ottanta, in parallelo alla fine dell’epoca fordista delle grandi fabbriche, per fare spazio all’economia della conoscenza e alla globalizzazione. In Italia, invece, il primo ad aggredire il problema in modo organico con «politiche di coesione territoriale» è stato l’ex ministro del governo Monti Fabrizio Barca, che già nei primi anni 2000 aveva elaborato una strategia di contrasto a questa tendenza insieme all’economista polacca e commissario europeo alle politiche regionali Danuta Hubner.

Per inciso, questo fenomeno generale della dissociazione fra città-aree metropolitane e campagna-aree interne-piccoli centri, è uno dei motivi principali dell’avvento di populismi e sovranismi vari. Che danno un’illusoria e pericolosa risposta identitaria a problemi socioeconomici e redistributivi molto complessi da affrontare e risolvere.

Oggi la situazione è in stato di decomposizione avanzata. Non solo perché governo ed élites nazionali attuali non hanno la benché minima consapevolezza dei problemi, ma anche per l’incapacità di buona parte di quelle locali – che dovrebbero conoscere il proprio territorio – di andare oltre la denuncia pura e semplice del problema. Al massimo finalizzata a lucrare qualche consensino politico.

Unica parziale eccezione quella della Regione Toscana, che tenta di svolgere un’opera di mediazione dei conflitti, provando con risorse limitate a intervenire su quel che può. Come sta facendo con la “Strategia regionale per le aree interne” – basata sull’economia collaborativa e l’incentivazione dell’autoimprenditorialità – attraverso ad esempio il finanziamento di 25 cooperative di comunità. Che si reggono sul protagonismo di chi vive e conosce i problemi del proprio contesto, ed è quindi in grado di impostare le soluzioni adeguate.

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